Al caldo non ci si abitua, si muore prima

01 Luglio 2026 - 13:27
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Al caldo non ci si abitua, si muore prima

"Ci abitueremo al clima tropicale." È una frase che abbiamo sentito pronunciare in questi giorni da La Russa, presidente del Senato, e che, forse involontariamente, fotografa un rischio ben più grande dell'ondata di calore che stiamo vivendo: quello della rassegnazione. Perché adattarsi al cambiamento climatico non significa accettarne passivamente gli effetti. Significa, al contrario, trasformare le nostre città, il nostro sistema economico e le nostre politiche pubbliche affinché siano in grado di proteggere le persone e l'ecosistema.

La crisi climatica non appartiene al futuro. È già qui. Il Mediterraneo è considerato dall'IPCC uno dei principali hotspot climatici del pianeta: un'area dove il riscaldamento procede più rapidamente della media globale e dove eventi estremi, ondate di calore e siccità saranno sempre più frequenti, intensi e prolungati. L'Organizzazione mondiale della sanità considera il caldo estremo uno dei maggiori rischi sanitari emergenti in Europa. Molti studi pubblicati su Nature Medicine stimano un numero di decessi in costante aumento a causa delle alte temperature. Questo dovrebbe farci riflettere: non siamo più di fronte a un'emergenza eccezionale, ma a un fenomeno certo e misurabile destinato a diventare la prassi. Continuare a intervenire soltanto con ordinanze temporanee o misure emergenziali significa inseguire il problema, non governarlo.

Per troppo tempo si è raccontata la transizione ecologica come un costo, mentre il vero costo è quello dell'inazione. Ogni ondata di calore produce un aumento della spesa sanitaria, una riduzione della produttività del lavoro, danni alle infrastrutture, perdite per il settore agricolo, un incremento dei consumi energetici e una crescente pressione sul sistema assicurativo. Secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, gli impatti economici della crisi climatica potrebbero ridurre significativamente la crescita del nostro Paese negli scenari più severi, mentre la Commissione europea stima che l'Europa dovrà investire circa 70 miliardi di euro l'anno entro il 2050 per rafforzare le politiche di adattamento. Ogni euro investito oggi nella prevenzione evita costi ben più elevati domani.

Il cambiamento climatico non è soltanto una questione economica: è soprattutto un moltiplicatore di disuguaglianze. Il caldo non colpisce tutti nello stesso modo. Colpisce maggiormente gli anziani che vivono soli, i bambini, le donne in gravidanza, le persone affette da patologie croniche, i cittadini in condizioni di povertà energetica che non possono permettersi di climatizzare la propria abitazione, i lavoratori dell'agricoltura, dell'edilizia, della logistica e dei servizi pubblici costretti a lavorare all'aperto durante le ore più calde. Colpisce le periferie urbane, dove l'assenza di alberature, il consumo di suolo e la prevalenza di asfalto e cemento fanno aumentare la temperatura di diversi gradi rispetto alle aree periurbane.

Il cambiamento climatico, dunque, genera un problema di salute pubblica, di giustizia sociale e di democrazia territoriale. Per questo ritengo che sia arrivato il momento di affermare un principio nuovo: il diritto all'adattamento climatico. Se il diritto alla salute è garantito dall'articolo 32 della Costituzione, oggi esso passa inevitabilmente anche dalla capacità delle istituzioni di proteggere le persone dagli effetti del cambiamento climatico. Ridurre le emissioni rimane indispensabile, ma non basta più. Dobbiamo affiancare alla mitigazione una grande politica nazionale dell'adattamento.

La Strategia europea di adattamento ai cambiamenti climatici, la Missione "Adaptation to Climate Change" di Horizon Europe e il recente Regolamento europeo sul ripristino della natura riconoscono che città più verdi, ecosistemi più resilienti e Nature-based Solutions rappresentano strumenti fondamentali per tutelare la salute, ridurre i rischi climatici e rafforzare la resilienza dei territori. In questo quadro assumono un ruolo strategico i "rifugi climatici" (Climate Shelters).

