Quando la formazione rimette in moto le carriere

Per molto tempo studio e lavoro sono stati due momenti distinti, consecutivi. Prima l’università, poi il lavoro. È uno schema che ha una sua logica: il periodo della formazione è concentrato nella prima parte della vita, lì si ottiene un titolo di studio e poi si entra nel mercato del lavoro, dove le competenze acquisite da giovane dovrebbero accompagnare il resto della carriera. Solo che nella vita reale le cose raramente seguono una linea retta così precisa. Il lavoro può cominciare prima della laurea, oppure gli studi possono interrompersi a metà percorso. Nel frattempo, gli impegni si affastellano uno accanto all’altro: gli orari di lavoro, un affitto da pagare, magari una famiglia da mantenere, e l’università può finire sullo sfondo. Gli esami restano lì, come in ghiaccio.
Intanto anche il lavoro ha una sua evoluzione. Le professioni si trasformano, cambiano le competenze richieste e spesso è necessario aggiornarsi o imparare qualcosa di nuovo per stare al passo con i tempi. Secondo il Rapporto AlmaLaurea 2026, circa sei laureati su dieci considerano molto rilevante la possibilità di continuare a formarsi nel corso della propria vita professionale. Non a caso nel 2025 quasi sette laureati su dieci avevano avuto un’esperienza lavorativa durante gli studi, e più di uno su dieci era classificato da AlmaLaurea come «lavoratore-studente», cioè aveva lavorato continuativamente a tempo pieno per almeno metà della durata del percorso universitario.
Le esigenze degli studenti universitari possono essere molto diverse. C’è chi arriva direttamente dalla scuola e può dedicarsi soprattutto allo studio, ma anche chi lavora, ha una famiglia o torna sui libri dopo una pausa.
In Italia c’è anche un problema demografico. La popolazione diciannovenne è diminuita del 41,3 per cento rispetto al picco del 1984 e nel 2023 poco più di un giovane su due è passato dalla scuola all’università. Se il bacino dei giovani si restringe e il lavoro chiede di continuare a formarsi, l’università deve trovare il modo di coinvolgere anche chi torna a studiare quando la vita adulta è già cominciata. Come è capitato a Gennaro J. Di Napoli, che ha dovuto lasciare gli studi a due esami dalla laurea e per dieci anni è rimasto lontano dall’università. Poi si è iscritto a Universitas Mercatorum, si è laureato e ha continuato con la magistrale. Ha anche iniziato una nuova esperienza professionale nel settore dei servizi informatici. «Il mio primo esame alla magistrale è coinciso con l’inizio di una nuova esperienza professionale che si nutre della comprensione del contesto di business che ho costruito studiando ogni giorno, la mattina prestissimo, prima del lavoro», dice a Linkiesta. Oggi sta lavorando alla tesi e pensa già a un dottorato industriale.
Negli anni in cui Gennaro ha lavorato e ripreso gli studi, è cambiato anche il mondo del lavoro. Le tecnologie hanno trasformato mansioni e professioni, alcune sono cresciute, altre si sono ridotte – alcune sono proprio scomparse. Le competenze con cui si entra nel mondo del lavoro, insomma, non sempre bastano ad accompagnare una persona fino alla fine della sua carriera. Secondo l’Ocse, l’accelerazione tecnologica e l’automazione stanno ridisegnando i profili professionali. Nel rapporto “Skills in the AI Age”, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico spiega che mentre cresce la necessità di aggiornarsi, la partecipazione degli adulti ai percorsi formativi resta ferma in gran parte delle economie avanzate. E il problema riguarda soprattutto chi avrebbe più bisogno di farlo: i lavoratori con qualifiche medio-basse, più esposti alla trasformazione tecnologica, sono anche quelli che partecipano meno alla formazione.
Per chi lavora, la formazione deve fare i conti con gli orari, la presenza in aula e costi non sempre sostenibili. Quando hai un lavoro e magari dei figli sono pesi sufficienti a farti rimandare ancora. Se non altro perché tornare a studiare richiederebbe un gioco di incastri non banale.
