Sinistra, se ci sei batti un colpo. O anche due
Sinistra se ci sei batti un colpo. Anche due o tre, non farebbe male. Forse non si dovrebbero fare battute su un tema serio, ma ci sono un vuoto e un silenzio che sgomentano. Certo pieni di gridolini, sussurri e/o strepiti, ma vuoto e silenzio rimangono. Perché in questi tempi così difficili la sinistra, e non solo la sinistra italiana, sembra aver perso ogni spinta propulsiva verso il futuro, limitandosi a rimpiangere bei tempi andati e a ripetere stancamente le litanie che un tempo, ormai piuttosto lontano, le fruttarono un certo successo.
Se volgiamo l’attenzione alla storia è dal passaggio fra gli anni 50 e gli anni 60 del secolo scorso che la sinistra in Europa (occidentale) non elabora più una visione sul “futuro del socialismo” giusto per citare il saggio del riformista Anthony Crossland pubblicato in quel periodo. Allora si aprì la questione di capire come ci si doveva porre in un contesto in cui, checché ne dicesse il Pci con alcuni suoi intellettuali, non c’era nessuna bolla capitalistica che si sarebbe sgonfiata lasciando le classi popolari nella miseria, mentre il benessere, relativo per carità, ma pur sempre nuovo benessere, doveva essere governato in modo che non distruggesse gli equilibri e le conquiste sociali, anzi le promuovesse. Era il compito della sinistra, fosse di ispirazione socialista o cristiana, persino comunista se metteva in un canto i catechismi sovietici.
Un compito che voleva direusare la mano pubblica non per frenare lo sviluppo, ma per contenerne le spinte al puro arricchimento individuale favorito da una congiuntura favorevole.
Si può discutere quanto successo ebbe quella sinistra che pure andò al governo coi laburisti in Gran Bretagna, con la Spd in Germania, con la sinistra democristiana e il Psi in Italia e che trovò più o meno nel mito della “programmazione” (democratica) l’ideale da proporre per una società che premiasse, come si sarebbe detto più tardi, i meriti e i bisogni. Resta che allora ci si prese carico di un mondo in trasformazione oltre gli schemi ereditati dal passato.
Si può dire lo stesso delle sinistre attuali? Non mi pare.
Il cambiamento storico è ben più profondo di quello che ho appena ricordato, anzi più che parlare di cambiamento dovremmo ragionare su una fase di transizione storica: un mutamento di coordinate, un riallineamento complessivo del quadro in cui ci troviamo a operare, quadro geografico, sociale, culturale. E’ al grande passaggio fra il Medioevo e l’età moderna (secoli XV e XVI) che dobbiamo guardare per capire e magari per cogliere qualche similitudine che aiuta ad approfondire meglio. Come in quel tornante storico determinante fu l’avvento della stampa a caratteri mobili che costruì un altro modo di fare cultura, così ora a farlo è l’informatica con tutti i suoi sviluppi, dal personal computer a internet, all’intelligenza artificiale. Ogni paragone zoppica, lo sappiamo, ma è anche un modo per cercare di comprendere di più.
La sinistra ha colto questa sfida? Non mi pare. Non parlo tanto della sinistra banalmente politica e politicante che è fatta per la maggior parte di persone che ragionano avendo in mente la raccolta del consenso elettorale con cui esse si sistemano professionalmente. E’ più in generale a quel retroterra di “intelligenze” che dovrebbero essere i laboratori tecnici della politica come interpretazione e come programmazione che guardo. Non riuscendo a credere che lo si trovi nel proliferare dei talk-show, che sono arene per gli spettacoli dei moderni gladiatori intellettuali (si fa per dire), non essendoci più quasi nessuno che pensa che lo si trovi nelle grandi assise dei partiti politici (congressi addio), vedendo in crisi quello che un tempo era il ricco parterre delle riviste di cultura e delle pagine dedicate alla riflessione in qualche giornale, non sappiamo più dove cercare. Eppure senza una “lettura” di quel che sta avvenendo non si fa buona politica.
Parlo di “lettura” in senso alto e profondo, non di spiegazioni da dare al popolo solo perché non si faccia problemi: questa non è prerogativa della sinistra, la destra vi concorre con entusiasmo, è il vecchio oppio dei popoli di certo ideologismo, diventato, come diceva Raymond Aron, oppio degli intellettuali. Si tratta infatti non semplicemente di insistere sui molti cambiamenti di cui siamo stati testimoni negli ultimi cinque decenni, come è non solo sotto gli occhi ma nell’esperienza di tutti, ma di inquadrare ciò che è mutato in un contesto di decadenza da un lato dei molti parametri e coordinate che hanno costituito l’inquadramento della nostra “civiltà” e di insorgenza dall’altro di nuovi, per quanto confusi, punti di riferimento.
Una matura consapevolezza di questo è essenziale per una politica “di sinistra”, ovviamente se continuiamo a chiamare così quell’azione che punta alla promozione dello sviluppo delle capacità individuali e delle condizioni di vita (ciò da cui deriva il famoso “pursuit of happiness”) in parallelo e in unione alla giustizia sociale, cioè se abbiamo come obiettivo quell’equilibrio che consente all’individuo contemporaneamente di fruire per il proprio benessere delle risorse presenti in una comunità politica e di essere tutelato dai guasti dell’impulso presente in altri individui a privatizzare a proprio esclusivo vantaggio quelle risorse.