Voglio parlarvi di queste infrastrutture: non semplici edifici climatizzati, ma una nuova infrastruttura pubblica della resilienza climatica. Biblioteche, scuole, musei, centri civici, impianti sportivi, piazze alberate, parchi urbani e altri edifici pubblici dovrebbero essere ripensati per offrire refrigerio durante gli eventi di caldo estremo attraverso ombreggiamento naturale, vegetazione, acqua, ventilazione, servizi di prossimità e, dove necessario, climatizzazione efficiente alimentata da fonti rinnovabili. I rifugi climatici rappresentano un cambio di paradigma: non si limitano a gestire l'emergenza, ma trasformano la città in una grande infrastruttura di adattamento, capace di ridurre il rischio climatico e, allo stesso tempo, migliorare la qualità della vita quotidiana.

Non si tratta di una proposta teorica. Diverse città europee hanno già dimostrato che l'adattamento climatico può diventare una politica pubblica permanente. Barcellona rappresenta probabilmente il modello più avanzato. Ha realizzato una rete di oltre quattrocento Climate Shelters, distribuiti tra scuole, biblioteche, centri civici, musei e parchi, affinché ogni cittadino possa raggiungere in pochi minuti uno spazio sicuro durante le ondate di calore. Parigi ha sviluppato gli îlots de fraîcheur, integrati in una piattaforma digitale che permette di individuare in tempo reale gli spazi climatizzati, le aree ombreggiate e le fontane pubbliche. Londra ha avviato il programma Cool Spaces, mentre Amsterdam sta sperimentando sistemi che integrano i dati climatici con quelli sanitari e socioeconomici per individuare i quartieri più vulnerabili.

Sono esperienze diverse, ma accomunate da una stessa visione: il raffrescamento urbano non è un servizio accessorio, bensì una nuova infrastruttura pubblica, al pari delle reti idriche, energetiche o della protezione civile.

L'Italia dispone di uno strumento strategico: il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), approvato nel 2023, che individua tra le priorità la protezione della salute pubblica, la riduzione delle isole di calore urbane, la diffusione delle infrastrutture verdi e blu e il rafforzamento della resilienza dei territori. Il problema non è la mancanza di una strategia, ma la lentezza della sua attuazione. Per questo ho presentato, come parlamentare della VIII Commissione Ambiente della Camera dei deputati, una Risoluzione sulle misure di adattamento climatico per la tutela della salute pubblica, la protezione dei lavoratori esposti alle ondate di calore e il rafforzamento della resilienza climatica delle aree urbane, accompagnata da due interrogazioni parlamentari: la prima sull'attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e sulla resilienza climatica delle città; la seconda sulla tutela della salute pubblica e dei lavoratori dagli effetti delle ondate di calore.

Con questi atti ho chiesto al Governo di adottare un Piano nazionale per la prevenzione degli effetti sanitari delle ondate di calore, rafforzare il coordinamento tra Ministero della Salute, Ministero dell'Ambiente, Regioni e Protezione Civile, promuovere sistemi uniformi di tutela dei lavoratori esposti al rischio da calore attraverso il sistema Worklimate, sostenere un Programma nazionale per la resilienza climatica delle città e finanziare interventi di forestazione urbana, de-impermeabilizzazione dei suoli, corridoi ecologici, oltre alla realizzazione di spazi pubblici di raffrescamento accessibili alle persone anziane, fragili e socialmente vulnerabili: appunto, i rifugi climatici.

Ringrazio le migliaia di ragazze e ragazzi che hanno riempito le piazze chiedendo alla politica di affrontare con maggiore coraggio la crisi climatica. Quelle mobilitazioni sono state talvolta derubricate a un'occasione per "saltare la scuola". E no, cara Santanchè, ci stanno dando una grande lezione di politica a sostegno dei più deboli, delle persone fragili e del nostro ambiente. I nostri giovani hanno colto prima di molti adulti la portata della trasformazione in corso. Non chiedono soltanto di ridurre le emissioni. Chiedono di costruire un futuro più sicuro.

Per questo non posso accettare la semplice idea di abituarsi a un clima sempre più tropicale. L'adattamento non è rassegnazione. È responsabilità. La transizione ecologica non si misura soltanto nelle tonnellate di CO₂ che riusciremo a evitare. Si misura anche nella capacità delle istituzioni di garantire che nessuno venga lasciato solo di fronte a un caldo sempre più estremo. Il diritto all'adattamento climatico è destinato a diventare uno dei nuovi diritti di cittadinanza del XXI secolo. Sta alla politica avere il coraggio di riconoscerlo e trasformarlo in realtà.

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