A 100 giorni dall’inizio della guerra in Iran una cosa è chiara: dalle crisi energetiche non si esce puntando sulle fonti fossili

5 Giugnoe 2026 - 15:48
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A 100 giorni dall’inizio della guerra in Iran una cosa è chiara: dalle crisi energetiche non si esce puntando sulle fonti fossili

A 100 giorni dall’inizio dai primi bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran si può dire una cosa con certezza: dalle crisi energetiche non si esce affidandosi ai combustibili fossili. La cosa emerge con chiarezza dall’ultimo report pubblicato dalla Ieefa (Institute for energy economics and financial analysis) col titolo “Cento giorni di crisi: come la guerra in Iran mette a nudo le vulnerabilità energetiche dell’Europa”. Spiegano infatti gli esperti dell’istituto specializzato in analisi attinenti a questioni energetiche ed economiche che se nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea aveva risposto al taglio del gas russo sostituendolo massicciamente con il gas naturale liquefatto (Gnl) importato via mare, questo conflitto in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran prima e di Washington poi sta dimostrando che la dipendenza dal Gnl è diventata una vulnerabilità che risente della fragilità delle rotte commerciali globali. «Le importazioni europee di G dnlal Qatar sono diminuite nel 2026 a seguito dell’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz e di conseguenza l'Europa è diventata ancora più dipendente dai suoi due principali fornitori di Gnl, gli Stati Uniti e la Russia», si legge nel report Ieefa. Da marzo a maggio, le importazioni di Gnl dell’Ue su base annua sono aumentate per tutti gli altri principali fornitori extra Golfo: +5% dagli Stati Uniti, +11% dall’Algeria, +25% dalla Russia e +84% dalla Norvegia. Gli Stati Uniti hanno rappresentato il 60% delle importazioni di Gnl dell'UE durante questo periodo, in aumento rispetto al 56% dell’anno precedente.

Tra l’altro, di fronte a questa emergenza che è arrivata a quattro anni di distanza dall’analoga crisi del 2022, i Paesi membri dell’Unione europea hanno reagito in modo frammentato, senza una reale coordinazione, riflettendo strategie energetiche interne profondamente diverse. Se da un lato la Francia è riuscita a ridurre i propri acquisti di Gnl del 23%, dall’altro la Germania ha risposto allo shock aumentando i propri volumi di importazione del 72% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, accentuando drasticamente la propria esposizione alla volatilità dei prezzi di mercato.

L’analisi della Ieefa evidenzia che sebbene l’Europa sia riuscita a superare indenne i primi cento giorni di guerra senza subire un razionamento fisico dell’energia, la semplice diversificazione geografica dei fornitori non può più essere considerata una garanzia di sicurezza. La vera resilienza strutturale del continente potrà essere raggiunta soltanto attraverso una drastica riduzione della domanda complessiva di combustibili fossili in generale e di gas in particolare, e dunque attraverso una decisa accelerazione degli investimenti nelle energie rinnovabili e nelle tecnologie pulite, le uniche fonti strutturalmente al riparo dai conflitti e dai ricatti geopolitici globali.

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