Libri spariti e ritrovati raccontano una Napoli spettacolare
L’editoria di un paese, diceva Bobi Bazlen, si giudica frequentando le sue bancarelle. Tra quelle di Port’Alba e piazza Dante, tra le piccole librerie indipendenti che corteggiano il passato per non farselo scappare, può cominciare la caccia a ritroso a quei volumi in cui si racconta Napoli per chi vuol capirla di più. Sono libri spesso assenti nelle debordanti metrature dedicate, nei negozi di catena, a una città ferace di nuovi testi che parlano di lei mescolando il classico all’inutile, l’irrinunciabile al seriale, il lezioso localismo e la saggistica importante, com’è normale che sia. Per il resto, de gustibus: la lettura non deve infliggersi dogmi e se diverte di più immaginare Matilde Serao come detective che conoscere un suo articolo o un suo libro, liberissimi di farlo. “Dove c’è gusto non c’è perdenza”: al termine scoprirete gli assassini e nuovi fantasiosi emulatori, giusto il tempo di imbastire una trama, saranno invogliati a diplomare investigatori anche Giambattista Vico, il Re Nasone o l’effimero Gioacchino Murat (se li hanno già “taggati” per un noir nessuna sorpresa, i funzionari editoriali sono sempre più avanti).
Opere spesso assenti nelle debordanti metrature dedicate a una città ferace di nuovi testi, che parlano di lei mescolando il classico all’inutile
Malgrado tutto però, to the happy few, sarebbe un peccato negarsi certi tesori di carta, qualcuno celebrato ma tanti dimenticati, che illuminano i cammini squarciando inattesi percorsi nella città più generosa a mostrarsi e più astuta nel dissimularsi, ammesso che non si preferisca risolverla nella dicotomia tra sfogliatella e kalashnikov per sistemare bene e male e sentenziare “qui fu Napoli” senza pensarci su.
Bisognava leggere la tetralogia de L’amica geniale e prima ancora Gomorra per non perdersi quei pezzi del suo mondo con cui Napoli è stata narrata. Bisognerebbe rileggere ogni tanto Ferito a morte di Raffaele La Capria e le altre pagine che dedicò alla città (molte, moltissime) per capirne pure più di un pezzo, perché la grande scrittura invita sempre a essere rivisitata: ogni volta è diversa però sembra la prima. E non c’è stagione migliore, per riaprire La Capria, di un’estate di belle giornate accompagnando a pendant del romanzo la visione di Leoni al sole, capolavoro di malinconica vitalità scritto assieme a Vittorio Caprioli per celebrare l’effimera stagione dei vitelloni napoletani in una Positano apparentata a Capri. Quella borghesia sapeva raccontarsi perché sapeva vivere, anche con una certa insania di cui fu emblema Pelos La Capria, fratello di Dudù. In più sapeva leggere: il compianto critico Francesco Durante rievocava la “folla di professionisti e anche di politici ciascuno dei quali aveva letto minimo minimo mille libri e sapeva ricordarsene il contenuto, o la temperatura”: avvocati, notai, commercialisti come il padre di Antonio Franchini, collezionista appassionato che il figlio in un dialogo interiore ricordava così: “Catalogavi insieme, senza fare differenze, libri preziosi, ordinati sui cataloghi dei bibliofili, e tascabili ingialliti dal sole dell’estate negli espositori dei giornalai. Adesso sono tutti in queste scatole, accomunati dall’affanno di chi ha disfatto quegli scaffali dove ebbero la loro sistemazione duratura”.