Anche Annarita Iusco ha ripreso l’università da adulta, con un lavoro su turni e una famiglia. «All’inizio avevo paura di non riuscire più a studiare e, soprattutto, avevo pochissima fiducia nelle mie capacità», dice a Linkiesta. «L’università telematica è stata la soluzione che mi ha consentito di conciliare lo studio con tutto il resto, ma quando ho iniziato non immaginavo quanto questo percorso sarebbe diventato importante per me. Esame dopo esame ho iniziato invece a capire che potevo fare molto più di quanto pensassi». Oggi Annarita è vicina alla laurea. Ha anche iniziato a partecipare alla vita dell’ateneo attraverso la Consulta studentesca.
Annarita ha dovuto fare spazio allo studio dentro una vita che aveva già i suoi tempi. È una situazione non così rara come si potrebbe pensare. Anzi, per tornare all’università non serve necessariamente averla lasciata molti anni prima. Fabiola Iannaccone, per esempio, lavora nel marketing e nella comunicazione e ha scelto una laurea magistrale in Comunicazione Digitale e Marketing perché sentiva la necessità di aggiornare le proprie competenze in un settore che cambia rapidamente. La cosa più utile, dice a Linkiesta, è stata poter portare subito nel lavoro quello che imparava studiando.
A sentire le aziende è una richiesta molto attuale. Nel “Future of Jobs Report” dello scorso anno, il World Economic Forum indicava nei divari di competenze il principale ostacolo alla trasformazione per il sessantatré per cento delle imprese intervistate. L’ottantacinque per cento prevedeva di dare priorità all’upskilling nei cinque anni successivi.
Non tutti arrivano all’università dopo aver interrotto gli studi. Laura Bonuccelli ha ventitré anni, sta concludendo la laurea in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione con indirizzo sportivo ed è già entrata nel mondo del lavoro. Dopo un tirocinio è stata assunta all’AS Roma – per lei che ama il calcio è un’opportunità imperdibile. La possibilità di organizzare lo studio in autonomia le ha permesso di far partire le due cose insieme, senza aspettare la fine dell’università per cominciare a costruire un’esperienza professionale. «Lavorando nel mondo del calcio, le giornate possono essere molto intense e non è sempre semplice trovare il momento giusto da dedicare allo studio», dice a Linkiesta. «La flessibilità dell’Università San Raffaele mi ha permesso di adattare le lezioni e lo studio ai miei impegni, senza dover scegliere tra la mia crescita professionale e quella accademica». Dopo la laurea vorrebbe continuare con un master nel settore sportivo.
Anche le aspettative nei confronti del lavoro sono cambiate. Nel Rapporto AlmaLaurea 2026, la flessibilità dell’orario è tra gli aspetti la cui importanza è cresciuta di più negli ultimi dieci anni, con 20,7 punti percentuali in più rispetto al 2015. Per Laura, questa flessibilità ha significato poter studiare mentre iniziava a lavorare, senza dover aspettare che una delle due cose finisse per cominciare l’altra.
Il suo è un caso diverso da quello di Gennaro o Annarita. Ma mostra che il rapporto tra studio e lavoro può cambiare già all’inizio della carriera. Non c’è più necessariamente un prima e un dopo. Del resto, il World Economic Forum mette tra le competenze destinate a crescere anche la curiosità e il lifelong learning, insieme alla capacità di adattamento, alla flessibilità e al pensiero creativo.
Per chi lavora, riprendere gli studi significa trovare spazio per la formazione in una vita già piena di impegni. Le università online possono rendere praticabile questa scelta senza dover interrompere il percorso professionale.
Le storie di Annarita, Gennaro, Fabiola e Laura sono diverse, ma raccontano una stessa esigenza: trovare un modo per conciliare studio e lavoro nelle diverse fasi della vita.
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