Siamo davvero soli nell’universo?

Una notte, quando aveva dieci anni, Ash Ellis vide uno strano oggetto passare in volo nel cielo dietro casa sua. Un piovoso lunedì sera di maggio del 2023 ci incontriamo in un pub alla periferia di Manchester, in Inghilterra. «All’improvviso abbiamo visto questo triangolo nero, in alto in alto, che passava veloce e silenzioso. Da allora ho cominciato a interessarmi agli ufo», mi racconta di quel primo avvistamento. Oggi Ellis ha trentaquattro anni e dirige UFO Identified, un gruppo di investigatori amatoriali e appassionati di oggetti volanti non identificati. Lo ha fondato durante la pandemia di COVID-19, mentre era in cassa integrazione dal suo lavoro di mazziere di poker in un casinò locale. Come gran parte delle startup, UFO Identified ha anche un podcast, intitolato Pursuit of the Paranormal, «Alla ricerca del paranormale». E come ogni azienda digitale che si rispetti, vende online i classici articoli kitsch come magliette, portachiavi, spille e penne.
UFO Identified organizza regolarmente sessioni di monitoraggio della volta celeste nelle zone in cui vengono segnalate nuove apparizioni di dischi volanti. Purtroppo, tutti e quattro i membri della squadra investigativa hanno un impiego fisso e possono dedicarsi alle indagini soltanto nel tempo libero, mentre il numero di avvistamenti non verificati è in costante aumento. «È un atto d’amore», dice Ellis. «E un investimento costoso, ma mi appassiona, e collaborando cerchiamo di ottenere quante più informazioni possibili.» Quella che sto seguendo è l’assemblea mensile della divisione nordoccidentale del club. I soci hanno occupato un intero angolo del pub, delimitato da un grosso cartello di tela con tanto di disco volante e descrizioni delle varie attività del gruppo come la ricerca e le indagini, la gestione di un database degli avvistamenti, la pubblicazione di articoli, le sessioni di osservazione del cielo e di addestramento.
L’addestramento, come verrà fuori dopo, è un corso online di sei mesi in avvistamento di ufo. Secondo Ellis, chi lo segue riesce poi a contribuire alle ricerche del gruppo. Di mestiere faccio il giornalista, ma a questo punto sono decisissimo: voglio completare l’addestramento e diventare un avvistatore di ufo certificato. Ed è tutta colpa di Tom DeLonge. Quando nel 1995 DeLonge firmò il primo importante contratto discografico con la sua band, i Blink-182, investì i soldi dell’anticipo in un computer che utilizzò per fare ricerche sulla sua passione numero uno: la possibilità dell’esistenza di vita aliena intelligente nell’universo. «Davvero, non ho mai avuto altri interessi, a parte la musica e mettere su famiglia», ha detto. Questa passione finì col farsi strada anche nella sua musica. Nel terzo album dei Blink-182, Enema of the State, c’è una canzone intitolata «Aliens Exist», gli alieni esistono. Travis Barker, batterista dei Blink, raccontò che spesso si drogavano e aspettavano di vedere un ufo: «In tour stavamo lì così, a fissare fuori dal finestrino del bus ad aspettarli. Quando giravamo, Tom addirittura se ne usciva dicendo: “Andiamo a cercare Bigfoot, cazzo.” Radunava una squadra e andavano.»
Nel 2015 WikiLeaks rivelò che DeLonge non si accontentava di osservare le stelle e fare ricerche su internet. La rockstar, infatti, aveva scritto delle email a John Podesta, direttore del comitato elettorale di Hillary Clinton, per invitarlo a «conoscere due persone molto importanti» nell’ambiente degli ufo: Ciao John, qui Tom DeLonge, quello che ti ha intervistato per quel documentario speciale poco tempo fa. Il progetto procede. I romanzi, i film e i saggi si stanno diffondendo e arrivando alla conclusione. Ho appena avuto un incontro preliminare con il direttore operativo di Spielberg alla DreamWorks. Altri incontri sono già in agenda. Mi piacerebbe portare a Washington due persone molto «importanti» e presentartele.
Penso che le troverai interessantissime, perché sono state punti di riferimento fondamentali per il nostro delicato argomento. Entrambe erano a capo di divisioni delicatissime, sulle scoperte scientifiche segrete e questioni del dipartimento della Difesa. In altre parole, si tratta di funzionari di serie A. Degni del nostro tempo, così come dell’investimento per arrivare fin da te. Ti chiederei solo due ore. Giusto per una conversazione informale e privata di persona. Ecco alcune foto del materiale che sto usando negli incontri con i partner degli Studios. Un caro saluto, Tom DeLonge Sembrava proprio che DeLonge avesse trovato agenti della CIA che di ufo ne sapevano. L’11 ottobre 2017 ecco salire la rockstar su un palco pieno di riverbero e poco illuminato della California nel corso di un evento di raccolta fondi per la sua nuova compagnia, la To The Stars Academy of Arts & Sciences, Inc.