“Una spirale di nebbia” di Michele Prisco vinse il Premio Strega nel 1966, per poi finire dimenticato. Utopia l’ha appena ristampato
Un grande romanzo sulla Napoli bene, che fu indagine psicologica ma che rendeva conto anche della realtà politica del momento è Una spirale di nebbia di Michele Prisco. Vinse il Premio Strega del 1966, cinque anni dopo La Capria. Il grande pubblico lo ha dimenticato, ma ora si può recuperare facilmente grazie alla ristampa appena fatta dall’editore milanese Utopia: sarà l’occasione per comprendere meglio quegli anni e una mentalità, per confrontarsi con un testo lento come gli sceneggiati televisivi d’una volta, fitto di ipotassi, dal lessico alla portata del lettore medio di allora, ma che risulta impervio oggi. Se al quarto rigo della prima pagina, trovando “cereo madore”, qualcuno chiuderà il volume, potrà consolarsi con gli ultimi romanzi in uscita e recupererà l’autostima. I più tenaci invece si lasceranno pigliare dalla storia, che incornicia un incidente di caccia assai dubbio (non facciamo spoiler) nello scontro politico tra la vorace borghesia democristiana campana e l’opposizione comunista, tra le spiagge di Posillipo e i night club di Ischia Porto. Il film Le mani sulla città è di tre anni prima, il malaffare era assurto a materiale narrativo mentre la camorra veniva ancora ricordata come cosa di un passato remoto: è l’epoca dei guappi nello stile di Luigi Campolongo, il “sindaco del Rione Sanità”, che “s’inchinavano alla scienza e alla religione”, come scriveva Giuseppe Marotta, e “dicevano ‘servo vostro’ a Benedetto Croce e a San Gennaro” ma già allora risultavano in corso d’estinzione. Soppiantati da coloro che “uccidono all’improvviso e fuggono”. Sono brani da Il teatrino del Pallonetto, pubblicato postumo perché l’autore era morto con la penna in mano in quel 1963 che vide uscire il film denuncia di Francesco Rosi. Vale la pena cercare questo libro dimenticato o ripescare una copia de Gli alunni del sole, che avrebbe ispirato anni dopo Luciano De Crescenzo per Così parlò Bellavista. Altre opere di Marotta sono state ristampate dall’editore Polidoro e raccontano di una città assai diversa da oggi, eppure la lettura non si rivela tempo perso per gli stessi motivi che giustificano la visita ai musei o alla Napoli sotterranea, e poi perché Marotta scrive benissimo (però guai a marotteggiare): se assunto anche in minima quantità giornaliera è comparabile al cucchiaino di magnesio contro la spossatezza. Dichiarò: “La mia città fu, ed è, e sarà in ogni epoca, un libro di tutte le favole”. Chi conosce quelle del passato è più attrezzato a interpretare le cronache del presente. Non è semplice nostalgia.
Non c’è stagione migliore, per riaprire La Capria, di un’estate di belle giornate, accompagnando al romanzo la visione di “Leoni al sole”
Ha bagnato nella realtà le fiabe, o ve le ha asciugate, uno scrittore molto diverso per anagrafe, poetica e cultura come Erri De Luca. Montedidio, che è del 2001 ma ambientato negli anni del Pallonetto di Marotta e di Ferito a morte, condensa nello sguardo di un adolescente che scopre l’amore il succo di una città plebea e faticatrice, ancora memore della guerra, desquamata dai luoghi comuni e dal folklore eppure incantata, dove il personaggio di Rav Daniel alias Rafaniello, angelico ciabattino ebreo napoletanizzato, spiega anche perché le recenti dichiarazioni di De Luca sul conflitto a Gaza non dovevano stupire.
Erri De Luca ha bagnato nella realtà le fiabe. “Montedidio” condensa nello sguardo di un adolescente il succo di una città plebea e faticatrice
Alla fin fine ogni racconto è sempre una questione di sguardi, di occhi o di occhiali, come nella straordinaria storia della bambina miope che apre Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese del 1953 (se una lettura fosse obbligatoria, forse sarebbe proprio questa).
Le affermazioni apodittiche vanno spese con parsimonia, ma è certo che per afferrare il senso di Partenope si deve accedere ai suoi codici irrazionali, e che aiuta averli letti da chi prima di noi li ha decrittati o perlomeno intuiti: perciò, malgrado fosse ancora acerba, la Ortese di un decennio prima de Il Monaciello di Napoli catturava l’essenza del folletto domestico tuttora operativo nell’immaginario collettivo, anche se lei già allora temeva la demolizione della “credenza nell’irreale ch’era tanta parte della nostra vita”. Lo scetticismo, come per le fate di Peter Pan, sterminava i monacielli; quelli che sopravvissero agli increduli “partirono, non so quando, e mai più fecero ritorno”. Fu per fortuna un pessimistico sbaglio: gli incontri con monacielli e “spiritilli” sono rimasti accessibili. Loro “possono essere sodali quotidiani, amici in carne ed ossa – sebbene trasparenti e mai ‘acchiappabili’ – di bambini e di minime creature, stralunate e solitarie. Degli orfani, per esempio. Degli abbandonati. Dei dimenticati, ‘da Dio e da tutti’, come si usa dire”: parole dell’attore e drammaturgo Enzo Moscato, morto nel 2024, di cui avarissime sono le tracce editoriali. Va messa nel carrello Archeologia del sangue (1948-1961), parziale e impressionistica autobiografia pubblicata da Cronopio.
