Il mercato non basta all’economia circolare, dopo il Pnrr sarà centrale la guida pubblica

01 Luglio 2026 - 14:36
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Il mercato non basta all’economia circolare, dopo il Pnrr sarà centrale la guida pubblica

La raccolta differenziata è il primo passo necessario all’economia circolare, ma da sola non basta. Per trasformare i rifiuti in nuovi prodotti servono impianti, innovazione, controllo ambientale e un rapporto costante con i territori. È su questo terreno che si misurerà il futuro del comparto, che anche dopo la fine del Pnrr non potrà fare a meno di una guida pubblica in grado di impostare una politica industriale di sviluppo.

Il contesto della costa toscana, portato oggi all’attenzione dell’Ecoforum legambientino in corso a Roma da Aldo Iacomelli – amministratore unico di Aamps, società operativa locale (Sol) livornese della realtà a capitale interamente pubblico Retiambiente, che ha in carico la gestione dell’igiene urbana sul territorio – mostra bene la sfida. In base ai dati Arrr in Toscana la raccolta differenziata dei rifiuti urbani ha raggiunto nel 2024 il 68,28%, con l’Ato Toscana costa al 71,36%, ma il riciclo effettivo resta stimato attorno al 53% dei rifiuti prodotti, mentre la discarica pesa ancora per circa il 30%.

Significa che non seguiamo ancora come dovremmo la rotta indicata chiaramente dalla gerarchia europea per la gestione rifiuti, che pone al primo posto la prevenzione seguita da riuso, recupero di materia, recupero di energia e smaltimento in sicurezza. Il mercato non riesce a internalizzare adeguatamente i segnali di prezzo che dovrebbero favorire gli step più “nobili” della gerarchia: come emerso infatti dal recentissimo studio Agici Il riassetto dei rifiuti urbani e le opportunità di crescita nelle principali tipologie dei rifiuti speciali, discariche e termovalorizzatori restano primi per redditività. Il riciclo resta il perno dell’economia circolare, ma oggi è anche una delle attività più esposte alla volatilità dei prezzi delle materie prime seconde, dell’energia e degli smaltimenti. Il valore tende invece a concentrarsi negli operatori integrati e nelle fasi terminali, anche per effetto della scarsità infrastrutturale del Paese.

Per rafforzare davvero il riciclo serve quindi una politica industriale capace di riequilibrare questa distribuzione: valorizzando meglio le materie riciclate e adeguando la capacità di trattamento alla quantità di rifiuti effettivamente prodotti, così da evitare che il costo dello smaltimento continui a comprimere i margini dei riciclatori e a ricadere su cittadini e imprese.

Un caso-scuola oggi è quello delle plastiche, filiera oggi attraversata da una grave crisi industriale: la capacità di riciclo dell’Unione europea è diminuita di 1 milione di tonnellate rispetto al suo picco. Qui il livello adeguato per agire contemporaneamente su offerta e domanda è almeno a livello nazionale, incentivando l’uso di materia riciclata, rafforzando i controlli sulle importazioni e applicando con maggiore rigore i criteri ambientali minimi negli acquisti pubblici (il margine di manovra non manca, dato che gli acquisti pubblici italiani valgono quasi 310 miliardi di euro l’anno, ma meno di un terzo rientra oggi nel Green public procurement - Gpp).

Ma una concreta politica industriale sui molteplici fronti dell’economia circolare non può evitare di concretizzarsi anche dal basso, con un approccio bottom-up che parta dalle utility presenti sui territori. La leva ottimale da poter utilizzare è quella dell’in house providing, dato che una società in house opera come articolazione organizzativa dell’Amministrazione, vincolata dunque a principi di servizio pubblico, prossimità territoriale e continuità; non cerca il solo rendimento di breve periodo, ma programma investimenti e qualità nel tempo (e un ulteriore progresso in tal senso può arrivare dalle reti territoriali d’impresa come evoluzione stessa delle società in house, una proposta illustrata proprio ieri su queste colonne dall’avvocato Giaretti).

