Roberto Savi a Belve Crime: “Quelli che ci hanno fatto prendere, prima ci hanno aiutato”
Per la prima volta dopo 32 anni di silenzio, dal carcere di Bollate, il capo della banda della Uno Bianca Roberto Savi concede un faccia a faccia a Francesca Fagnani per Belve Crime, in onda questa sera su Rai 2. Un’intervista intensa e complessa, con rivelazioni che potrebbero riaprire anche i processi, come da tempo chiedono i familiari delle vittime, convinti che la verità giudiziaria accertata non coincida pienamente con quella storica.
Tra i temi dell’intervista, la rilettura di uno dei fatti di sangue più controversi della storia della Uno Bianca: l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Messo alle strette dalle domande della Fagnani, Savi afferma che non si trattò di una rapina, come invece stabilito dalle sentenze:
Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa […] Lui (Pietro Capolungo, ndDM) era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera.
Quando la conduttrice gli chiede come hanno fatto a non farsi scoprire per ben sette anni, alludendo ad una “copertura investigativa”, lui ammette:
Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci
Aggiunge, poi, un importante dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni:
Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma […] Andavo giù per parlare con loro.
“Loro chi? I Servizi?”, domanda la Fagnani.
Ma sì… Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere
risponde freddamente Savi.
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