Per accedere ai codici irrazionali di Partenope aiuta leggerli da chi prima di noi li ha decrittati. Come Anna Maria Ortese nel “Monaciello di Napoli”
Per chi non ha veduto o non ricorda Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, è illuminante la spiegazione di Ruggero Cappuccio nel romanzo visionario di sedici anni fa Fuoco su Napoli, in cui s’immaginava la disastrosa apocalisse dei Campi Flegrei: “Un popolo con una grande storia ha sempre alle spalle il ricordo di molti rumori e molti fantasmi. Tradirli non è bene. E non è bene dimenticarli”. Il timore espresso da Anna Maria Ortese è ribadito e rigirato nei retorici quesiti di una nonna alla nipote: “E’ più inquietante un fantasma che appare o uno che scompare? Io mi domando, per un essere umano o per un popolo è più sconcertante la materializzazione dei suoi fantasmi o è più sconcertante la loro scomparsa?”. Perciò, anche se è sempre meno maneggiata la chiave onirica prefreudiana della Smorfia, Erri De Luca la richiama ancora nella tombola spiritica de La doppia vita dei numeri. Perché, precisa, “i fantasmi non possono essere abrogati”. Fermentano, sotto la crosta di una modernità globalizzata e della plastificazione turistica, gli elementi di un’irrazionalità fattasi più selvaggia perché meno incanalata nei rituali famigliari e collettivi, necessari anche quando originavano la preoccupante sociopatia del Lotto. Non è difficile, per approfondimento storico, procurarsi una ristampa de Il paese di Cuccagna di Matilde Serao, che fu secondo Prisco “veramente la testimonianza del patto d’amore concluso fra la scrittrice e la città”.
Quella passione che “conduce spesso a perdizione”, e la cabala in cui entra “anche un po’ la coda del diavolo”, diedero materia al feuilleton noir di ambientazione napoletana del milanese Emilio De Marchi, Il cappello del prete, raccolto in volume nel 1888 e da cui fu tratta nel 1970 una miniserie tv per la regia di Sandro Bolchi (su RaiPlay Sound c’è anche l’audiolibro). Tuttavia il padre indiscusso del genere, mal compensato dai contemporanei e un po’ poco dai posteri, fu nel 1851 con Il mio cadavere Francesco Mastriani, il cui spirito presumiamo si aggiri ancora povero ma incuriosito tra le decine di case che abitò e le centinaia di vicoli che frequentò e traspose nei romanzi d’appendice. La prosa è datata, presume pazienza, però il coraggio di chi affronta I vermi e I misteri di Napoli, che il fiorentino Gherardo Casini ripubblicò negli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, sarà ripagato con quel decimo di visus aggiuntivo che garantisce ogni lettura giudicata inattuale.
E’ sovente uno sguardo estraneo, privo delle cataratte abitudinarie, a rilevare spigoli della città che gli abitanti hanno arrotondato. Fu capace di raccontare l’attività inquietante di certi fantasmi, che si perpetua nei secoli, il madrileno Ramón Gómez de la Serna ne La mujer de ámbar, una novella purgatoriale in cui lo spirito di Lucia risale dalle ombre (il teschio omonimo, col velo di sposa, ispira ancora fervida devozione nell’ipogeo della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, in via Tribunali). Pubblicata in italiano soltanto nel 2017 dall’editore Marlin, La donna d’ambra è già di difficile reperimento e fu frutto del lungo soggiorno partenopeo dell’autore, il quale collaborò negli anni Venti del Novecento al quotidiano Il Mezzogiorno e ne falcidiò gli abbonati con le puntate di “arditezza indecente” de Il dottore inverosimile (Dall’Oglio ristampò la surreale operetta nel 1951 e nel 1964). Sono “stranieri” anche alcuni tra i migliori narratori dei tempi terribili della Seconda guerra mondiale. Chi visita il ricovero antiaereo sotto piazza San Gaetano non dovrebbe ignorare La pelle di Curzio Malaparte e Napoli ‘44 di Norman Lewis, rispettivamente un grande romanzo e un diario interessante che hanno incontrato maggior fortuna di un’opera pure meritevole: Vesuvio di Emmanuel Roblès, francese d’Algeria che fu a Napoli come corrispondente di guerra e pubblicò nel 1961 questo romanzo prezioso per ambientazione e stile però quasi introvabile. Chi è fortunato può recuperarne la traduzione italiana realizzata in formato tascabile nel 1994 da Tullio Pironti, campione dell’editoria indipendente che fu il genius loci di piazza Dante nella sua libreria fino alla morte nel 2021.