Mi rendo conto che un discorso del genere verrà guardato, ben che vada, con irriverente ironia da parte di quei politici (più o meno di professione) che si chiederanno subito quanti voti si possano raccogliere presentando queste “astrazioni” al pubblico degli elettori.
Eppure la sinistra se vuol mantenere fede alla sua natura di ideologia progettuale deve partire dal proporre un inquadramento realistico delle sue proposte. Diceva il vecchio Kautsky della Spd che essa era un partito rivoluzionario, non un partito che faceva rivoluzioni, cioè che non mirava a ripresentare il mito della rivoluzione come atti di sovvertimento violento dell’ordine, ma che voleva trasformare la società attraverso un lavoro costante di adeguamento dell’evoluzione storica a quanto riteneva di avere individuato come una via verso un futuro (migliore) che si sarebbe realizzato.
Sebbene la rivoluzione come scontro di strada per la conquista del potere fra la sinistra e l’ordine costituito non sia più di moda, per molti il concetto di fondo non è tramontato del tutto: una nuova epoca deve iniziare dal superamento della precedente e deve essere un passaggio il più possibile brusco e totalizzante. E’ per questo che storicamente se si è posto un dilemma nella sinistra è stato tra rivoluzione e riforme, con le seconde guardate per lo più come tradimenti o quanto meno come mancanza di coraggio.
Nella difficoltà di poter avere subito il frutto e l’esperienza di quel nuovo mondo che si è ipotizzato a tavolino, la sinistra che vuol essere “rivoluzionaria”, anche solo nel senso di una radicalità assoluta nel promuovere gli inizi della nuova era, ha assunto la mentalità e le fattezze dei cambiamenti religiosi: identificare sé stessa e il mondo dei suoi seguaci come quantomeno embrione del grande mutamento che annuncia, qualificando il resto come malvagia “controrivoluzione”. E’ quanto definisco come il neo giacobinismo: la ricerca degli impuri che minano l’avvento e la quieta vita dei puri (autodefiniti tali), quegli impuri contro cui ci vogliono i comitati di salute pubblica coi loro tribunali e la messa al bando di chi non è giudicato adeguato ad omologarsi con la sua dottrina. Un tempo era il regno del “terrore” e della ghigliottina, per fortuna siamo diventati, moderatamente, meno sanguinari, sicché ci si accontenta (si fa per dire) della gogna mediatica e dell’abolizione dello spazio di discussione e confronto.
Poi però l’amore per i tribunali e per l’inquisizione fa ancora capolino ed ecco l’esaltazione del sistema giudiziario come organo morale che deve promuovere la purificazione, perché, insomma, non è ammissibile che non ci sia una qualche forma di polizia morale, roba che c’entra fino a un certo punto con il perseguimento dei reati e che invece ha, come rischio, molto a che fare con la punizione dei peccati, come ha magistralmente scritto anni fa uno dei miei amati maestri, Paolo Prodi, nei suoi illuminanti studi sulle peculiarità del mondo moderno.
Per inciso. Se teniamo presente la forza di questo tipo di pregiudizio nella constata crisi del nostro sistema politico, non dobbiamo poi meravigliarci se nel referendum sulla (abborracciata) riforma Nordio quel retroterra ha giocato a favore di chi ha avuto la furbizia di presentare quelle norme come un attentato alla superiore indipendenza della magistratura come polizia morale.
Ma torniamo alla questione della sinistra rivoluzionaria in contrapposizione alla sinistra riformista. Il superamento delle debolezze o delle storture che affliggono un sistema non può consistere semplicemente nel denunciarle attendendosi che così le si possa semplicemente togliere di mezzo e sostituire subito con qualcosa di completamente diverso. Ogni sistema si è generato per evoluzioni, esperimenti, aggiustamenti che rispondevano a un certo modo di leggere il contesto. Certamente a volte è dipeso dal prevalere di elementi sbagliati da più di un punto di vista, ma più spesso ci troviamo di fronte a una miscela di buone e di cattive ragioni, di intenzioni magari pregevoli che però hanno perso agibilità col tempo, di risposte a domande poste da società che col passare dei decenni hanno maturato contesti diversi da quelli a cui rispondevano in origine le domande. Una sinistra che voglia essere storicamente una forza propulsiva deve essere in grado di misurarsi con le ragioni profonde che hanno generato certi sistemi (tanto le strutture che le sovrastrutture, per riproporre vecchi linguaggi) e lavorare su di esse. Anche in politica, da certi punti di vista, vale l’assioma che nulla si crea e nulla si distrugge (prendiamo la faccenda con il necessario grano di sale).