Prima di rivolgersi al pubblico, DeLonge compare in un breve video con in sottofondo un’enfatica musica orchestrale. All’inizio di quest’anno mi sono proposto di fare una cosa piuttosto impegnativa. Volevo cambiare la percezione su un argomento straordinario che in oltre settant’anni ha richiamato ricerche, opinioni e, francamente, molta disinformazione. Ho avuto la rara opportunità di presentare le mie idee a un dirigente del dipartimento della Difesa che ha lavorato a programmi riservati in un’area chiamata Watertown, alias Area 51. Quello è stato il primo di molteplici incontri clandestini in tutti gli Stati Uniti, tra aeroporti nel deserto e edifici vuoti nel cuore di Washington.
Da questi scambi ho imparato tre cose. Primo: ci sono cose che non avrebbero mai dovuto essere segrete. Secondo: ci sono segreti che erano giustificabili un tempo, ma che ora si dovrebbero divulgare. Terzo: alcune cose sono talmente inimmaginabili che alcuni pensano che non debbano mai, in nessun caso, diventare pubbliche. Dopo quello che vedrete, potreste anche essere d’accordo. Poi ecco salire sul podio DeLonge in carne e ossa, infilato in un completo elegante fuori misura che gli dà un’aria impacciata. Alle sue spalle, un maxischermo proietta una citazione erroneamente attribuita a Mark Twain: i due giorni più importanti della tua vita sono quando nasci e quando capisci perché sei nato. Con una parlata nervosa, DeLonge racconta di notti in bianco trascorse a catalogare dati sugli ufo, alla ricerca di una «teoria unificata» dei «misteriosi eventi che sembrano avere interagito con il genere umano da migliaia di anni, a volte per il suo bene, a volte non proprio».
Lo raggiungono sul palco altre cinque persone: Jim Semivan, ex agente del National Clandestine Service della CIA; il dottor Hal Puthoff, altra spia della CIA nonché fisico teorico, padre del «rivoluzionario programma di spionaggio psichico utilizzato ancora oggi dall’Agenzia»; Steve Justice, ex «direttore dell’area Sistemi Avanzati presso la divisione Skunk Works della Lockheed Martin». DeLonge dice al pubblico che «a oggi, tra i fornitori del governo, la Skunk Works è la struttura aerospaziale numero uno per lo sviluppo di velivoli avanzati che soddisfano i bisogni urgenti della nostra sicurezza nazionale. Vi spiegherà poi lui come questa tecnologia potrebbe rivoluzionare il mondo». Poi affiancano DeLonge anche Chris Mellon, ex vice assistente del segretario alla Difesa per l’intelligence ed ex portavoce di minoranza della Commissione Intelligence del Senato, e Luis «Lue» Elizondo, ex ufficiale del controspionaggio. DeLonge dice di aver girato gli Stati Uniti per nove mesi e parlato con gente della NASA, del dipartimento della Difesa e di varie altre agenzie. «All’epoca non potevo dirlo a nessuno, neanche ai ragazzi della band.»
Cita le rivelazioni di WikiLeaks sulle sue telefonate con ufficiali dell’esercito e politici, in cui avrebbe «convinto a uscire dall’ombra gente molto importante, personaggi di primo piano con credenziali e curriculum di prima classe». Parla di entusiasmanti nuove scoperte tecnologiche e di come la To The Stars le porterà al mondo. Una slide proiettata sullo schermo dietro di lui mostra un veicolo spaziale dall’aspetto futuristico, somiglia un po’ a un croissant con incastrato dentro un pancake. L’idea sarebbe quella di creare una «macchina di finanziamento perpetuo» con cui progettare e fabbricare l’astronave basandosi sulla tecnologia «avveniristica» appena scoperta.
Quindi il frontman dei Blink-182 affida a Chris Mellon il compito di raccontare al pubblico una «storia millenaria». Mellon, da poco entrato a far parte del direttivo della To The Stars in veste di consulente, è stato «coinvolto, nel corso della sua carriera, nell’analisi di molte delle attività più sensibili del nostro paese». Mellon, un tipo alto e magro, con i capelli ingrigiti, l’abito elegante e il fare da alto funzionario, prende la parola e dice che l’America è coinvolta in una nuova corsa allo spazio che però, stavolta, si terrà a porte chiuse. Si rivolge al pubblico con autorevolezza da vero esperto, in forte contrasto rispetto a DeLonge. Dice che in quel momento si trovano a una quindicina di chilometri dal porto d’origine della portaerei USS Nimitz, «punta di diamante della Marina militare americana» con un equipaggio di migliaia di persone. Chiede ai presenti di immaginarla mentre il 14 novembre 2004, una bella giornata di sole, manovra al largo di San Diego scortata da un’altra nave da guerra, la USS Princeton, dotata del «più sofisticato sistema navale di difesa aerea al mondo».

Tratto da “Vivono tra noi”, di Daniel Lavelle, Iperborea, 2026, 20€, 304 pagine
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