TFR e previdenza complementare: dal 1° luglio 2026 cambia tutto per i nuovi assunti

19 Giugno 2026 - 09:00
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lentepubblica.it

Per decenni, la maggior parte dei lavoratori italiani ha lasciato il proprio TFR in azienda, un po’ per abitudine, un po’ per disinteresse. Proprio per invertire questa rotta, la Legge di Bilancio 2026 ha introdotto l’adesione automatica alla previdenza complementare per tutti i nuovi assunti del settore privato a partire dal 1° luglio 2026.


I lavoratori che non si esprimono entro 60 giorni dall’assunzione si ritroveranno iscritti a un fondo pensione.

In un Paese dove le carriere si frammentano, i contributi versati all’INPS si assottigliano e le pensioni pubbliche future saranno inevitabilmente meno generose, spingere i lavoratori verso la previdenza complementare è un’esigenza non più rimandabile. I numeri confermano l’urgenza: dal 2007 a oggi il sistema produttivo italiano ha generato circa 438 miliardi di euro in TFR, ma solo il 22,2%, pari a 97,3 miliardi, è confluito nella previdenza integrativa. La quota restante è rimasta ferma nelle casse aziendali o nel Fondo di Tesoreria INPS.

Cos’è il TFR e perché diventa leva previdenziale

Il TFR è una quota di retribuzione differita che matura anno dopo anno durante il rapporto di lavoro e viene erogata al momento della cessazione, qualunque ne sia la causa. La sua disciplina è affidata all’art. 2120 del Codice civile, che stabilisce l’accantonamento annuale di una somma pari alla retribuzione utile divisa per 13,5.

Nel corso dei decenni, questo istituto ha progressivamente assunto una funzione previdenziale, diventando il principale canale di alimentazione dei fondi pensione negoziali. Nel solo 2023, su 31,3 miliardi di euro di TFR prodotto, 7,8 miliardi sono stati indirizzati verso la previdenza complementare.

Il meccanismo del silenzio-assenso nella sua nuova veste

Con la riforma del 2007, il sistema aveva già sperimentato una prima forma di silenzio-assenso: i lavoratori disponevano di 6 mesi per scegliere la destinazione del proprio TFR e, in caso di inerzia, le somme venivano indirizzate verso la previdenza complementare collettiva.

A partire dal 1° luglio 2026, per tutti i nuovi assunti del settore privato, esclusi i lavoratori domestici, scatta l’iscrizione automatica a una forma di previdenza complementare collettiva. Non è richiesta una manifestazione di volontà. Se nei primi 60 giorni dall’assunzione il lavoratore non comunica nulla, l’adesione si perfeziona automaticamente e diventa irrevocabile. Per rinunciare, dunque, è necessario un atto esplicito.

Quale fondo riceve il TFR e cosa confluisce nell’adesione

Il TFR non confluisce in un fondo a caso. In presenza di accordi collettivi, la destinazione segue la forma pensionistica prevista dal contratto nazionale, territoriale o aziendale applicato. Qualora in azienda vi siano più fondi, prevale quello con il maggior numero di iscritti. In assenza di accordi collettivi, si applica il fondo residuale di riferimento, come il Fondo Cometa per i metalmeccanici.

L’adesione automatica non riguarda soltanto il TFR che maturerà. Salvo eccezioni specifiche, nel fondo confluiscono anche la contribuzione a carico del datore di lavoro e quella del lavoratore nelle misure stabilite dalla contrattazione collettiva. Fanno eccezione i lavoratori con retribuzione annua lorda inferiore all’importo dell’assegno sociale, per i quali la contribuzione aggiuntiva non opera automaticamente.

Chi invece sceglie di non aderire al fondo entro i 60 giorni ha due strade: mantenere il TFR in azienda secondo le regole ordinarie dell’art. 2120 c.c., oppure destinarlo a una forma di previdenza complementare diversa da quella collettiva. Resta comunque aperta la possibilità di aderire a un fondo pensione in un momento successivo.

Le nuove regole per le imprese: il Fondo di Tesoreria INPS si allarga

La rivoluzione del 2026 non riguarda solo i lavoratori. La Legge di Bilancio interviene anche sulle imprese. L’obbligo di versare il TFR al Fondo di Tesoreria INPS era agganciato alla soglia dimensionale sussistente in un momento storico preciso – il 2006 per le aziende già attive, l’anno di avvio per quelle nate dopo. Le crescite successive non incidevano sull’obbligo, lasciando fuori dal perimetro tutte le imprese che nel tempo avevano superato i cinquanta dipendenti.

Un’estensione progressiva per circa 2,5 milioni di lavoratori

Il correttivo introdotto dalla riforma segue una strada graduale. Nel biennio 2026-2027 l’obbligo di versamento mensile al Fondo INPS scatterà per le aziende con almeno 60 dipendenti; tra il 2028 e il 2031 la soglia scenderà a 50; dal 2032 si abbasserà ulteriormente fino a 40. I potenziali interessati da questa modifica sono stimati in circa 2,5 milioni di dipendenti.

La posizione della COVIP: vigilanza collaborativa, niente rinvii

A ridosso dell’entrata in vigore, il presidente della COVIP, Mario Pepe, ha escluso la possibilità di prorogare le scadenze. L’autorità di vigilanza accompagnerà fondi e datori di lavoro con un approccio equilibrato per un periodo transitorio di un anno, escludendo sanzioni immediate, ma richiedendo comunque l’adempimento.

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