Tutti condannati gli imputati per il “metodo mafioso” nel Nord della provincia di Varese

Maggio 18, 2026 - 13:45
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Tutti condannati gli imputati per il “metodo mafioso” nel Nord della provincia di Varese
tribunale di varese

Dodici imputati, 12 condanne per quasi settant’anni di carcere per reati che vanno dall’estorsione alle minacce, dall’usura alla violenza privata sviluppati in un territorio preciso, il Nord della provincia di Varese, utilizzando il cosiddetto “metodo mafioso”. Si conclude così il primo grado del processo battezzato “Nerone” che prese il via dalle medesime indagini svolte dai carabinieri oramai una decina di anni fa in merito a un giro di violenze e incendi nella zona dell’alto Varesotto.

Una sentenza considererà dagli addetti ai lavori come “storica” perché, ferme restando le garanzie costituzionali legate alla presunzione di innocenza, sancisce per la prima volta l’impiego di un metodo specificamente utilizzato per mettere a segno reati. Un processo lungo e piuttosto minuzioso che ha visto due fronti contrapposti e ben delineati, con la difesa in forte contrasto “tecnico” su quell’aggravante appunto del metodo mafioso che per l’accusa costituisce un salto di qualità dai reati contro la persona o il patrimonio verso qualcosa di più grave, perché caricato – in quelle micro interazioni fatte di allusioni, nomi di peso, sguardi – dalla promessa di minacce concrete legate a un modo di fare che nulla ha a che vedere col semplice crimine di strada.

Una temperie di relazioni invece che risulta tutta da dimostrare, sempre secondo il collegio difensivo, che ha sempre rigettato la ricostruzione del pubblico ministero Giovanni Tarzia della Procura di Milano, competente per le indagini che rientrano nelle competenze della Direzione distrettuale antimafia. E cioè che quel modo di fare, diviso fra aggressioni a scopo di estorsione, minacce, prestito di soldi a usura e traffico di droga, che portava a garanzia secondo l’accusa una certa capacità di intervento attraverso le corde della criminalità vera, strutturata, specialità delle famiglie calabresi emanazione di cosche di ’ndrangheta (in particolare la Gimpà, egemone nella zona di Lamezia Terme: agli imputati, beninteso, non veniva mossa l’accusa di farne parte).

Reati per i quali la Procura aveva chiesto complessivamente, nell’ultima udienza, circa 78 anni di carcere per 12 imputati (la richiesta di prescrizione ha riguardato tre imputati, mentre per uno è stata chiesta l’assoluzione). Processo emblematico anche per le numerosissime escussioni di testi privi di memoria, soggetti ad amnesie, a «non so, non mi ricordo», a domande su specifici episodi rimaste inesaudite. «È la pagina più nera vissuta nel tribunale di Varese da 35 anni a questa parte con un incredibile incremento di pena», ha commentato l’avvocato Corrado Viazzo che già in aula aveva manifestato un chiaro disappunto dopo la lettura della sentenza «siamo riusciti a superare le pene del processo Hydra che riguarda il sistema mafioso lombardo», ha aggiunto il legale.

«Una sentenza scioccante che non rispecchia in al alcun modo l’esito del dibattimento» ha commentato un altro difensore, l’avvocato Stefano Gerunda, annunciando appello non appena disponibili le motivazioni che verranno depositate entro 90 giorni.

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