“Se mai dovessimo incontrarci il giorno del giudizio”: Wittgenstein oltre il genio
E se Wittgenstein non fosse un angelo? Se lo chiedevano ridendo sotto i baffi gli amici che lo frequentavano prima che diventasse Wittgenstein, quando aveva ventotto-trent’anni, erano tutti incantati dalla “nobile bellezza del suo volto” e dal suo eloquio – che partiva esitante, balbettante, poi prendeva vigore come un fiume in piena per smorzarsi di nuovo e tornare sommesso – e che lo ritraevano nelle caricature (tutte poi perdute in epoca hitleriana) in cui appariva intento ad ascoltare brani di Brahms e Schubert e a ragionar di Mörike e Tolstoj. L’ironia benevola della domanda-didascalia di uno di quei disegni lascia capire come il sospetto che invece Wittgenstein un angelo lo fosse serpeggiava eccome tra gli adepti del periferico e privilegiato circolo di Olmütz in cui il futuro filosofo era piombato, come caduto dal cielo, in un giorno d’autunno del 1916. C’era la Guerra, la Grande, e il rampollo della famiglia di miliardari viennesi – il papà era un magnate dell’industria siderurgica – era partito volontario come soldato semplice già nell’agosto 1914. In un paio d’anni fu promosso caporale e distaccato alla scuola per ufficiali di Olmütz, appunto, cittadina morava ancora per poco, finché durò l’impero asburgico, presto compresa nella Cecoslovacchia e oggi in Repubblica Ceca con il nome di Olomouc. Vi trascorse svariati mesi prima di tornare sul fronte orientale – il più sanguinoso – del conflitto, tra la Galizia e la Bucovina, e proprio durante questo intervallo di addestramento militare “il celebre e importante architetto” Adolf Loos, quello di “Parole nel vuoto”, venuto a sapere che il giovane si trovava in zona, lo pregò di presentarsi a casa Engelmann per portare i suoi saluti a Paul, allievo della Loos Bauschule e suo collaboratore.
Fu così che, in un pomeriggio di sole settembrino, Ludwig Wittgenstein suonò alla porta del “palazzo sulla Mauritzplatz”, come affettuosamente era chiamato da chi lo frequentava. In realtà l’edificio stava in una buia traversa della piazza con la splendida chiesa di San Maurizio e constava di pochi stanzoni tetri e scomodi con decrepiti pavimenti di assi verniciate. Vi dimorava un commerciante fallito, costretto a reinventarsi rappresentante assicurativo per mantenere dignitosamente la famiglia, e la moglie di lui, Ernestine, madre di Paul, figlia della grande borghesia decaduta e musa della cerchia di artisti che si raccoglieva attorno a lei per le sue serate di poesia e musica a quell’indirizzo. Il giorno in cui vi arrivò e chiese di Paul, Wittgenstein fu accolto dalla domestica e accompagnato in una stanza illuminata solo da un’angusta finestrella. Quando lo raggiunse, Engelmann vide, in piedi sotto un raggio di sole, un uomo in uniforme che sembrava molto più giovane della sua età. Indossava il Waffenrock, l’elegantissima divisa da società degli artiglieri dell’esercito imperiale, marrone cioccolato con colletto alto e polsini rosso cinabro. Una tenuta “di inconfondibile, classica bellezza, com’erano le uniformi austriache di una volta”, avrebbe ricordato oltre quarant’anni dopo Engelmann ancora impressionato da quella apparizione. Un angelo.
Lo era? La storia dell’amicizia giovanile tra i due lascia aperto l’interrogativo e il libro che la ricostruisce – con dovizia di documenti originali, in primis le lettere che Wittgenstein e Engelmann si scambiarono per un quindicennio e oltre, più note, commenti, bibliografie e ricordi sapientemente orchestrati dal traduttore e curatore Daniele Pisani – incoraggia il dubbio più intrigante nel lettore. A cominciare dal titolo scelto dall’editore Giometti&Antonello di Macerata: “Se mai dovessimo incontrarci il giorno del giudizio”.