Da “La pelle” di Curzio Malaparte a “Napoli ’44” di Norman Lewis a “Vesuvio” di Emmanuel Roblès, i tempi terribili della Seconda guerra mondiale
Irrinunciabile racconto della guerra resta però Satyricon a Napoli ‘44. Fra Santa Chiara e San Gregorio Armeno del maestro Roberto De Simone. Vi si rivive la città investita dalle bombe e dai prodigi dei santi, percorsa dalle jeep americane e dalla musica nelle vicende di un ingenuo ma arguto ragazzino che si decise a raccontare quei giorni solo quando divenne vecchio. Il libro uscì a ridosso del Natale 2014 per Einaudi ma ora per leggerlo, in attesa dell’auspicabile ristampa, o si ricorre al Kindle o si sborsa un prezzo d’affezione (la copia usata è venduta a 56 euro su Amazon e Ibs).
Sembra essere un destino dei libri belli ma inconsacrati quello di rendersi fuggevoli, di optare per recessi paralleli, di lasciarsi sopraffare dalle quintalate dei nuovi volumi quasi ad arricchire il proprio fascino, per regalare a chi riesca a scovarli una gioia che si raddoppia quando il prezzo è un affare – e non è per i soldi, i bibliopatici lo sanno. Poi all’improvviso, tuttavia non sempre, certi testi tornano in vetrina freschi di tipografia: per De Simone è accaduto con Il presepe popolare napoletano, che prima della riedizione del 2025 si rinveniva a prezzi amatoriali. E’ accaduto per Malacqua di Nicola Pugliese, uno dei romanzi più belli del secondo Novecento che fotografa la Napoli degli anni Settanta di cui ormai vaga idea si può fare il turista. Pubblicato nel 1977 da Einaudi per volontà di Italo Calvino, poi diventato di culto, cominciò a girare in fotocopia e tornò in libreria soltanto dopo la morte dell’autore, grazie a Pironti, nel 2013. Registrò un nuovo successo editoriale nel 2022 ed è stato tradotto in parecchie lingue con entusiastiche recensioni sui grandi giornali stranieri cui è seguita la ristampa anche degli otto racconti di Pugliese inclusi nel volumetto La nave nera, editore Polidoro, nel 2024.
L’atmosfera di Napoli serba un segreto che i migliori narratori hanno colto, ma solo chi non se n’è lasciato irretire ha saputo comunicare davvero. Si cela nello stacco acustico e cromatico che si percepisce nei luoghi e nei momenti di passaggio tra la luce e l’ombra, tra il sopra e il sotto, e avviene in quell’esiguo lembo dello spazio presente dove si tende il filo tra l’ieri e il domani. Silvio Perrella, in un libro piccolo solo per mole e restituito da poco alle stampe, ne offre varie descrizioni: “Guardo gli ingressi di alcuni palazzi, anche molto belli: spesso sono bui, la luce è una conquista dei piani alti. A volte hanno il retro quasi attaccato a enormi pareti di tufo. Da un lato l’aria e lo spazio, dall’altro il buio e l’umidità”. E ancora: “C’è una Napoli fatta di strade segrete, quasi inaccessibili, eppure vicinissime a strade ben più note e trafficate. Quando ci arrivi, ti colpisce il silenzio che cade improvviso nello spazio. Gli edifici sono messi in modo tale che i suoni della città vanno altrove e lasciano indenni una strada, un palazzo, una curva, un vico Paradiso”. Palermitano fattosi napoletano, Perrella in Giùnapoli (edito da Neri Pozza) propone suggestioni che si possono cogliere solo passeggiando e non a caso dedica un ritratto delicato al camminatore Ermanno Rea, che cominciò a scrivere tardi ma recuperò benissimo la posizione sul presente: Mistero napoletano non è un libro dimenticato né lo sono Nostalgia e Napoli Ferrovia. Si tratta in tutti del rapporto tra la città e chi ritorna dopo avere stabilito una distanza biografica che non è solo geografica e ripassa la memoria al setaccio ascrivendole persino un colore prevalente. Rea, che fu pure fotografo, il grigio lo coglieva di più: “Si potrebbe dire che Napoli è una città che ama soprattutto i grigi, e non soltanto perché li coltivi nel cielo e li pratichi negli intonaci dei palazzi, ma anche dentro di sé, nei propri pensieri più nascosti”. Che valesse per i suoi occhi o che sia vero per tutti chissà. Anche Perrella si rammenta grigia la città però negli anni Settanta, come chi apre Malacqua non può che confermare. “Mi chiedo oggi come sia possibile questa percezione”, riflette lo scrittore. “Eppure il ricordo rimanda una città così, senza lo squillare delle cromie, una città dove piove anche quando non piove. Una città malinconica”.
