Roma Pride 2026, Keshet: “Agli ebrei Lgbtqia+ negato l’accesso”

26 Maggio 2026 - 16:05
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Roma Pride 2026, Keshet: “Agli ebrei Lgbtqia+ negato l’accesso”

E’ polemica in vista del Roma Pride, per l’esclusione di Keshet Italia, associazione LGBTQIA+ ebraica italiana. Keshet fa sapere che “il Roma Pride ha gettato la maschera” e “con un atto di un’esclusione senza precedenti” ha “negato prima l’accesso al coordinamento” e “poi persino la possibilità di sfilare con un proprio carro”, all’associazione. “La nostra colpa? – si legge – Essere Ebrex“. “Non accettiamo lezioni di diritti da chi applica dinamiche di esclusione identitaria – scrive Keshet Italia -. L’antisemitismo mascherato da posizionamento politico rimane antisemitismo“. Nel comunicato viene chiesta una “presa di posizione netta” al sindaco Roberto Gualtieri e al Comune di Roma. “La salute delle democrazie si vede da come vengono trattate le minoranze – concludono -. Non si può essere complici della discriminazione e sfilare accanto a chi caccia una minoranza”.

Scalfarotto (Iv): “Assurdo escludere comunità lgbtqia+ ebraiche”

“La decisione del Roma Pride di non far sfilare le comunità Lgbtqia+ ebraiche di Keshet è assurda e incomprensibile, e la motivazione è perfino peggiore: si pretende da loro ‘una posizione netta e inequivocabile di condanna’ del governo israeliano come condizione per partecipare. È un test ideologico all’ingresso, applicato a Israele e solo a Israele: le comunità di Paesi dove essere gay è reato, e talvolta condanna a morte, sfilano senza che a nessuno si chieda conto di nulla”, dichiara il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto.  “Sono cittadini italiani – aggiunge l’ex sottosegretario – ai quali non si può chiedere di rispondere delle scelte di un governo straniero. Ma il punto è più ampio: da quando si entra al Pride esibendo le proprie opinioni politiche? Una persona omosessuale che vota Meloni può venire al Roma Pride, o deve prima firmare la piattaforma giusta? Il Pride è nato per la ragione contraria: si è ciò che si è a prescindere da ogni altra considerazione, incluse le opinioni politiche”. “E c’è un paradosso – aggiunge Scalfarotto – che pochi nominano: Israele è l’unico Paese del Medio Oriente in cui l’omosessualità non è perseguitata. Delle persone gay impiccate in Iran non interessa a nessuno?”. “Dicono che li giudicano per ciò che non hanno detto – conclude Scalfarotto – Ma pretendere dagli ebrei una presa di distanza pubblica come prova di ammissione non è giudicare ciò che fanno: è pretendere da loro una delle molte prove di lealtà che da sempre si chiedono agli ebrei. È il più antico dei meccanismi antisemiti. C’è ancora tempo per ripensarci”.

L’ambasciatore di Israele: “Grave errore e segnale preoccupante”

“L’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride rappresenta un grave errore e un segnale profondamente preoccupante. I diritti LGBTQ+ non possono essere subordinati a discriminazioni politiche, religiose o identitarie. Escludere una realtà ebraica che da anni lavora per inclusione, dialogo e uguaglianza significa tradire lo spirito stesso del Pride, nato per dare voce a chiunque subisca marginalizzazione e odio. L’antisemitismo, anche quando si traveste da attivismo, non ha posto nelle piazze democratiche né nei movimenti per i diritti civili”. Lo dice su X l’ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled.

Romano (Brigata ebraica): “Inquietante deriva teocratica”

“Lo slogan scelto per il Roma Pride 2026 parla chiaro: ‘La Repubblica è di chi la abita’. È un principio condivisibile, che tuttavia si scontra dolorosamente con la realtà dei fatti: anche le persone LGBTQIA+ ebree abitano questa Repubblica e hanno il pieno e sacrosanto diritto di manifestare liberamente, senza subire discriminazioni sulla base del pensiero”, dichiara in una nota Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, commentando con profonda preoccupazione l’esclusione dell’associazione Keshet Italia dal coordinamento e dalla parata del Roma Pride. “L’accusa mossa a Keshet di non riconoscere il ‘genocidio’ che Israele starebbe compiendo a Gaza poggia su un falso presupposto”, prosegue Romano. “Tale crimine non è stato definito da alcun organo internazionale competente. L’utilizzo che gli organizzatori del Pride fanno di questo termine assomiglia piuttosto a un dogma di fede, trasformando la piattaforma di Roma da manifesto laico a espressione di un dogma religioso e non discutibile. Questa deriva teocratica è inquietante e – guarda caso, come tutte gli estremismi religiosi – va a colpire proprio gli ebrei”.

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