Taisch: “Tecnologie, competenze e geopolitica: ecco come sta cambiando il manufacturing”
SCENARI
Taisch: “Tecnologie, competenze e geopolitica: ecco come sta cambiando il manufacturing”
Le nuove forme della globalizzazione, le supply chain in cerca di resilienza, l’AI che deve ancora entrare davvero nelle fabbriche, l’hype per gli umanoidi, il nodo delle competenze, la sostenibilità e la politicizzazione della ricerca universitaria. Intervista a Marco Taisch sulle tecnologie e trend che avranno maggiore impatto sul manufacturing

“Il manufacturing è il miglior peacekeeper del mondo”. Il professor Marco Taisch parte da qui per spiegare perché, in una fase segnata contemporaneamente da accelerazione tecnologica, tensioni geopolitiche, trasformazione delle supply chain e nuove politiche protezionistiche, capire dove sta andando la manifattura è diventato ancora più importante.
Professore ordinario del Politecnico di Milano e Scientific Chairman della World Manufacturing Foundation, Taisch guarda alle trasformazioni in corso dalla prospettiva del World Manufacturing Forum 2026, evento in programma a Milano il 22 e 23 ottobre nella cornice di Palazzo Mezzanotte. Un appuntamento che quest’anno vuole offrire a imprese e policy maker una “bussola” per orientarsi tra i grandi trend e le tecnologie destinate a cambiare l’industria.
La metafora della navigazione non è casuale. “La bussola è lo strumento per eccellenza che ci dà la direzione”, spiega Taisch. Ma in una fase in cui i “mari” dell’economia internazionale sono attraversati da numerose tempeste conoscere la direzione non basta: servono anche gli strumenti con cui affrontare il percorso.
Ed è proprio qui che entrano in gioco cybersecurity, intelligenza artificiale e robotica.
Le tecnologie da tenere nel radar: Cybersecurity, AI e umanoidi
Nella lettura di Taisch le tre tecnologie si trovano oggi in stadi di maturità differenti.
La cybersecurity rappresenta ormai una componente imprescindibile dell’infrastruttura industriale. “È un po’ come la cintura di sicurezza o l’airbag quando andiamo in automobile: non possiamo farne a meno”, osserva. Le soluzioni sono conosciute, il mercato è maturo e per le imprese il problema è ormai soprattutto adottarle correttamente.
Diverso il discorso per l’intelligenza artificiale. Qui, secondo Taisch, c’è ancora uno spazio molto ampio per la crescita dell’adozione industriale.
“Oggi credo che l’AI sia ancora troppo circoscritta a un utilizzo negli uffici e non nelle fabbriche così come dovrebbe essere”, sostiene. Il prossimo passaggio sarà quindi portare l’intelligenza artificiale, nelle sue diverse declinazioni, più profondamente dentro i processi produttivi, dove può contribuire all’aumento della produttività e alla capacità dei sistemi industriali di reagire agli imprevisti.
Più lungo è invece l’orizzonte della robotica umanoide e, più in generale, della Physical AI. Per Taisch è una tecnologia che deve entrare fin da ora nel radar delle imprese, anche perché all’aumento della produttività si aggiunge una questione demografica: nei Paesi caratterizzati da un progressivo invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro disponibile, questi sistemi potrebbero contribuire a compensare almeno una parte della carenza di lavoratori.
La sequenza temporale, nella sua visione, è quindi piuttosto chiara: cybersecurity subito. Poi AI. Per la robotica umanoide ci vorrà più tempo.
Umanoidi in fabbrica sì, ma non saranno come oggi
Sugli umanoidi Taisch invita però a distinguere tra l’enorme attenzione mediatica del momento e la maturità effettiva della tecnologia.
“C’è molto hype adesso”, riconosce. Ma l’hype, aggiunge, ha anche una funzione positiva perché permette alle imprese di prendere consapevolezza delle tecnologie che stanno arrivando.
Il percorso potrebbe ricalcare quello già visto con molte altre innovazioni: una fase di entusiasmo, le prime installazioni, una successiva disillusione rispetto alle aspettative iniziali e, infine, un’adozione più consapevole e su scala maggiore.
Soprattutto, il robot industriale del futuro potrebbe avere ben poco dell’umanoide che oggi siamo abituati a vedere nelle dimostrazioni pubbliche.
“L’umanoide non deve necessariamente essere… umano nelle sue sembianze”, spiega Taisch. “In fabbrica potrebbero servire ruote invece delle gambe, quattro braccia anziché due oppure un numero molto maggiore di telecamere per osservare ciò che accade davanti, dietro e intorno alla macchina”.
È proprio questa specializzazione a rappresentare, secondo Taisch, uno dei possibili segnali della maturazione tecnologica: abbandonare la necessità di riprodurre fedelmente l’anatomia umana per costruire macchine capaci di adattarsi alle reali esigenze dell’ambiente produttivo.
Il vantaggio rispetto alla robotica industriale tradizionale sarà infatti soprattutto nella capacità di affrontare ambienti meno strutturati. Questi sistemi potranno assumersi attività fisiche ripetitive, ma allo stesso tempo “leggere il contesto” e reagire agli imprevisti, aumentando la flessibilità dell’automazione.
La globalizzazione non scompare, ma cambia forma
Tecnologia e produzione, tuttavia, non possono più essere analizzate separatamente dalla geopolitica.
Per Taisch la globalizzazione non è terminata, ma sta cambiando profondamente. Alle tradizionali logiche economiche si aggiungono oggi barriere commerciali e politiche, mentre anche l’origine geografica di un prodotto può incidere sulle scelte dei consumatori e delle imprese.
In questo scenario assume un peso crescente la logistica.
