Salari: negli ultimi decenni aumenti fino al 30% in Europa, mentre in Italia sono calati tra il 2% e il 3%

Abbiamo celebrato pochi giorni fa il 1° maggio, ma per i lavoratori italiani c’è poco da festeggiare. A meno che, s’intende, per lavoro non facciano l’amministratore delegato di qualche ente o grossa società. L’ultimo rapporto pubblicato da Oxfam e dall’International trade union confederation (Ituc) evidenzia che a livello globale nel 2025 le remunerazioni degli amministratori delegati (Ad) delle più grandi corporation del mondo sono aumentate, in media, dell’11% in termini reali, mentre il salario medio reale è cresciuto di appena lo 0,5%. Sempre con lo sguardo allargato sul campione complessivo preso in esame – 1.500 aziende di 33 Paesi – l’associazione segnala che l’andamento divergente tra i compensi del top management d’impresa e le paghe dei lavoratori ha assunto proporzioni gigantesche: tra il 2019 e il 2025 – anni che hanno visto susseguirsi la crisi pandemica, quella energetica e lo shock inflattivo – il compenso medio degli Ad è cresciuto, in termini reali, del 54%, mentre il salario medio globale si è contratto del 12%. Tenendo conto della contrazione, rispetto al 2019, del salario medio reale in ciascun anno tra il 2020 e il 2025, un lavoratore medio risulta aver lavorato gratuitamente per 108 giornate a tempo pieno nei sei anni presi in esame. Ultimo dato sempre su scala globale, un lavoratore impiegherebbe 490 anni per guadagnare quanto ha intascato un Ad nel 2025 (l’anno scorso, un amministratore delegato ha incamerato, in media, 8,4 milioni di dollari tra stipendio e bonus, in aumento rispetto ai 7,6 milioni di dollari del 2024).
Ma è quando lo sguardo degli analisti si concentra sull’Italia che il quadro, già di per sé sconvolgente, si fa se possibile ancor più incredibile. O increscioso, se si vuole. Come sottolinea Oxfam Italia, alla fine dello scorso anno il nostro Paese si collocava tra i pochi Stati dell’area Ocse in cui i salari reali risultavano ancora inferiori ai livelli del 2021: -7,5%. Se già qualche mese fa l’Eurostat ha segnalato che il reddito reale delle famiglie segna in 20 anni un aumento del 22% complessivamente in Europa mentre in Italia siamo a -4,4%, l’associazione sottolinea che il nostro Paese resta il fanalino di coda tra i Paesi Ocse per la capacità di garantire la crescita salariale ai propri lavoratori: negli ultimi tre decenni paesi come la Germania e la Francia hanno visto il salario medio reale aumentare di circa il 30%, mentre l’Italia ha registrato una riduzione tra il 2% e il 3%. Denuncia Oxfam: «La stagnazione salariale italiana si accompagna alla crescita di lungo corso della disuguaglianza retributiva e dell’incidenza del lavoro povero. Tra il 1990 e il 2018, la quota di occupati a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% al 31,1%. Nello stesso periodo, la quota di dipendenti privati con una paga oraria inferiore a 9 euro è salita dal 39,2% al 46,4%. Ricevere bassi salari non risulta inoltre uno stato provvisorio, di transizione verso retribuzioni migliori: dal 2009 al 2018 la quota di chi ha ricevuto una bassa retribuzione, per almeno 7 anni su 10, ammontava infatti al 42% (mentre era del 36,1% nel decennio 1990-1999 e del 39% tra il 2000 e il 2009)».
Dice a commento dei dati, sia globali che italiani, Mikhail Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia: «Non si può rimanere impassibili di fronte a un sistema economico in cui la ricchezza è sempre più lautamente ricompensata, mentre centinaia di migliaia di lavoratori – spesso intrappolati in occupazioni precarie, sottopagate e insicure – sono costretti a un’esistenza difficilmente qualificabile come libera e dignitosa. Ricette economiche mainstream che avevano promesso l’emancipazione economica per tutti e un benessere più equamente diffuso si sono rivelate per quello che sono: una chimera che ha portato a una concentrazione senza precedenti della ricchezza e a uno strabordante potere politico nelle mani di pochi che lo esercitano a tutela dei propri privilegi. A essere condizionato è anche il discorso pubblico, attraverso la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media, che permettono a una ristretta élite di supportare misure da cui i più ricchi traggono beneficio, screditare alternative egalitarie e favorire narrative che legittimano la ricchezza estrema, dando veste morale alle disuguaglianze del nostro tempo».
Aggiunge però in particolare Maslennikov guardando a quanto sta avvenendo nel mercato del lavoro in Italia: «L’unica nota positiva di questo periodo è il passo indietro del Governo sull’attuazione della legge delega sulle eque retribuzioni, che dopo aver sciaguratamente affossato il salario minimo, rischiava di aprire la strada alla contrattazione pirata e al ritorno delle gabbie salariali. Viene riaffermata la centralità dei contratti principali alla cui applicazione da parte delle imprese sarà condizionata la fruibilità delle agevolazioni per le assunzioni. Troppo tempo però si è perduto senza che si sia arrivati, in dialogo con le forze sociali, alla legge sulla rappresentanza e a una revisione profonda del sistema di contrattazione che ha smarrito col tempo la sua efficacia. A una politica industriale orientata alla creazione di buoni posti di lavoro e in grado di intercettare le transizioni in corso del sistema economico si continuano a preferire incentivi che riproducono lo status quo sul mercato del lavoro. Alla diffusa precarietà si risponde con ulteriori liberalizzazioni del lavoro a termine, stagionale e in somministrazione, che ampliano le file dei working poor. Debolezze delle politiche della formazione, disattenzione per i diritti consumati lungo le catene di subappalto e l’uso improprio della leva fiscale a supporto dei bassi salari completano un quadro che svilisce profondamente il ruolo fondante che la nostra Costituzione assegna al lavoro».
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