Tetto al 5% sulle spese militari: Governo Meloni cancella la mozione
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La retromarcia è arrivata nel giro di poche ore, ma tanto è bastato per trasformare una semplice mozione parlamentare in un caso politico capace di scuotere il governo.
Al centro dello scontro c’è il tema dell’aumento delle spese militari e, soprattutto, il contestato obiettivo Nato che punta a portare gli investimenti per la difesa fino al 5% del Pil entro il 2035. Una prospettiva che continua a dividere la politica italiana e che, nelle ultime ore, ha provocato un evidente corto circuito all’interno della stessa maggioranza.
Nel testo iniziale della mozione presentata al Senato dai gruppi del centrodestra compariva infatti un passaggio destinato a creare forti tensioni: il governo veniva impegnato a sostenere “una revisione degli obiettivi più ambiziosi”, citando esplicitamente il target del 5%, considerato difficilmente sostenibile alla luce della situazione economica italiana e delle priorità nazionali.
Poche ore dopo, però, quel riferimento è sparito. Il documento è stato riscritto e il passaggio cancellato integralmente.
Il dietrofront della maggioranza
La modifica improvvisa della mozione ha dato l’impressione di un esecutivo colto di sorpresa da una presa di posizione che rischiava di diventare un problema diplomatico oltre che politico. Secondo diverse ricostruzioni, all’interno di Palazzo Chigi il testo sarebbe stato accolto con forte irritazione.
L’episodio avrebbe coinvolto direttamente anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avrebbe chiesto chiarimenti immediati dopo aver appreso del contenuto della mozione. A quanto trapela, nemmeno il ministro della Difesa Guido Crosetto sarebbe stato informato preventivamente del riferimento alla revisione degli obiettivi Nato.
La questione ha assunto un peso ancora maggiore perché il target contestato deriva dagli impegni assunti proprio dall’Italia durante il vertice Nato dell’Aia, sottoscritti dalla stessa Meloni insieme agli altri leader dell’Alleanza Atlantica e sostenuti con forza dal presidente statunitense Donald Trump.
Per questo motivo, l’ipotesi di chiedere pubblicamente una revisione dell’obiettivo si percepisce come una contraddizione politica difficilmente gestibile, soprattutto alla vigilia dei prossimi appuntamenti internazionali.
Una mozione nata sul tema energia
Il caso è esploso durante il dibattito parlamentare dedicato alla sicurezza energetica e alla richiesta italiana di maggiore flessibilità sui vincoli europei di bilancio. Proprio in quel contesto, la maggioranza aveva inserito nella mozione un riferimento alle spese militari, sostenendo la necessità di mantenere un approccio “realistico e credibile” in ambito Nato.
Nel testo originale si chiedeva sì di confermare il raggiungimento del 2% del Pil per la difesa, ma anche di riconsiderare traguardi più elevati, come appunto il 5%, includendo inoltre nel computo alcune spese legate alla sicurezza energetica e alle infrastrutture strategiche.
Una formulazione che ha immediatamente provocato reazioni sia dall’opposizione sia all’interno della stessa coalizione.
Le tensioni dentro il centrodestra
A far emergere il malessere è stato soprattutto il clima di confusione generato dalla vicenda. Diversi esponenti della maggioranza avrebbero scaricato le responsabilità sulla Lega, indicata come la forza politica che avrebbe spinto per inserire il passaggio contestato.
Il capogruppo leghista al Senato, Massimiliano Romeo, ha provato a ridimensionare il caso spiegando che “non era opportuno affrontare un tema così delicato nel mezzo di una discussione sull’energia”. Una giustificazione che, tuttavia, non è bastata a spegnere le polemiche.
Il problema principale resta infatti politico: nella mozione si definiva “irrealistico” un impegno internazionale che il governo italiano aveva già accettato ufficialmente in sede Nato.
Una formulazione che ha finito inevitabilmente per mettere in difficoltà la stessa presidente del Consiglio.
