Rovelli ricorda la pace e dimentica gli ucraini

08 Ottobre 2026 - 15:55
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Rovelli ricorda la pace e dimentica gli ucraini

A view of the Kremlin and the Moskva (Moscow) River, during frosty sunset in Moscow, Wednesday, Feb. 4, 2026. (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Nel giorno del compleanno di Vladimir Putin, Carlo Rovelli gli consegna dalle colonne del Corriere della Sera un regalo prezioso: una guerra nella quale diventa superfluo distinguere chi invade da chi resiste. Il titolo è «Il rischio di dimenticare la pace». Il risultato è dimenticare gli ucraini.

Rovelli concede all’inizio che l’attacco russo sia stato «sciagurato». Poi dedica il ragionamento a trasferire sull’Europa la responsabilità del pericolo, fino alla spiegazione conclusiva: siamo come «bambini cretini che litigano nel cortile di una scuola elementare, ciascuno accusando l’altro di avere cominciato». Eppure sappiamo chi ha cominciato. Saperlo serve a distinguere una pace da una conquista, un negoziato da un ultimatum. La storia non diventa più intelligente se la si racconta come una lite tra cretini.

Il passaggio rivelatore arriva prima. La Russia, scrive Rovelli, sta cercando di «evitare la perdita di controllo di un satellite». Il satellite sarebbe l’Ucraina. Un paese indipendente, con cittadini, elezioni, un Parlamento, diventa un possedimento che Mosca rischia di perdere. Si nega l’imperialismo russo adottandone il vocabolario.

La dimostrazione economica è altrettanto singolare. Il Pil russo sarebbe troppo piccolo per imporre un’egemonia in Europa. Ma per minacciare la sicurezza europea non serve occupare il continente: basta poter devastare i vicini, condizionarne le scelte, dividere chi dovrebbe proteggerli. Il ricatto nucleare, al quale Rovelli attribuisce un peso decisivo, non richiede il primato economico. Ne esce una Russia troppo debole per avere ambizioni imperiali e abbastanza forte da obbligarci ad assecondarla: una combinazione molto conveniente per Putin.

Anche la difficoltà russa a conquistare Kyjiv serve a ridimensionare la minaccia. Ma quella difficoltà ha una causa: la resistenza ucraina, sostenuta dalle armi occidentali. Trasformare il risultato della difesa in un argomento contro la necessità di difendersi è un capovolgimento della realtà.

Sulla guerra ibrida, Rovelli ammette operazioni clandestine, propaganda e attacchi informatici russi. Poi domanda se qualcuno sia tanto candido da credere che la Nato non faccia altrettanto. Una domanda retorica prende il posto delle prove. L’Unione europea ha attribuito alla Russia campagne di sabotaggio, attacchi alle infrastrutture e interferenze. Si possono contestare le attribuzioni, esaminando i singoli casi. Il generico «lo fanno tutti» permette invece di archiviarli senza esaminarne nessuno.

Il rischio nucleare è reale. Proprio per questo occorre chiedersi quale ordine internazionale costruiremmo riconoscendo a chi possiede la bomba il diritto di conquistare i vicini. L’Ucraina rinunciò alle armi nucleari ereditate dall’Urss; nel memorandum di Budapest del 1994, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnarono a rispettarne indipendenza, sovranità e confini. Quale lezione darebbe al mondo una pace fondata sul successo del ricatto atomico? Che disarmarsi è un errore e procurarsi la bomba un’assicurazione.

Poi arriva la frase più sconcertante: «Un confine 10 km a Est o 10 km a Ovest ha poco effetto sulla vita delle persone». Dipende da chi vive in quei chilometri. Se lo spostamento decide chi ti governa, quali diritti conservi e se puoi opporti al potere, l’effetto è enorme. È facile giudicare trascurabile un confine quando a finire dall’altra parte sono gli altri.

Rovelli invoca Kennedy e il suo discorso sulla pace del 1963. Avrebbe dovuto leggerlo fino al punto in cui il presidente dichiara che gli Stati Uniti «non faranno alcun patto con l’Unione Sovietica a spese di altre nazioni e di altri popoli». Nello stesso discorso, Kennedy difendeva la deterrenza e sosteneva che si potesse cercare un allentamento della tensione «senza allentare la guardia». La sua ricerca della pace comprendeva la libertà altrui.

Negoziare è necessario. Ridurre il rischio nucleare è necessario. Servono proposte, obblighi reciproci, verifiche e garanzie che impediscano una nuova aggressione. Rovelli offre invece una contabilità delle paure nella quale quelle russe obbligano tutti e quelle ucraine non obbligano nessuno.

Il Corriere ospita questa tesi sotto il richiamo solenne alla pace. Ma una pace in cui l’aggredito rinuncia alla propria libertà, mentre l’aggressore conserva il potere di minacciarla, ha un beneficiario preciso.

Buon compleanno, presidente Putin. Il regalo lo pagano gli ucraini.

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