“La logistica oggi è diventata il collo di bottiglia del mondo”, osserva Taisch. Rotte commerciali, materie prime e infrastrutture di trasporto sono diventate parte della competizione tra Stati, con conseguenze dirette per aziende abituate per decenni a progettare le proprie catene del valore sulla base soprattutto dell’efficienza economica.
Il risultato è una crescente attenzione alla sovranità tecnologica e alla capacità di controllare componenti e tecnologie considerate essenziali.
Per le imprese questo significa dover rivedere una parte consistente dei propri modelli operativi, “dalla ricerca fino alla consegna del prodotto”.
La resilienza delle supply chain ha un costo
La conseguenza più immediata riguarda le supply chain.
Dopo la pandemia la resilienza è diventata una delle parole più utilizzate nel manufacturing. Ma costruire filiere capaci di resistere meglio alle perturbazioni significa anche mettere in discussione alcuni dei principi che hanno guidato negli ultimi decenni l’organizzazione della produzione globale.
Avere più alternative, diversificare i fornitori e distribuire maggiormente la capacità produttiva rende il sistema più resistente agli shock, ma comporta inevitabilmente maggiori costi.
La risposta, secondo Taisch, sarà anche geografica: catene di fornitura più corte e una crescente regionalizzazione della produzione.
Nella lettura del professore l’economia mondiale tenderà sempre più a organizzarsi intorno a grandi aree economiche e produttive, con un rafforzamento dei rapporti all’interno delle diverse regioni e nuove dinamiche tra Americhe, Europa, Mediterraneo, Africa e Asia.
Per le imprese la questione diventa quindi trovare un nuovo equilibrio tra efficienza e capacità di risposta agli shock. La supply chain costruita esclusivamente per minimizzare i costi rischia di non essere più sufficiente in un contesto in cui continuità operativa, disponibilità delle tecnologie e sicurezza degli approvvigionamenti assumono un peso crescente.
Il dossier sostenibilità? Non è affatto chiuso
Nell’agenda degli ultimi anni la sostenibilità sembra avere perso parte della visibilità conquistata in precedenza. Guerre, sicurezza energetica, competitività e autonomia tecnologica hanno progressivamente occupato una quota crescente del dibattito politico.
Per Taisch sarebbe però sbagliato interpretare questo cambiamento come un arretramento strutturale. “Il fatto che non se ne parli non significa che non sia più un dossier aperto”, sottolinea.
Il cambiamento più interessante riguarda semmai le motivazioni che spingono le imprese verso la sostenibilità. Alla pressione normativa si aggiunge sempre più quella del mercato e dei consumatori.
Da qui quella che Taisch considera una progressiva convergenza tra sostenibilità economica e ambientale: investimenti capaci di ridurre consumi di energia e materiali, contenere gli sprechi e aumentare l’efficienza possono contemporaneamente migliorare la competitività dell’impresa e ridurne l’impatto ambientale.
Perché la formazione “non è tempo perso”
Se AI, automazione e robotica stanno accelerando, la capacità di utilizzarle dipenderà però dalle persone.
Ed è sulle competenze che Taisch formula uno dei giudizi più netti dell’intervista.
“Sento ancora troppi imprenditori dire che la formazione è tempo perso, come se fosse tempo perso investire in un impianto più efficiente”.
Secondo Taisch esiste ancora uno squilibrio evidente nel modo in cui molte aziende valutano i propri investimenti: “C’è consapevolezza sulla produttività degli asset ma non su quella delle persone, ed è un enorme errore manageriale”.
La responsabilità della formazione deve essere condivisa. Le imprese devono investirvi con maggiore continuità, mentre lo Stato deve creare strumenti che favoriscano aggiornamento e riqualificazione professionale.
Ma anche lavoratori e rappresentanze sindacali, sostiene Taisch, devono modificare il modo in cui guardano all’aggiornamento delle competenze. “La formazione non è solo un diritto, è un dovere”.
Con un’accelerazione tecnologica sempre più rapida, la distanza tra chi riesce ad aggiornare le proprie competenze e chi rimane indietro rischia infatti di trasformarsi in un nuovo divario digitale. E quel divario non riguarda soltanto il singolo lavoratore: finisce per incidere sulla produttività delle imprese e sulla competitività degli stessi territori.
Anche la ricerca entra nella competizione geopolitica
C’è infine un ultimo terreno sul quale, secondo Taisch, gli effetti della nuova frammentazione internazionale cominciano a diventare visibili: la ricerca.
Imprese e associazioni industriali continuano a costruire canali di dialogo e collaborazione anche quando i rapporti politici tra gli Stati diventano più difficili. Una sorta di diplomazia parallela che può contribuire a mantenere aperte relazioni economiche e industriali.
Per il mondo della ricerca il quadro appare però più delicato.
La collaborazione scientifica internazionale si è basata per decenni sulla circolazione delle conoscenze, sulla cooperazione tra università e centri di ricerca e sulla condivisione dei risultati. Taisch vede oggi segnali di una crescente chiusura.
“La ricerca è diventata un’arma geopolitica a tutti gli effetti”, afferma, indicando il rischio che anche la produzione e lo scambio della conoscenza vengano progressivamente ricondotti alle logiche della competizione tra Stati.
È probabilmente una delle trasformazioni più profonde del nuovo scenario industriale. Perché se tecnologie, materie prime e catene di fornitura diventano elementi della sovranità nazionale, anche la conoscenza necessaria per svilupparle assume un valore geopolitico.
Ed è proprio in questo scenario che, nella visione di Taisch, piattaforme internazionali di confronto come il World Manufacturing Forum acquistano un significato ulteriore. La bussola serve per scegliere una direzione. Ma, prima ancora, serve continuare a confrontarsi su quale rotta prendere.
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