Il segreto che si cela nei momenti di passaggio tra la luce e l’ombra, tra il sopra e il sotto, colto solo da chi non se ne lascia irretire. Come Silvio Perrella
E’ il lato scabro di Napoli, che si rinviene in certi illuni romanzi oppressi da minuta pioggia come Scala a San Potito di Luigi Incoronato, un racconto del dopoguerra e dei senza casa ricoverati sui pianerottoli del luogo che dà nome al libro. Sono tuttora rimasti com’erano, sicché risalendo da piazza Dante per la singolare architettura delle rampe, chi ha letto quello smilzo testo ricadrà suo malgrado nell’eco di una prosa ossuta da cui è bandita l’euforia che invece si ritrova in altri romanzi disperati ma non disperanti, come Scende giù per Toledo di Giuseppe Patroni Griffi, dedicato a una figura quasi sacrale del presepe umano partenopeo: quella dei femminielli prima che diventassero attrazione folk con la “tombola vajassa” cena inclusa nei bassi dei Quartieri Spagnoli.
Per ogni (arbitrario) scaffale dei libri che resistono al tempo il criterio non può poggiare sulle copie vendute, anche se “da noi”, scomodando Arbasino, “si fanno con serietà le graduatorie fra libri alla portata di tutti, che vanno lodati, e quelli biasimevoli perché di élite”. Biasimevole è dunque Morfisa o l’acqua che dorme di Antonella Cilento, rapsodia vorticosa di quattrocento pagine nella Napoli dell’anno Mille, un’epoca generalmente disertata dalla narrativa perché troppo lontana. Biasimevole è Di questa vita menzognera di Giuseppe Montesano, romanzo distopico sulla trasformazione di Napoli in un allucinante parco a tema da cui sarà difficile fuggire. Il libro, del 2003, non è ripubblicato ma usato ancora si trova. E’ tornato invece sette anni dopo la prima in edizione ampliata, per Rubbettino, Un giorno di questi di Marco Ciriello. Secondo Durante “uno dei più sbilenchi, imprevedibili e geniali scritti su Napoli negli ultimi tempi”: c’è la città degli anni Ottanta come la visse F.P., un cronista di nera testimone di un decennio splendido e cruento tra Massimo Troisi e l’omicidio del giornalista Giancarlo Siani. E’ una generazione, e una vicenda, cui diede voce anche Franchini con L’abusivo, un’opera che continua a vivere e già conteneva semi e personaggi del suo ultimo Il fuoco che ti porti dentro.
Nessuna guida ai libri di Napoli, persino se la mette in coda, può ignorare però la camorra per le tante narrazioni che le si sono sviluppate attorno. Alcuni titoli interessanti sono purtroppo anche ardui da reperire: Il capo della camorra di Ernesto Serao, ultima ristampa nel 1977, spiegava con la cognizione di un cronista sul campo i riti e i figuri di quella “società” vista alla fine dell’Ottocento; anche Mater Camorra di Luigi Compagnone del 1987 ripropone quegli anni torbidissimi che sfociarono nel caso Cuocolo, con il primo maxi-processo e il primo falso pentito della storia italiana nel 1912. Tutto è visto naturalmente con il senno di poi dello scrittore, in un pungente saggio narrativo che gli fornisce lo spunto per ragionare sul presente. E’ di tutt’altro genere Naso di cane del massimo giallista napoletano Attilio Veraldi, uscito nel 1982: l’autore de La mazzetta restituisce attraverso le vicende di un consumato killer una fase cruciale della modernizzazione camorristica.
Nessuna guida ai libri di Napoli, persino se la mette in coda, può ignorare la camorra per le tante narrazioni che le si sono sviluppate attorno
S’arriva, seguendo un’ideale linea cronologica, a I leoni di marmo dell’ex boss Giuseppe Misso: è la storia dell’ascesa criminale di due ragazzini che diventeranno acerrimi nemici, lui e Luigi Giuliano di Forcella. Quell’autobiografia avrà un seguito con Verso un probabile giorno dopo, pubblicato da Mondadori nel 2024 quale silente prodotto derivato di Donnaregina di Teresa Ciabatti, portato alla cinquina dell’ultimo Strega: anche se è trascurabile lo spessore letterario di questi titoli, sicuramente quelli firmati da Misso arricchiscono la comprensione delle dinamiche di un clan guardate dall’interno e la complessa psicologia di un capo camorrista.
Tutto può continuare però in un occasionale o periodico giro a Port’Alba, lasciando che anche il caso faccia da guida per regalare altre gustose incognite che qui dimentichiamo. Perché si sa: parecchie volte sono i libri stessi a scegliere da chi devono andare.
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