Un’Europa sovranista rischia di diventare una colonia delle autocrazie

Maggio 18, 2026 - 07:42
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Un’Europa sovranista rischia di diventare una colonia delle autocrazie

«Franza o Spagna purché se magna». Era la fotografia di una penisola che aveva smesso di credere in se stessa. Uno spazio geograficamente magnifico e politicamente inerte, che aspettava che fossero altri a decidere per lei. Oggi quella frase descrive l’Europa.

Non l’Europa delle dichiarazioni solenni e dei vertici di Bruxelles. L’Europa reale, quella che ha comprato gas dalla Russia fino all’ultimo giorno utile, che ha affidato i propri porti alla Cina senza pretendere in cambio alcuna reciprocità strategica, che discute da anni se avere una politica industriale comune mentre Pechino costruisce filiere complete, dall’estrazione delle terre rare all’automobile finita.

Ma soprattutto l’Europa che continua a sottovalutare il più grande investimento geopolitico delle autocrazie contemporanee: il finanziamento politico e culturale della propria frammentazione interna.

Perché i nazionalismi sovranisti che crescono in molti Paesi europei non sono soltanto fenomeni spontanei o reazioni identitarie alla globalizzazione. Sempre più spesso rappresentano ecosistemi politici, mediatici e digitali alimentati direttamente o indirettamente da interessi esterni che hanno un obiettivo chiarissimo: impedire la nascita di un’Europa realmente unita, autonoma e strategicamente sovrana.

Un’Europa forte sarebbe infatti la più grande potenza economica democratica del pianeta. Ed è esattamente ciò che molte potenze non vogliono.

La Russia ha interesse a un continente paralizzato, energeticamente dipendente e politicamente ricattabile. La Cina ha interesse a trattare bilateralmente con singoli Stati fragili invece che con un soggetto geopolitico compatto capace di imporre reciprocità commerciale, tecnologica e industriale. Altri attori globali, dagli Emirati ad alcune piattaforme digitali transnazionali, prosperano nella debolezza regolatoria e nella competizione interna europea.

Per questo ogni crisi europea viene immediatamente trasformata in guerra culturale permanente. Immigrazione, energia, transizione ecologica, sicurezza, agricoltura: tutto viene piegato alla costruzione di un conflitto identitario continuo che impedisce la formazione di un interesse europeo condiviso. La Cina ragiona in decenni. L’Europa ragiona in sondaggi.

Pechino ha studiato meglio di noi la storia europea. Ha compreso ciò che accade ai territori economicamente ricchi ma politicamente divisi. L’Italia del Quattrocento e del Cinquecento rappresenta forse il caso più istruttivo della storia moderna: Milano, Venezia, Firenze, Napoli, città raffinatissime, potenze economiche e culturali straordinarie, incapaci però di impedire che Francia e Impero trasformassero la penisola in un campo permanente di competizione strategica. Oggi quella penisola si chiama Europa.

Ma c’è qualcosa di persino più pericoloso della divisione storica: la frammentazione organizzata. Quella che non nasce dalla debolezza, ma dalla convenienza politica. Quella che viene alimentata sistematicamente attraverso dipendenze energetiche, influenza economica, propaganda digitale e destabilizzazione culturale.

I nazionalismi europei del XXI secolo non rappresentano soltanto un ritorno identitario. In molti casi costituiscono ecosistemi politici perfettamente funzionali agli interessi strategici delle grandi autocrazie contemporanee. Non necessariamente perché siano direttamente controllati dall’esterno, ma perché producono un effetto preciso: paralizzare l’Europa come soggetto politico.

Il risultato è visibile ovunque. Ogni decisione comune viene trasformata in un conflitto interno permanente. Ogni tentativo di integrazione strategica viene descritto come un attentato alla sovranità nazionale. Ogni crisi diventa un acceleratore di divisioni.

La Russia lo ha capito prima di molti europei: l’Europa non si conquista militarmente. Si indebolisce dall’interno. Si rendono strutturali le dipendenze energetiche, si amplificano le fratture culturali, si alimentano reti di influenza, si esasperano le paure identitarie e la sfiducia nelle istituzioni democratiche.

La Germania lo ha scoperto nel modo più duro. Per anni il proprio modello industriale ha poggiato su una convinzione mai realmente discussa: che energia russa a basso costo e apertura illimitata del mercato cinese fossero condizioni permanenti. La guerra in Ucraina e la nuova competizione globale hanno dimostrato quanto quella stabilità fosse fragile.

La stessa Russia, che immaginava di tornare una potenza imperiale autonoma, rischia ora di trasformarsi progressivamente in un enorme fornitore energetico e minerario subordinato agli interessi strategici di Pechino.

Nel frattempo la Cina consolida la propria presenza lungo le infrastrutture decisive del commercio globale. Porti, logistica, reti digitali, batterie, terre rare, automotive elettrico. Dal Pireo ai grandi corridoi euroasiatici, Pechino costruisce influenza economica e politica con una continuità strategica che l’Europa sembra incapace persino di immaginare.

Nel frattempo il Mediterraneo torna centrale. Rotte commerciali, cavi sottomarini, energia, Africa, sicurezza alimentare, transizione industriale. Tutto passa da lì.

La Cina lo sa e investe nei porti. La Turchia lo sa e gioca simultaneamente su più tavoli geopolitici. Gli Emirati lo sanno e costruiscono presenza economica, finanziaria e culturale con una lucidità impressionante. L’Italia, che di quel mare è il centro naturale, continua invece troppo spesso a pensarsi come periferia. Eppure possiede tutto ciò che servirebbe per essere uno degli snodi strategici del nuovo equilibrio globale: posizione geografica, infrastrutture portuali, relazioni storiche con il Mediterraneo e l’Africa, capacità culturale, manifattura, diplomazia diffusa. Potrebbe essere la piattaforma mediterranea dell’Europa. Potrebbe guidare una politica energetica, infrastrutturale e culturale verso l’Africa prima che lo facciano altri, meglio di noi e senza di noi.

Invece il dibattito pubblico italiano continua troppo spesso a oscillare tra provincialismo e propaganda, mentre l’Europa elegge forze politiche che dichiarano di voler difendere la sovranità nazionale ma finiscono per sabotare ogni costruzione di sovranità europea reale. Ed è questo il vero paradosso contemporaneo.

La sovranità del XXI secolo non coincide più soltanto con i confini o con la moneta. Coincide con il controllo delle filiere industriali, dell’energia, delle tecnologie strategiche, dei dati, delle infrastrutture e perfino degli immaginari culturali.

Un continente che dipende militarmente dagli Stati Uniti, energeticamente da attori esterni, tecnologicamente dalle piattaforme americane e asiatiche, industrialmente dalle catene produttive cinesi, difficilmente può definirsi pienamente sovrano.

I piccoli Stati italiani del Cinquecento almeno erano consapevoli della propria fragilità. L’Europa contemporanea rischia qualcosa di peggiore: confondere la retorica della sovranità con la sua progressiva cessione.

Perché alla fine la storia è spietata con chi rinuncia a costruire una visione comune. E i territori più ricchi ma politicamente divisi finiscono quasi sempre per esercitare una sola forma di sovranità: quella altrui.

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