Cara Eni, troppo poco e troppo tardi

Le notizie di questi giorni ci consegnano un’Italia a due velocità. Da un lato c’è il Paese reale (o meglio che vorremmo essere), quello dell’innovazione e della vera transizione ecologica: l’apertura del cantiere della Gigafactory a Brindisi, nel sito Versalis, e la nascita di "Pantarei", la joint venture per il riciclo integrale dei pannelli fotovoltaici a San Lazzaro di Savena. Due tessere di un mosaico industriale moderno, fondato sulla decarbonizzazione e sulla chiusura del ciclo dei materiali.
A Brindisi finalmente si volta pagina in un territorio martoriato da decenni di servitù energetiche e industriali. Ma diciamolo chiaramente ad Eni: bene, ma è troppo poco e arriva troppo tardi. Per anni il colosso di Stato ha letteralmente affossato la transizione energetica del nostro Paese, blindando gli investimenti sul fossile e allontanando l'Italia dagli obiettivi climatici europei e dagli accordi di Parigi. Questa Gigafactory ha il sapore del risarcimento tardivo, una concessione minima mentre tutt’oggi il cane a sei zampe continua a puntare sul gas e su un modello estrattivo superato.
Modello che, d’altronde, l’Unione energie per la mobilità (Unem) prova ancora disperatamente a difendere. Fa quasi sorridere l’ironia involontaria del presidente Gianni Murano, che nel suo "Manifesto europeo" arriva a definire la raffinazione tradizionale come «parte della soluzione per la transizione». Sentir parlare di «raffinazione verde» o di «piattaforme industriali per i carburanti del futuro» per giustificare la sopravvivenza di impianti obsoleti è un esercizio di puro greenwashing. La vera sicurezza energetica si costruisce affrancandosi dai combustibili liquidi, non prolungandone l’agonia con operazioni di maquillage.
Mentre l'industria pulita dimostra che sostituendo i vecchi pannelli con quelli di nuova generazione – come farà l'impianto Pantarei – si possono generare 170 GWh di energia in più a parità di suolo, la politica nazionale resta drammaticamente al palo. Anzi, guarda indietro.
Lo ha ricordato con chiarezza geometrica il Premio Nobel Giorgio Parisi: investire sul nucleare oggi significa scegliere la via più lenta ed economicamente fallimentare, laddove il fotovoltaico e le rinnovabili garantiscono costi inferiori e tempi di realizzazione immediati. Ma il governo Meloni, sordo ai dati della scienza e ai moniti delle realtà che da anni si battono per il clima, riesce nell'incredibile impresa di stare sempre dalla parte sbagliata della storia nonché del futuro. Tra lo sviluppo delle tecnologie innovative e la conservazione dei privilegi del fossile, l'esecutivo sceglie i secondi, condannando l'Italia all'arretratezza industriale e al fallimento climatico. Il cantiere di Brindisi dimostra che un'altra strada è possibile; ora serve una politica che abbia il coraggio di percorrerla fino in fondo.
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