Il riformismo della sinistra non è un elogio delle riforme come aggiustamento dell’esistente, ma una metodologia di produzione di strumenti e interventi per riprendere dei percorsi di miglioramento che per varie ragioni si sono inceppati. In un tempo complicato come quello che stiamo vivendo esso implica grande capacità di analisi sull’incidenza concreta di quanto si propone come intervento di cambiamento, sulla tempistica che è necessaria per rendere sostenibili (e anche sopportabili) i mutamenti che si programmano, sulla necessità di una guida adeguata capace di resistere nelle varie traversate del deserto che le evoluzioni richiedono (e una guida in grado di reggere agli scoramenti che quelle traversate inevitabilmente comportano).
E’ la sinistra di oggi in grado di sostenere questa sfida che può vincere solo aggrappandosi testardamente al riformismo? Un giro d’orizzonte sui dibattiti che si stanno svolgendo da quelle parti ci trasmette più di una perplessità: un poco perché di fiducia nel riformismo maturo ce n’è in giro poca (anche perché la pazienza non è più una virtù di moda), un poco perché paradossalmente proprio la sfiducia nel riformismo spinge il ritorno in auge del fideismo neo rivoluzionario.
Le sinistre italiane hanno una tradizione di riformismo che hanno messo fra parentesi. Scrivo sinistre al plurale perché andrebbe riconosciuto che la sinistra in Italia ha una tradizione composita (non amo il termine “plurale” che è stato usato in maniera equivoca). C’è un riformismo della sinistra cattolica, uno del movimento socialista, uno interno alla tradizione comunista, in qualche misura anche uno liberale. Tutti in momenti diversi della nostra storia hanno dato contributi di spessore e interesse, ma oggi non se ne può più parlare perché la narrazione prevalente li ha quasi cancellati come punti di riferimento: non parliamo dei socialisti travolti dalla damnatio memoriae di Craxi, ma anche il riformismo cattolico è stato travolto da un’aura di letture massimaliste che ne stravolge il rapporto con la grande questione della Riforma (con la erre maiuscola), mentre quello comunista è stato presentato come tatticismo localista in una stagione di grandi compromessi. Tutto è stato travolto dalla ripresa, fuori tempo massimo, della tradizione che per semplificare chiamerò sessantottina, la quale se aveva dato un contributo che non va svilito al rinnovamento della politica italiana è stata poi ridotta a movimentismo e sloganismo.
Torniamo così a una questione che ho già evocato all’inizio: dove sta lo sforzo di interpretazione della transizione epocale in corso? Sebbene non manchino le voci che hanno invitato ad impegnarsi su quel fronte (ultima, tanto per citare, quella di Mario Draghi nel suo recente libro), esse non si collocano nei circuiti della sinistra politica ufficiale tutta concentrata sul problema di vincere le elezioni senza a questo scopo dotarsi di una seria strumentazione concettuale per proporsi come punto di riferimento nell’interpretazione e gestione della crisi attuale. I dibattiti in corso sul “programma comune” sono una parodia di quel che potrebbe servire essendo dominati dal problema di come amalgamare bandierine più che idee che servono a legittimare (si fa per dire) la posizione di questo o quel capo partito col suo gruppetto di stretto riferimento.
Si direbbe che l’esperienza non ha insegnato nulla. Già i governi Prodi che furono caratterizzati dall’ambizione di un progetto riformista, in buona parte ispirato, soprattutto quello del primo, dalla frequentazione di un dibattito intellettuale dei tempi d’oro (non dichiarato per non turbare i sonni di tante aspiranti mosche cocchiere) sono caduti prevalentemente perché ben poche delle forze che vi concorrevano erano disposte a sacrificarsi in un lavoro di lunga lena. Si trovò più facile puntare alla vittoria col giochetto di trasformare la politica in uno scontro tra angeli (noi) e demoni (gli altri). Favoriva tutto la demonizzazione di Berlusconi, la mitizzazione della Carta costituzionale come manifesto di parte, la rappresentazione del mondo sull’orlo di una involuzione perversa che avrebbe cancellato le “conquiste dei lavoratori” e lo avrebbe fatto per pura malvagità. E sorvoliamo sul fatto che una parte di quelle conquiste erano privilegi dovuti al ciclo economico molto favorevole e che un’altra parte richiedeva per essere giustamente difesa una riconsiderazione della loro natura.
Quella che è stata definita la trasformazione della sinistra in un “partito radicale di massa” ha finito per imporsi come lo spartito canonico su cui suonare la sinfonia della politica. Si è dimenticato che la forza di un partito di alternativa è nella sua capacità di imporre come terreno di dibattito comune i temi che ha individuato come portanti nel definire la peculiarità del tempo in cui deve muoversi e dei suoi bisogni: un terreno di confronto a cui non possono sottrarsi le altre forze politiche se vogliono avere una loro credibilità. Altrimenti tutto si riduce a due parate contrapposte di professionisti della politica dove ciascuno sfila con una bandierina significativa solo per lui.
La transizione storica in cui viviamo è così seria e globale che richiede la presenza di forze capaci di confrontarsi con essa a fondo, ma con grande umiltà. La sinistra dovrebbe avere una sua tradizione forte in questo campo e, nell’interesse generale, nessuno può compiacersi se essa la sta svendendo per inseguire semplicemente una sopravvivenza di facciata.
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