Il nodo del 5% del Pil
Dietro lo scontro parlamentare si nasconde però una questione molto più ampia: quanto costerebbe davvero all’Italia arrivare al 5% del Pil destinato a difesa e sicurezza?
Secondo le stime elaborate dall’Osservatorio Mil€x, una simile soglia potrebbe tradursi in oltre 110 miliardi di euro l’anno ai valori attuali. Una cifra enorme, destinata inevitabilmente ad alimentare il dibattito sull’equilibrio tra investimenti militari e spesa sociale.
L’obiettivo Nato prevede, entro il 2035, un aumento graduale delle risorse: il 3,5% del Pil dovrebbe essere destinato alla difesa in senso stretto, mentre un ulteriore 1,5% riguarderebbe sicurezza energetica, infrastrure strategiche e protezione delle reti critiche.
Il punto è che molti osservatori contestano già oggi la trasparenza dei numeri presentati dal governo italiano.
Il “trucco contabile” contestato da Mil€x
Secondo l’Osservatorio Mil€x, il raggiungimento del 2% del Pil annunciato dall’esecutivo sarebbe stato possibile grazie a una ridefinizione più ampia delle spese considerate compatibili con i criteri Nato.
Formalmente l’Italia avrebbe superato il target con un valore pari al 2,01% del Pil e una spesa complessiva superiore ai 45 miliardi di euro. Tuttavia, secondo i ricercatori dell’osservatorio, la spesa militare reale resterebbe più vicina all’1,5%, in linea con gli anni precedenti.
In pratica, risulterebbero inserite nel conteggio anche voci indirette o difficilmente verificabili, ampliando il perimetro della “sicurezza nazionale”.
Una scelta che continua ad alimentare critiche e accuse di scarsa trasparenza.
Il legame con il programma europeo Safe
La discussione sulle spese militari si intreccia anche con le trattative europee sul programma “Safe”, il nuovo strumento finanziario dell’Unione Europea pensato per sostenere investimenti comuni nel settore della difesa.
Il piano mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti destinati agli Stati membri per rafforzare la produzione militare e aumentare la capacità industriale del comparto bellico europeo.
Per accedere a queste risorse, però, servono margini di bilancio adeguati. Ed è qui che emergono le difficoltà italiane.
L’esecutivo punta infatti a ottenere maggiore flessibilità sui parametri europei, sfruttando le deroghe previste dal Patto di stabilità per le spese legate alla difesa. Tuttavia, il recente dato sul deficit pubblico italiano, salito oltre il 3%, rischia di complicare ulteriormente il percorso.
Le opposizioni all’attacco
Le forze di opposizione hanno immediatamente sfruttato il caos interno alla maggioranza.
La leader del Pd Elly Schlein ha parlato apertamente di un governo “allo sbando”, mentre il presidente dei senatori dem Francesco Boccia ha chiesto chiarimenti pubblici sull’intera vicenda, domandando chi abbia deciso di cancellare il riferimento al 5%.
Anche il Movimento 5 Stelle ha attaccato duramente il governo, sostenendo che la mozione abbia costretto la maggioranza ad ammettere implicitamente le difficoltà economiche legate all’aumento delle spese militari.
Il rischio di uno scontro sempre più ampio
La vicenda mette in evidenza una frattura destinata probabilmente ad allargarsi nei prossimi mesi. Da un lato ci sono gli impegni internazionali assunti dall’Italia in ambito Nato e le pressioni per aumentare gli investimenti nella difesa. Dall’altro, pesa una situazione economica fragile, con margini di bilancio sempre più ridotti e un debito pubblico che continua a rappresentare un problema strutturale.
Il timore, sollevato anche da numerosi analisti, è che la crescita delle spese militari finisca per comprimere ulteriormente gli investimenti destinati a welfare, sanità e servizi pubblici.
E proprio questo equilibrio sarà uno dei temi centrali del confronto politico dei prossimi anni.
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