Merz ha fatto il primo passo. Ora tocca agli altri leader

Mosca intima ai diplomatici e ai cittadini stranieri di lasciare Kyjiv. Friedrich Merz ci va. In questi due gesti c’è la sostanza della guerra europea: Vladimir Putin vuole dimostrare che può distruggere una capitale sotto gli occhi di chi ha promesso di difenderla; il cancelliere tedesco risponde che quella promessa vale anche sotto le bombe. Ma una promessa che regge solo finché nessuno la mette alla prova non è una difesa. Ora va armata.
L’avvertimento russo contiene una ferocia supplementare. Il ministero degli Esteri di Mosca dice di aver «ribadito» al corpo diplomatico l’invito a lasciare la città. Chi lancia i missili avrebbe dunque assolto i propri doveri avvisando. Chi viene colpito avrebbe avuto il torto di trovarsi lì. Ai diplomatici viene indicata una via d’uscita. Ai milioni di ucraini che abitano la città viene annunciato ciò che li aspetta.
Sarebbe un errore leggere questa intimidazione soltanto come il preludio a un’intensificazione degli attacchi. Il bersaglio politico è la solidarietà europea. Putin ne saggia la consistenza, cerca il punto oltre il quale le dichiarazioni di sostegno diventano consigli di prudenza, le promesse si trasformano in imbarazzo e la resistenza ucraina viene riclassificata come ostinazione.
Colpire ponti, energia e servizi significa rendere sempre più difficile vivere nella capitale. Significa dire agli ucraini: guardate quanto vale l’amicizia dell’Europa. E agli europei: guardate quanto costa contraddirmi.
Merz ha colto la natura della sfida. La sua visita, accompagnata da nuovi aiuti militari e sostegno alle infrastrutture energetiche, è un atto politico importante. Ha spiegato che, se non viene fermata, la macchina bellica russa finirà per rivolgersi contro di noi. La sicurezza tedesca, dunque, si difende anche a Kyjiv. Lo stesso vale per quella italiana, francese, europea. Anche per chi preferisce non accorgersene.
Ma il coraggio di un cancelliere deve diventare una decisione comune, e la decisione ha un nome preciso: difesa aerea europea sui cieli ucraini. Non solo più batterie, più intercettori, più munizioni, più fabbriche che li producano, anche se tutto questo serve e va fatto subito. Serve dire apertamente che l’Europa deve poter intercettare missili e droni russi diretti contro le città, con sistemi e personale europei, a partire dalla capitale e dai cieli che si possono coprire anche dal territorio dei paesi alleati confinanti. Comporta rischi, e vanno discussi in pubblico, davanti ai nostri parlamenti, invece di essere usati come alibi. Perché anche lasciare a Putin la libertà di devastare le città ucraine comporta un rischio. Enorme. Solo che abbiamo preso l’abitudine di chiamarlo prudenza.
Ieri un rapporto Onu ha certificato che sono quindicimila i civili uccisi o feriti dai russi nel 2026, il 55 per cento in più rispetto al 2025. Civili presi di mira per indurre la popolazione a dissociarsi dalla resistenza. Se Mosca potrà intensificare la distruzione senza incontrare una risposta capace di impedirla, avrà una ragione in più per continuare. Ogni cedimento le suggerirà che un altro bombardamento può ottenere ciò che il precedente non ha ancora ottenuto. Fino a fiaccare la resistenza, spezzare la fiducia, rendere la resa una necessità quotidiana prima ancora che una scelta politica.
La posta supera il destino dell’Ucraina. Una Kyjiv abbandonata dimostrerebbe che l’Europa non sa mantenere gli impegni da cui dipende la propria sicurezza. Putin non avrebbe bisogno di occupare tutto il paese per vincere la sua guerra politica contro di noi. E ci sarebbe chi presenterebbe il conto. Gli stessi che hanno rallentato, condizionato o votato contro gran parte o tutti i pacchetti di aiuti, destre e sinistre filorusse, esibirebbero la caduta di Kyjiv come prova della propria lungimiranza. È la logica del piromane che rimprovera ai pompieri di essere arrivati tardi, e che intanto si candida a gestire le macerie. Ne ricaverebbero voti, potere, governi.
È anche questo che si decide sotto il cielo di Kyjiv: quanto spazio avrà Putin nelle nostre città, nei nostri parlamenti, nelle nostre vite.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
L'articolo Merz ha fatto il primo passo. Ora tocca agli altri leader proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)