La costa toscana si sta già muovendo in quest’ottica attraverso Retiambiente – una realtà che serve 1,2 milioni di cittadini in cento Comuni, attraverso 12 Sol: titolare di una concessione in house fino al 2036, fino ad allora l’azienda interamente pubblica gestirà circa 3,5 miliardi di euro di risorse della Tari dei cittadini. In base ai dati presentati nel nuovo Piano industriale le performance gestionali ad oggi sono buone per il tasso di raccolta differenziata (oltre il 72%, con scarti al 12% e 90 centri di raccolta che intercettano il 15% dei rifiuti), mentre il tasso di smaltimento in discarica è ancora alto, oltre il 35%, anche a seguito della prematura chiusura dell’inceneritore di Livorno presente al Picchianti. Il Piano industriale punta a portare la raccolta differenziata nel 2030 al 76% per arrivare all’82% nel 2035 – e soprattutto a innalzare il riciclo effettivo al 55% nel 2025, 60% nel 2030, 65% al 2035 –, a ridurre i rifiuti totali di circa il 5%, a portare tutta la frazione organica in impianti interni all’Ato e a concentrare tutto il flusso dell’indifferenziato sul Tmb di Pioppogatto (il Css di qualità qui prodotto andrà ai cementifici). L’ossicombustore di Peccioli, che ha appena ricevuto il via libera in Conferenza dei servizi, gestirà fino a 177mila tonnellate di flussi di rifiuto trattato (da Tmb e scarti del riciclo) e le discariche gestiranno meno del 10% dei rifiuti urbani totali; questo però significa anche, oltre alla centralità degli attuali impianti di discarica per evitare crisi nell’igiene urbana, che durante gli (almeno) 5 anni necessari a realizzare l’ossicombustore, il territorio dovrà conferire rifiuti fuori ambito per poter chiudere il ciclo.

Nel frattempo Aamps, che rappresenta la Sol più grande in Retiambiente, sta già concretizzando l’assetto post termovalorizzatore, con un piano industriale incentrato su Livorno da oltre 63 mln di euro nel periodo 2025-2030.

piano industriale aamps

A partire dalla fine del 2026 oltre 17.000 tonnellate annue di rifiuti organici (Forsu) dei livornesi non dovranno più viaggiare per centinaia di chilometri verso impianti in Veneto e Lombardia: saranno trattate direttamente a Livorno, grazie al nuovo digestore anaerobico che permetterà di trattare al Picchianti in maniera integrata i fanghi reflui civili, la Forsu e gli sfalci/potature da giardino prodotti dalla città di Livorno. Sempre al Picchianti stanno nascendo nuove strutture di trasferenza e stoccaggio rifiuti, per ottimizzare l’avvio a riciclo delle frazioni riciclabili e l’avvio a smaltimento di quelle non riciclabili.

Complessivamente, lo scenario post-termovalorizzatore al Picchianti – biodigestore a parte – cuba investimenti per oltre 13 mln di euro. Ma non c’è solo il Picchianti nel futuro di Livorno. Da qui gli investimenti da 8 mln di euro su nuovi centri comunali di raccolta e isole ecologiche, i 4,5 sulla Tari puntuale, i quasi 5,5 sul potenziamento della raccolta differenziata tramite l’attivazione di servizi ad hoc (dal centro storico nel Pentagono del Buontalenti alle aree portuali alle grandi utenze). Prevista infine una piattaforma (da 4,1 mln di euro) per la selezione e avvio a riciclo degli imballaggi in carta e cartone raccolti tramite differenziata e un ambizioso progetto di compostaggio a Vallinbuio da 28 mln di euro.

«Se il Picchianti rappresenta il presidio tecnologico su fanghi-forsu, Vallin Buio – spiega Iacomelli a greenreport – è la voce più impegnativa del Piano industriale e insieme la più coerente con l'idea di autosufficienza impiantistica che portiamo avanti come gruppo Retiambiente. Parliamo di un investimento da 28 milioni di euro su 65.000 metri quadrati, per un impianto capace di trattare fino a 80.000 tonnellate l'anno di sfalci verdi e potature attraverso un processo di compostaggio aerobico a freddo, per restituire materia carboniosa ai terreni. Non è un impianto pensato solo per Livorno: servirà l'intero ambito costiero, sottraendo volumi importanti al conferimento esterno e ai relativi costi di trasporto e smaltimento, che oggi si muovono tra i 70 e gli 80 euro a tonnellata. Parallelamente Aamps punta all'avvio di una nuova attività industriale per centralizzare il prezioso recupero di carta, cartone, oltre 10.000 tonnellate l'anno, ottimizzando la vendita ai consorzi di filiera per un valore stimato di oltre 2 milioni e mezzo di euro annui. