Senza la complicità degli imprenditori, il caporalato non esisterebbe: la strage di Amendolara riguarda tutti e tutta Italia
Scrivo in fretta. Scrivo in fretta prima che tutto venga di nuovo dimenticato. Prima che le telecamere si spengano. Prima che i giornali cambino pagina. Prima che l’indignazione venga sostituita da un’altra emergenza, da un’altra polemica, da un altro argomento più comodo. Perché in Italia funziona così. Quattro ragazzi bruciano vivi dentro un furgone e per quarantotto ore ci ricordiamo che esistono. Poi tornano a essere invisibili. Come erano invisibili quando si alzavano all’alba. Quando lavoravano dodici ore nei campi. Quando venivano pagati tre euro l’ora. Quando dormivano in alloggi indegni. Invisibili quando qualcuno li minacciava, li sfruttava, li umiliava. Visibili soltanto da morti.
Eppure questa non è una tragedia improvvisa. Non è una fatalità. Non è una disgrazia. È un sistema. Non è soltanto il racconto di qualche caporale senza scrupoli. È il racconto di una filiera dello sfruttamento che troppo spesso parte dai campi e arriva fino agli uffici. Contratti inesistenti o falsificati. Giornate lavorative dichiarate a metà. Contributi versati e poi restituiti sottobanco. Stipendi che sulla carta esistono e nella realtà spariscono. Lavoratori costretti a restituire una parte del salario per conservare il posto. Un sistema in cui il caporale è l’esecutore ma non il solo beneficiario: con lui l’imprenditore. Per questo nel 2016 il Parlamento approvò la legge 199 contro il caporalato. Una legge che per la prima volta colpiva non soltanto chi recluta la manodopera ma anche chi la sfrutta. Una legge avanzata, considerata un modello in Europa. Ma una legge senza controlli, senza ispettori, senza una reale volontà di applicarla fino in fondo diventa poco più di una dichiarazione d’intenti. Mentre nei campi continuano ad essere calpestati i diritti più elementari. Un sistema che cambia nome ma non sostanza. Prima lo chiamavamo caporalato. Adesso scopriamo che spesso il caporale è soltanto l’ultimo anello di una catena molto più lunga. Dietro ci sono aziende, professionisti, consulenti, intermediari, persone rispettabili che la sera tornano a casa e la mattina partecipano ai convegni sulla legalità.
Tanti mangiano sulla pelle di questi uomini. Le loro storie si assomigliano tutte. Le botte. Le minacce. I ricatti. I salari da fame. I contributi rubati. I contratti falsi. Le giornate lavorate che scompaiono. La dignità cancellata pezzo dopo pezzo. E noi fingiamo ogni volta di scoprirlo. Come se non esistessero da decenni le baraccopoli. Come se non sapessimo dove sono. Come se non conoscessimo i nomi dei territori dove questo accade. Come se non esistessero le denunce, le inchieste, le relazioni parlamentari, i rapporti delle procure, dei sindacati, delle associazioni. Sappiamo tutto. Sappiamo che migliaia di persone continuano a lavorare per tre o quattro euro l’ora. Sappiamo che esistono aziende che costruiscono la propria competitività sullo sfruttamento. Sappiamo che senza la complicità di una parte del mondo imprenditoriale il caporalato non esisterebbe. Sappiamo da almeno quarant’anni. Da Jerry Masslo in poi. Da quando promettemmo che non sarebbe mai più accaduto. E invece accade ancora. Accade perché c’è sempre qualcuno che guadagna. E quando qualcuno guadagna sul dolore degli ultimi, c’è sempre qualcun altro che preferisce voltarsi dall’altra parte.
Per questo la morte di quei quattro ragazzi non riguarda soltanto due criminali arrestati in Calabria. Riguarda noi. Riguarda un Paese che si commuove per due giorni e dimentica per anni. Un Paese che discute ossessivamente di immigrazione ma quasi mai di sfruttamento. Che urla contro gli sbarchi e tace davanti alla schiavitù. Che pretende la frutta perfetta sugli scaffali ma non vuole sapere chi l’ha raccolta. Che si scandalizza davanti alle fiamme ma non davanti ai tre euro l’ora. Che si commuove davanti alle bare ma non davanti ai contratti falsi. Che scopre l’orrore soltanto quando i corpi vengono restituiti carbonizzati. Tra qualche giorno non parlerà più nessuno di Amendolara. Resteranno soltanto quattro tombe lontane da casa. E centinaia di migliaia di persone che domani mattina torneranno nei campi, prima dell’alba, sperando semplicemente di sopravvivere.
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