Sorpresa, nonostante la crescita del carbone la crisi di Hormuz farà calare le emissioni nel 2026

A gennaio l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) prevedeva per il 2026 una crescita della domanda mondiale di petrolio pari a 930mila barili al giorno. A settembre, dopo mesi di guerra tra Stati Uniti e Iran e di scambi fortemente limitati attraverso lo stretto di Hormuz, la stessa previsione è diventata un calo di 2,5 milioni di barili al giorno: il 2,4% in meno rispetto al 2025.
È questa brusca inversione, insieme alla contrazione della domanda di gas, a spiegare perché le emissioni globali di anidride carbonica prodotte dai combustibili fossili potrebbero diminuire di circa lo 0,5% nel 2026, nonostante la contemporanea crescita del carbone. La stima arriva da un’analisi di Carbon Brief, elaborata utilizzando le più recenti previsioni Iea per le tre fonti fossili.
La guerra ha ostacolato pesantemente i commerci attraverso Hormuz, facendo impennare i prezzi di petrolio e gas e propagando gli effetti della crisi lungo l’economia mondiale. Ogni nuovo mese d’interruzioni, insieme all’apertura di ulteriori fronti come quello yemenita, aumenta l’incentivo a ridurre i consumi o cercare alternative.
Tra queste c’è anche il carbone, la cui domanda mondiale dovrebbe crescere dell’1,2% nel corso dell’anno. Il dato ha alimentato la narrazione di un suo ritorno sulla scena energetica globale, ma non basta a descrivere cosa sta accadendo: l’aumento delle emissioni legato al maggiore consumo di carbone – peraltro dovuto in larga parte a fattori non riconducibili direttamente alla crisi di Hormuz – sarà più che compensato dal calo di petrolio e gas.
Ancora nel rapporto pubblicato a metà dicembre 2025, l’Iea prevedeva una diminuzione della domanda mondiale di carbone, perché la flessione attesa in Cina avrebbe dovuto prevalere sugli effetti delle politiche favorevoli a questa fonte portate avanti dal presidente statunitense Donald Trump. L’aggiornamento di settembre indica invece una crescita dell’1,2%, sostenuta anche dagli alti prezzi del gas. La possibilità di sostituire quest’ultimo col carbone resta però limitata, dato che pochi Paesi possono realizzare su vasta scala un simile passaggio.
A spingere la domanda contribuisce inoltre il forte El Niño, che aumenta il fabbisogno elettrico per il raffrescamento e riduce la produzione idroelettrica in alcuni mercati chiave. Si aggiungono altri fattori congiunturali, tra cui la crescente quantità di energia eolica e solare che la Cina produce ma non riesce a utilizzare.
Per il gas il cambio di scenario è altrettanto netto. La previsione pubblicata dall’Iea a gennaio indicava per il 2026 una crescita della domanda mondiale del 2%; quella diffusa a luglio stimava già una diminuzione dello 0,6%. Da allora la pressione esercitata dai prezzi elevati è ulteriormente aumentata.
È però il petrolio a mostrare la correzione più profonda. La previsione Iea è stata progressivamente rivista al ribasso durante l’anno, mentre la crisi prima divampava e poi si prolungava. La stima di settembre, pari a 2,5 milioni di barili al giorno in meno, è vicina al calo di 2,415 milioni individuato come previsione di consenso da una nota di ricerca di Morgan Stanley del 15 settembre.

Le conseguenze potrebbero superare l’orizzonte del 2026. Inizialmente l’Iea prevedeva che la domanda petrolifera sarebbe tornata a crescere nel 2027, superando nettamente i livelli del 2025; ora si attende invece un consumo sostanzialmente stabile per due anni. Si apre così un interrogativo sulla precedente previsione dell’Agenzia, pubblicata nell’ottobre scorso, che collocava il picco della domanda mondiale di petrolio soltanto nel 2030.
«Per ogni mese in cui il conflitto continua, aumenta la probabilità di una distruzione permanente della domanda» di petrolio, spiega Sverre Alvik, vicepresidente della società di consulenza Dnv. Mentre i prezzi dei carburanti crescevano, le auto elettriche hanno raggiunto quote record in numerosi grandi mercati, dall’Australia alla Cina, passando per Europa, Indonesia e Thailandia. Nei Paesi esterni a Cina, Europa e Nord America, a luglio le vendite sono quasi raddoppiate rispetto allo stesso mese del 2025.
E per il 2027? Le traiettorie di gas e carbone restano strettamente legate: se il gas rimarrà costoso, il consumo di carbone potrebbe aumentare ancora; se i prezzi diminuiranno, anche la sua domanda potrebbe tornare a scendere. Intanto alcuni Governi che puntavano sulle importazioni di gas naturale liquefatto stanno annunciando una maggiore attenzione per l’energia pulita prodotta sul territorio nazionale, mentre altri si preparano a utilizzare il carbone più a lungo.
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