Strategia Ue per la zootecnia, deluse le associazioni italiane: «Così non va, si lascia immutato il modello attuale»

Grande delusione e preoccupazione da parte di Greenpeace Italia, Isde, Lipu, Slow Food Italia, Terra! e WWF Italia e dopo la presentazione da parte del commissario all’Agricoltura e all’Alimentazione dell’Ue Christophe Hansen, della Strategia della Commissione Ue sul futuro dell’allevamento – la prima strategia europea dedicata al comparto zootecnico, destinata a orientare le future politiche, gli investimenti pubblici e lo sviluppo del settore fino al 2040.
«Un’occasione persa per avviare la necessaria transizione e dare risposte alle crisi ambientali e sociali in atto, che stanno mostrando i loro effetti sempre più acuti in questi ultimi giorni, con temperature insopportabili e la crisi del mercato dei fertilizzanti», commentano le associazioni che insieme, nel 2024, hanno presentato una proposta di legge sulla transizione degli allevamenti proprio per dare la spinta necessaria in questo settore anche nel nostro Paese.
La strategia messa a punto da Bruxelles, denunciano le associazioni, continua infatti a privilegiare un approccio fondato sulla competitività e sull'innovazione tecnologica, senza riconoscere l'agroecologia come quadro di riferimento per la transizione dei sistemi zootecnici europei.
Nella strategia, sottolineano gli ambientalisti italiani, non si fa il minimo accenno alla necessità di ridurre il numero di animali allevati nelle aree caratterizzate da un'elevata concentrazione di allevamenti intensivi, continuando a trattare il settore zootecnico come un insieme omogeneo, senza distinguere tra allevamenti industriali ad alta intensità di input e sistemi estensivi, pastorali e agroecologici che forniscono servizi ecosistemici, mantengono il presidio del territorio e contribuiscono alla biodiversità.
Pericolosi, secondo le associazioni, i contenuti della Strategia sul contributo della zootecnia ai cambiamenti climatici. La proposta di adottare nuove metodologie per contabilizzare le emissioni provenienti dagli animali d’allevamento, rischia di ridurre artificialmente il peso dell'impatto climatico delle emissioni di metano, senza garantire una reale diminuzione delle emissioni stesse. Si rischia, quindi, di minimizzare un problema a colpi di definizioni. Questo porterebbe a non investire adeguatamente sulla riduzione delle stesse, ma anche a potenziali storture nel conteggio dei crediti di carbonio.
Anche il tema della cosiddetta «semplificazione», che di fatto si trasforma in una vera e propria deregulation, come parte dei contenuti della Strategia, innescando un processo che rischia di indebolire importanti strumenti di tutela ambientale. Di fatto quest’ultima, così come è formulata, sostiene il processo in atto dell’indebolimento della direttiva sui nitrati, ma anche delle direttive sulla natura e sulle acque, le norme in materia di autorizzazioni (per agevolare l’apertura di nuovi allevamenti intensivi o l’ampliamento di quelli esistenti) nonché le norme igieniche per la costruzione dei macelli.
Qualche segnale positivo, viene aggiunto dalle sigle ambientaliste, è mostrato dal Piano sulle proteine, anch’esso reso noto da Bruxelles, che prevede il rafforzamento delle filiere proteiche anche grazie al sostegno a sistemi zootecnici più efficienti e radicati a livello locale, che si avvalgono di mangimi e pascoli locali, attraverso i fondi della futura Pac.
Bene anche se minimi, proseguono le associazioni, i passi in avanti per il benessere animale, con le dichiarate intenzioni di porre fine all’uccisione dei pulcini maschi e l’eliminazione graduale delle gabbie per il pollame oltre che il passaggio dalle gabbie ai sistemi a recinti per i suini. Le misure annunciate rappresentano segnali positivi, ma rimangono limitate rispetto all'assenza di una revisione complessiva del modello produttivo.
«Questi timidi passi avanti sono però troppa poca cosa rispetto al contenuto della Strategia, che più che una visione del futuro appare come un testo per non cambiare il sistema, assecondando così i desideri e le richieste della lobby dell’allevamento industriale, a scapito delle medio-piccole aziende agricole estensive, familiari e di montagna, che continuano inesorabilmente a chiudere, in particolare nelle aree interne e montane», affermano le associazioni.
Per le associazioni, nel pacchetto su Strategia e Piano Proteico Ue è presente un riferimento positivo, anche se ancora troppo vago, alla promozione di diete più sane e diversificate attraverso gli appalti pubblici, l’etichettatura e le campagne di sensibilizzazione, senza fissare però obiettivi quantitativi né strumenti vincolanti. Per gli ambientalisti questo punto nevralgico per sostenere una reale transizione è, però, ancora troppo sfumato, senza veri vincoli e programmi comuni a livello Comunitario e ancora non in grado di affrontare il nodo strutturale della dipendenza della zootecnia europea dai mangimi.
La parola ora passa agli Stati membri che dovranno decidere come mettere in atto questa Strategia.
«Avviare la discussione sulla Proposta di Legge per superare il sistema di allevamento intensivo, ancora ferma alla Camera, e adottare una visione agroecologica, deve essere una priorità per il nostro Paese - affermano le associazioni - Solo iniziando un serio e partecipato percorso di confronto sul modello zootecnico e sulle sue storture sarà possibile garantire un futuro realmente sostenibile ai cittadini italiani, ai territori, ma anche agli allevatori che si stanno impegnando in una produzione davvero sostenibile».
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