Se anche il design d’interni promuove il ritorno alla vita offline

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“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. La citazione da Ecce Bombo di Nanni Moretti ha quasi 50 anni, ma non li dimostra. Anzi calza ancora benissimo. Già, perché il 2026, ancora più dell’anno precedente, è ufficialmente l’anno dell’unfollow. Le statistiche, per una volta, non mentono. L’analisi basata sui dati Audicom-Audiweb diffusa a novembre dello scorso anno aveva segnalato una lieve contrazione dell’uso dei social network in Italia. Più che una fuga, però, si trattava di un segnale, confermato nel 2026, di disaffezione del loro uso: si abbandonano alcune piattaforme e ci si concentra su poche app dominanti, soprattutto video. I social diventano sempre più media, motori di ricerca e canali di acquisto e informazione, integrando l’IA e riducendo la dimensione relazionale tradizionale. Perché? C’entra l’enshittification (neologismo terribile quanto il concetto che esprime, eletto parola del 2024 dal prestigioso dizionario australiano Macquarie), quel processo di progressiva “merdificazione” dei servizi online che sta interessando social media, così come Airbnb, Amazon, Netflix e affini.

Ovviamente non è la sola motivazione: la tendenza al digital detox sta prendendo piede a mano a mano che le persone constatano da un lato gli impatti negativi della connettività costante sulla salute mentale e fisica, dall’altro i benefici di tornare alla vita offline. I social stanno diventando sempre meno “sociali e socievoli”, privati di esperienze personali, ingabbiati in un’offerta contenutistica confezionata da un algoritmo. Sovraccaricate da informazioni, tossicità e shitstorm, sempre più persone preferiscono lo scrolling infinito e passivo alla partecipazione diretta, lasciandosi naufragare nello slop, quel mix di contenuti privi di scopo o valore che scorre come sfondo costante del nostro quotidiano. Una brodaglia nella quale sempre più contributi sono destinati a essere generati automaticamente dall’AI.
Secondo Lia Haberman – consulente strategica, docente, autrice e figura di spicco nel panorama del digital marketing e della creator economy – il contenuto non è più qualcosa di statico creato da qualcuno e diffuso, ma sta diventando un concetto fluido, generato e masticato più volte dall’AI in risposta alla domanda degli utenti. Il feed ci osserva e ci offre ciò che (quantomeno a suo avviso) desideriamo. Abbiamo a disposizione qualche uscita di sicurezza? Una, staccare la spina. L’altra, trovare reti reali cui aderire o tornare ad apprezzare la solitudine. Come dicevano gli antichi: beata solitudo, sola beatitudo. Il nuovo imperativo, allora, è “desozialisation”. Non però allo scopo di isolarsi da tutto e tutti. Bensì di risocializzarsi meglio, con sè e con gli altri.
Forse le prime a intercettare il bisogno di ridurre lo stress tecnologico sono state le strutture hospitality: nei primi anni Dieci, infatti, cominciarono a comparire stanze no wi-fi in hotel che proponevano l’esperienza di disconnessione come un lusso trasgressivo. In Italia, è diventato famoso l’Eremito, aperto nel 2013 in Umbria, uno dei primi hotel digital detox. Negli anni si è creata un’offerta di alto livello sempre meglio formulata. Il resort Habitas AlUla, per esempio, aperto nel 2021 in Arabia Saudita e ricavato all’interno di un’antica oasi nei canyon desertici della valle di Ashar, è stato progettato per sintonizzarsi con l’ambiente circostante, spazi apertissimi su un paesaggio unico e imponente.