La storia dell’amicizia giovanile tra Wittgenstein ed Engelmann è ricostruita nel carteggio “Se mai dovessimo incontrarci il giorno del giudizio”
Era un’espressione che Wittgenstein impiegava spesso, con gli occhi bassi e l’aria assorta. Rimorsi di coscienza? L’inquietudine tormentava il genio austriaco, come attestano, oltre alla sua nutrita epistolografia, i diari, le conversazioni, i “Pensieri diversi”: espressioni del formidabile legame a doppio filo tra il pensiero e l’esistenza del filosofo che fece dell’autenticità la cifra della propria ragion d’essere. Il termine “autenticità” non è suo ma del coscritto Heidegger, che era nato come lui nel 1889. L’amico Engelmann, riferendosi a quella qualità o aspirazione di Wittgenstein, la chiamò più di una volta “purezza”. Wittgenstein preferiva parlare di “decenza”, Anständigkeit, parola penalizzata da ogni tentativo di traduzione, perché in “decoro”, “buone maniere”, “convenienza” risuona tutta la fatuità del conformarsi a regole di bon ton, norme di comportamento, opportunismi di facciata. E’ invece più un essere all’altezza, nel senso della dignità morale, della fedeltà a se stessi, dell’adeguatezza al proprio compito. I turbamenti del giovane Wittgenstein nascevano appunto dalla consapevolezza di avere un compito e dagli ostacoli che continuavano a opporsi al suo assolvimento. Aveva una grande idea per la testa negli anni in cui sfogava il proprio malessere a cuore aperto nelle lettere a Engelmann e nelle lunghe discussioni con lui. Un’idea arrivata “per ispirazione”, l’unica provenienza che, dal suo punto di vista, la rendesse credibile e preziosa. La sua elaborazione stava prendendo forma nella sequenza di proposizioni numerate del “Tractatus logico-philosophicus” di cui proprio al fronte mise a punto l’elaborazione e la stesura, ultimata nel corso di una licenza nel 1918 e corretta durante la prigionia a Monte Cassino. La fervida gestazione del suo capolavoro, che sarebbe stato l’unico testo pubblicato in vita da Wittgenstein, la ricerca determinata e disperata, grottesca col senno di poi, di un editore disposto a pubblicarlo, la messa a fuoco del suo nocciolo, la sua motivazione, il suo nucleo vivo, ovvero ciò che la scrupolosa definizione dei confini del linguaggio imponeva di tacere ma che non si poteva dimenticare – a meno di non continuare ad andare su e giù per quella famosa, raffinatissima scala trascurando di considerare dove conduce – sono i temi del confronto, personale e epistolare, tra il filosofo all’epoca ancora sconosciuto e l’amico architetto quattro anni più giovane di lui. Che ci sia poi, punto di incontro per un’occasionale collaborazione e apparente punto di rottura tra i due, anche il motivo dell’architettura è vero, è sommamente interessante ma è di secondaria importanza. Aiuta però, come un magnete la limatura di ferro, a orientare tanti dettagli dell’agiografia wittgensteiniana per farne un apologo.
Accadde infatti che, nel novembre del 1925, Margaret, una delle sorelle di Wittgenstein, sposata al miliardario americano Jerome Stonborough, convocò Engelmann nella sua villa di Gmund – “Villa Toscana”, perché era stato Leopoldo II di Toscana a farla costruire – per commissionargli la progettazione di un palazzo sulla Kundmanngasse, sua futura dimora viennese. L’altra sorella, Hermine, con la madre di Wittgenstein, già anni prima aveva invitato Engelmann a progettare il rinnovamento della casa di Neuwaldegger Strasse, dove Wittgenstein era nato, e pareva entusiasta del suo operato – “disegna come un forsennato”, “lavora in modo egregio”, “non faremo mai costruire nulla se non da lui”, scriveva al fratello nel 1917 – finché Ludwig, arbitro inappellabile anche in fatto di estetica per le decisioni di famiglia, non ci mise becco disapprovando le pensate dell’amico e prese in mano la cosa. Engelmann quella volta batté in ritirata senza discutere, ammise di avere male interpretato le esigenze della committente, di essere stato fin dall’inizio poco convinto delle proprie soluzioni e rinunciò all’incarico. Come dargli torto? La superiorità intellettuale e spirituale (indubbiamente anche economica, almeno allora, di fronte a tutte quelle case e a quei miliardi) dell’amico carismatico e venerato lo lasciò senza argomenti. Nel 1925, otto anni dopo, i rapporti di forza erano lievemente cambiati, ma la dinamica di usurpazione-prevaricazione-sottrazione del progetto fu la stessa.
