Un Binface contro Vannacci. Prendere di petto il demagogo non paga. Basta un po’ di humour
Count Binface, possente barriera contro il conformismo reazionario del supertrombone populista Nigel Farage, sembra uscito dalla fantasia di P. G. Wodehouse o dei Monty Python. Come ha raccontato Paola Peduzzi qui, gira con una tuta da astronauta e nasconde il suo volto in un bidone della spazzatura (bin). Di mestiere è uno sceneggiatore senza ambizioni politiche smisurate, anzi, affetta una certa timidezza che dissimula nella mascheratura comportamentale. Candidato nel distretto di Clacton in una elezione suppletiva di agosto, dove Farage cerca di far dimenticare i suoi peccadillos con un pronunciamento elettorale che dovrebbe seppellire un suo scandalo personale, donazioni miliardarie di un tipo un po’ così, Binface è avanti nei sondaggi e fa rischiare all’uomo della Provvidenza un finale insieme ilare e ridicolo. L’uninominale pura è fatta di collegi ristretti, alcune decine di migliaia di persone, e può succedere a qualunque re o despota dell’opinione di avere la testa tagliata, specialità britannica come l’umorismo eccentrico, lo humour.
Il gusto della risata beffarda contro la retorica ampollosa da quelle parti è un sentimento quasi irresistibile. Non si sa come andrà, ovviamente, ma il solo fatto che nessun altro sia candidato serioso contro Farage, e all’eroe della Brexit e della remigrazione non resti che il duello con un bidone comico, è già di per sé una godibile sputtanata. Farage è un osso duro, ha consumato trionfi nelle elezioni europee, che valgono più o meno come un sondaggione, per poi essere regolarmente ripreso e doppiato in volata quando erano in questione il comando politico e il governo al numero 10 di Downing Street. Comunque è un fenomeno di questa epoca abbastanza squinternata. Ogni scommessa è un azzardo, ma il Times e Murdoch, l’editore, hanno avuto un brivido ludopatico, e pencolano verso l’uomo del trash immaginario contro il candidato del trash anche troppo reale.
Non si potrebbe trovare una soluzione simile, ridanciana e stravagante, per fronteggiare qui da noi il piccolo Farage, il generale Vannacci? O se è per questo, si decidesse infine a entrare in politica nella lista Lavitola-Tavares, il condottiero Ranucci? Prendere sul serio la politica è una buona cosa, consigliabile, ma se la politica o la sua caricatura populista non ti prende sul serio, e anzi ti percula con l’eccesso, la dismisura volontarista contro la razionalità, l’evidente sfruttamento delle debolezze e paure e distrazioni del popolo sovrano, forse la risorsa dell’umorismo offre dei vantaggi. Quando Grillo fece della barzelletta patibolare uno strumento di consenso da consumato cabarettista, invece di ritorcergli contro la sua arma preferita, lo si subì come un nuovo fenomeno politico ineluttabile. Minacciava di arresto l’intera classe dirigente, e si trovò a giocare sul suo terreno, lo streaming fasullo, il gioco sporco della trasparenza con un ingenuo o sprovveduto Bersani. In genere il demagogo alla fine si fotte da solo, come si è visto anche nel caso in questione, è questa la migliore risorsa finale delle democrazie liberali, ma si diceva “alla fine”.
Nel frattempo non si può stare con le mani in mano. E a proposito di mani, dissociandosi dal suo militante di San Benedetto del Tronto, che si messo a fare il vigile manesco contro un poveretto sulle strisce pedonali, il generalissimo ha dimostrato di essere meno sempliciotto di quanto non appaia a prima vista. Ma è pur sempre uno che sbaglia vestaglia e costume da bagno, e si applica con modalità staraciane al valore carismatico dello sport come variante del maschilismo aggressivo. Starace era quello che, pelando un’arancia, si espresse famosamente così: “Dicono che ci sono le vitamine, ma io le mangio lo stesso”. Ecco, il punto debole del demagogo non è sempre da trattare nella contrapposizione frontale e centrale, non bisogna mai dimenticare le risorse dell’eccentrico.
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