Un governo stabile di persone scelte male è solo un cattivo governo che dura di più

01 Ottobre 2026 - 16:15
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Un governo stabile di persone scelte male è solo un cattivo governo che dura di più

Giorgia Meloni lo chiama Stabilicum, l’opposizione Melonellum. Due nomi per la stessa idea: chi vince prende (quasi) tutto, chi perde si lecca le ferite. Il premio vale 70 deputati e 35 senatori, regalati a una coalizione che nelle urne non li ha conquistati. Intanto salgono le firme richieste a chi si vuole candidare ma non siede in Parlamento: fino a seimila per collegio, fino a circa 450 mila per presentarsi ovunque. Il deputato di +Europa Riccardo Magi digiuna da oggi contro questa indecente barriera posta davanti a chi si presenti per la prima volta o non abbia un numero sufficiente di eletti nell’attuale Parlamento, come nel caso del suo partito, e per consentire che le sottoscrizioni vengano raccolte con la firma digitale. È la maggioranza che più parla di sovranità popolare a mettere il filo spinato davanti alle urne.

È una legge raccogliticcia, e si vede. Meloni voleva il premierato convinta, all’inizio della legislatura, di poter dare alla «nazione» un colpo di autocrazia che le garantisse di attuare una democrazia illiberale, o almeno un po’, come il suo allora amico Orbán aveva fatto in Ungheria. Via via ha cambiato idea, su questo come su tante altre pessime idee che aveva agitato in campagna elettorale.

Con la nuova legge e i sondaggi attuali la partita è aperta, e come è sempre accaduto dopo i frequenti cambi di sistema elettorale, potrebbe vincere l’opposizione. La cosiddetta “legge truffa” del 1953 aveva un solo vincitore possibile, la Dc e i suoi alleati, questa è una “legge fuffa”. Ma cambiare la legge è parso comunque necessario alla maggioranza, perché l’unità a sinistra che nel 2022 non c’era (non è certa neppure stavolta, comunque) renderebbe molto più forte l’opposizione nei collegi uninominali che assegnano un terzo degli eletti.

Anche Franco Corleone, ex parlamentare ed ex sottosegretario alla Giustizia, ha iniziato oggi un digiuno. Con un obiettivo più ampio: una legge elettorale più rispettosa della sovranità popolare. Denuncia un meccanismo che, attraverso il premio di maggioranza, può trasformare una minoranza di voti in una maggioranza parlamentare, incidendo anche sugli equilibri istituzionali e sugli organi di garanzia, e che ha molti altri elementi di antidemocraticità e anticostituzionalità, dal sistema delle false preferenze allo sproporzionato numero di firme necessario per liste che non hanno il privilegio dell’esenzione. Con questa iniziativa nonviolenta chiede di rompere il silenzio su questo ennesimo tentativo di umiliare la sovranità popolare per «impedire che le regole elettorali diventino uno strumento di concentrazione del potere».

Piero Calamandrei, evocato spesso a sproposito nella discussione parlamentare, avvertiva che il sistema elettorale «non è che uno strumento giuridico, cioè formale». La democrazia, scriveva, riesce tanto meglio quanto più dalla scelta dei cittadini escono eletti «i più degni: cioè i più capaci, intellettualmente, moralmente, tecnicamente». La legge che la Camera approverà fra pochi giorni in via definitiva, salvo sorprese improbabili perché con la fiducia una bocciatura porterebbe di filato alla fine della legislatura, non offrirà questa possibilità.

L’opposizione, però, non ha titolo per scandalizzarsi troppo. L’Italicum di Matteo Renzi, con il suo premio e i capilista bloccati, portava la firma del Pd. Porta la firma del Pd anche il Rosatellum, con le candidature multiple che permettono ai leader di decidere a tavolino chi entra in Parlamento. Adesso Pd, M5S e alleati chiedono le preferenze libere e l’abolizione dei capilista bloccati, e la maggioranza, anche al Senato, ha respinto in blocco questi emendamenti. Bene, ma è una conversione tardiva, e si ferma alla scheda. Nessuno ha messo sul tavolo l’articolo 49 della Costituzione, secondo cui i cittadini si associano in partiti «per concorrere con metodo democratico» alla politica nazionale. Sarebbe l’unica riforma capace di togliere davvero il potere ai capi. Aspetta da quasi ottant’anni di essere discussa.

Una legge democratica, una volta scelta la strada del proporzionale, farebbe poche cose, tutte semplici. Collegi piccoli, con eletti che si possano riconoscere per strada. Basta candidature multiple. Finanziatori resi pubblici prima del voto. Porte aperte a chi arriva da fuori. E soprattutto accesso gratuito e paritario ai mezzi di comunicazione. Lo stabilicum non funziona così. Le tre preferenze concesse dalla maggioranza sono una foglia di fico. Il capolista resta bloccato, e nei partiti che eleggono un solo deputato nel collegio sceglie comunque la segreteria. La candidatura multipla (fino a cinque collegi!) moltiplica questo potere. È il voto di preferenza nella versione più arrogante: potete scegliere, purché scegliamo noi.

Il problema non l’ha scoperto nessuno di recente. Montesquieu scriveva che «il popolo è ammirevole nello scegliere coloro ai quali deve affidare parte della propria autorità» a patto di giudicare su ciò che conosce. Qui si va nella direzione opposta: meno riconoscibilità, meno concorrenza, più potere a chi compila le liste. E nessuno ha proposto seriamente di estendere al cento per cento l’uninominale oggi presente in una parte minoritaria della legge che si vuole cancellare.

Meloni promette un governo stabile. Ma un governo stabile di persone scelte male è soltanto un cattivo governo che dura di più. E un Parlamento di nominati resta un Parlamento di nominati, anche quando ha una maggioranza blindata, selezionata non sulla base dei candidati più degni ma dei più fedeli.

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