Margaret, sorella del filosofo, convocò Paul Engelmann, allievo della Loos Bauschule, come architetto a Vienna. Poi Ludwig ci mise becco
Intanto Wittgenstein non aveva più un soldo, dopo la guerra aveva rinunciato alla sua fetta della cospicua eredità paterna in favore dei vari fratelli e sorelle (i quali però si impegnavano ad aiutarlo in caso di difficoltà), nonché di una serie di artisti austriaci in ristrettezze economiche per selezionare i quali si era rivolto al direttore della rivista “Der Brenner” di Innsbruck Ludwig von Ficker. Tra i beneficiati, Rilke, Trakl, Lasker-Schüler, Kokoschka e lo stesso von Ficker (il quale però di lì a breve fu tra quelli che non si assunsero il rischio di pubblicare il “Tractatus” sulle pagine del periodico). Tra l’altro, per compiere un simile “suicidio finanziario” senza possibilità di tornare sui suoi passi, Wittgenstein fece impazzire il notaio costringendolo ad approntare clausole su clausole che gli impedissero qualsiasi ripensamento. L’eclatante scelta pauperistica nasceva dalla stessa passione per l’autentico che lo frenava dalla tentazione di pagare un editore per farsi stampare il “Tractatus”. Sarebbe stato indecente comprarsi la pubblicazione del testo. Il mondo doveva accettarlo. “O è un’opera di prim’ordine o non lo è”, diceva, “nel primo caso non importa che esca tra uno, venti o cento anni“, nel secondo sarebbe stato lui il primo a non volerlo vedere stampato. A incoraggiarlo nel compiere un passo tanto coraggioso fu anche la coerenza con cui credette senza riserve al verbo dei Vangeli che lui, ebreo di origine ma di famiglia convertita al cristianesimo, lesse e rilesse nella riduzione straordinaria che ne diede Tolstoj. “Innanzi tutto non possedete niente di proprio, non portate con voi niente, né una sacca, né pane, né denaro, soltanto il vestito che avete addosso, nonché i calzari”. Al fronte lo chiamavano l’uomo dei Vangeli. Aveva scovato il Vangelo di Tolstoj in una libreria della città galiziana di Ternów e lo portava sempre con sé come un talismano. Ci furono però anche altre letture edificanti a sostenerlo nella decisione di trasformare la sua vita. “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, specie nella figura di Alëša, che al contrario di Ivan non possedeva nulla e pertanto non doveva preoccuparsi di nulla. I “Racconti popolari”, ancora di Tolstoj. Erano le letture che, finita la guerra, tornato dalla prigionia, il reduce spiantato, abbracciata la professione di maestro alle scuole elementari che svolse per sei anni in vari paesini di campagna, proponeva ad alta voce anche ai suoi alunni, con soddisfazione propria e della scolaresca. Bertrand Russell, che lo avrebbe aiutato a pubblicare finalmente il “Tractatus” a Londra, in edizione bilingue anglo-tedesca nel 1922, e che come i neopositivisti del circolo di Vienna, come i filosofi analitici che avrebbero fatto del primo Wittgenstein un loro precursore, considerava il suo scritto un’opera di logica, non si capacitava: “E’ diventato un mistico, legge Kierkegaard e Silesius, sta pensando di farsi monaco”, scrisse perplesso in una lettera.
La travagliata pubblicazione del “Tractatus”: sarebbe stato indecente comprarsela. “O è un’opera di prim’ordine o non lo è”
Wittgenstein lo aveva previsto: nessuno lo avrebbe capito, “anche se a me sembra tutto limpido come il cristallo”. Tra l’altro, anche il suo impiego di maestro, per ottenere il quale lui che aveva frequentato ingegneria a Berlino e logica a Cambridge, si era pure rimesso a studiare – pedagogia, esercizi pratici, igiene, calligrafia, canto… – stava per finire: accusato di maltrattamenti per lo schiaffo dato a un ragazzino che poi era svenuto, fu prosciolto allorché si dimostrò che il bambino soffriva di leucemia ed era soggetto a svenimenti, ma lasciò comunque la scuola.
Fu in questa fase, di crisi per il filosofo incompreso e senza occupazione, che Engelmann lo coinvolse nel progetto della casa sulla Kundmanngasse cui lavorava da mesi e per il quale aveva già concepito l’impianto di base e la distribuzione dei vani. Wittgenstein entrò in cantiere a gamba tesa e si impose, lasciando la sua impronta non solo sull’arredo degli interni e sui dettagli: le minime modifiche dettate dalla potenza configurante del suo sguardo trasformarono persino lo schema strutturale pensato dall’amico. Il suo “predominio spirituale” e la sua “superiorità creativa” furono a tal punto incontestabili, commentò sua sorella, Margaret Stonborough, la padrona di casa, che “io e Engelmann siamo diventati piccoli così”. Un tiranno.
Engelmann, interprete ingenuo e dilettante, colse meglio di tanti professoroni il senso profondamente spirituale dell’opera dell’amico
Impunito. L’edificio, ovviamente, sarebbe rimasto la “Wittgenstein Haus”, una sua creazione (oggi ospita l’Istituto bulgaro di cultura). E Engelmann, l’amico angariato e calpestato con cui nel periodo a Olmütz discuteva fin nel cuore della notte delle proposizioni del “Tractatus” – dopo le serate al palazzo sulla Mauritzplatz Paul riaccompagnava Ludwig fino al suo alloggio in un sobborgo accanto al poligono di tiro ma, presi dalla conversazione, spesso tornavano indietro fino a San Maurizio per rifare due volte la strada –, l’ascoltatore innamorato dei suoi ragionamenti, talmente in sintonia da riuscire a intuirli e anticiparli – se Wittgenstein balbettava e a fatica formulava i suoi pensieri “ecco che arriva Engelmann e me li estrae con il forcipe”, ammise –, l’interprete ingenuo e dilettante del “Tractatus” che, meglio di tanti professoroni e luminari, ne aveva colto, nell’idea sostanziale del “mistico” e dell’“inesprimibile”, il senso profondamente spirituale – “quando rivolge i suoi immensi sforzi a delimitare con meticolosa esattezza quel che nel linguaggio si può dire, non è per tracciare la sagoma di quest’isola ma i limiti dell’oceano”, riassumeva –, nel prosieguo dei loro opposti destini (l’uno sarebbe diventato professore a Cambridge, l’altro sarebbe emigrato in Palestina) lo avrebbe perdonato. Anche se, chissà, dovessero incontrarsi il giorno del giudizio…
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