Niente veti, come all’Eremito, solo un sottinteso: la wi-fi c’è, ma davvero preferisci lo slop a tutta questa vita reale? Dagli anni Dieci il digital detox ha fatto tanta strada, ossigenando altri ambienti. Si è capito che sul lavoro è altrettanto necessario, emancipandosi dall’appannaggio esclusivo di multinazionali illuminate. Rappresentativo è l’esempio del Noi Techpark, parco tecnologico nato nel 2015 negli spazi dell’ex-Alumix, distretto di trasformazione dell’alluminio sorto attorno agli Anni 30 vicino Bolzano. La piccola cappella aperta nel 1952 per i dipendenti, dopo un progetto di restauro completato a settembre 2020 dallo studio Draw di Bolzano, è stata convertita in uno spazio laico dalla dichiarata vocazione detox, ogni attività svolta al suo interno non ammette l’uso di apparecchi digitali.
E per un sano e consapevole isolamento nella vita quotidiana? Ci pensa il design. Domain Architects, studio di architettura cinese con base a Shanghai, lo scorso luglio ha presentato Cave Chair. Ispirata alle grotte naturali, la seduta offre un soffice rifugio in cui rintanarsi al bisogno. Analogamente, Inner design, brand belga emergente nato nel 2024, ha lanciato Shanti, una sedia dotata di copertura a ventaglio che, con un gesto, consente di isolarsi dall’ambiente circostante. Ma veniamo al re del nostro quotidiano: il cellulare. La divisione degli Emirati Arabi Uniti di Ikea ha lanciato lo scorso ottobre il letto per smartphone, un caricatore notturno che premia l’inutilizzo del telefono prima del sonno. Se non lo si usa per almeno sette ore e sette giorni di fila, scatta un buono sconto da sfruttare (ovviamente) da Ikea. I più coraggiosi possono invece acquistare apparecchi che fanno solo i telefoni, come l’indistruttibile Nokia 1110 del 2005: niente scroll, poche funzioni basiche e una forte dichiarazione d’intenti.

Se invece il silenzio dell’isolamento spaventa, la musica ci viene in soccorso. Sono infatti numerosi gli artisti che stanno indagando la dimensione introspettiva come risposta/rifugio allo slop, Silvia Cignoli è fra questi. Chitarrista classica ed elettrica, musicista versatile, spazia dalla musica classica alla contemporanea, dall’improvvisazione radicale all’avant-rock. Dal 2024 è direttrice artistica di Sonica Eterea, una rassegna che esplora orizzonti sonori innovativi immergendo piccoli concerti in luoghi ricchi di storia tra Pozzo d’Adda e Vaprio d’Adda, in Lombardia.
Persino il baluardo delle app di incontri sta registrando defezioni. La Sexcession (crasi per recessione sessuale) registrata in molti Paesi racconta che la Gen Z preferisca la solitudine o le amicizie platoniche allo stress di un’interazione digitale non soddisfacente. Una rivoluzione online con conseguenze reali tra le piattaforme di dating: Bumble ha perso quotazioni in borsa e ha dovuto tagliare il 30% della sua forza lavoro. Match, che possiede Hinge e Tinder, ha ridotto i dipendenti del 13%, dopo un crollo pari all’8,7% degli utenti paganti. Sulla scia di questa crisi, il fondatore di Hinge, Justin McLeod, ha lasciato la guida operativa a fine 2025 per lanciare una nuova startup, Overtone, che sfrutta l’intelligenza artificiale per ridurre lo stress dello swiping e aiutare le persone a incontrarsi fuori dalle app.

Tornati alla vita reale, ci troviamo a caccia di relazioni autentiche, schivando gli smombie. Ricerca non facile, ma nuove liturgie stanno emergendo. La prima edizione del Digital Detox Festival – a giugno scorso a Sauris, in provincia di Udine – si è tenuta proprio con l’intento di divulgare una gestione consapevole della tecnologia all’insegna dell’equilibrio fra vita on e offline. Tra i cerimoniali del dating si sono riscoperte le opportunità dei running club, per esempio, o gli eventi dal vivo organizzati dalle app di incontri stesse, dalla modalità Festival di Tinder agli eventi Bumble Irl, in real life.
Contro la solitudine delle metropoli sono le cene milanesi del circuito Social Music Dinner o il format Time Left, lanciato da Maxime Barbier a Lisbona nel 2022 e poi nel resto d’Europa. Ma anche altri ambiti, con le rispettive community, si sono (ri)aperti. Istituzioni novecentesche delle relazioni giovanili come i night club hanno svecchiato l’offerta formulando il soft clubbing – no cellulare e no alcolici – per consentire alle persone di vivere esperienze senza alterazioni. Si è parlato molto di The Offline Club: fondato nel 2021 ad Amsterdam, in pochi anni ha aperto anche a Londra, Parigi e Milano. Durante gli eventi – a pagamento in bar o spazi dedicati – i partecipanti consegnano i telefoni all’ingresso. E per un paio d’ore s’alternano attività individuali ricreative a interazioni con le altre persone. Il ritrovato desiderio di contatto reale ispira infine l’arredo urbano mentre l’interior design rimette la socialità al centro. Come la collezione firmata Jean Nouvel per Coalesse, presentata a maggio 2025 all’Icff di New York, pensata per favorire il lavoro collaborativo e la conversazione.
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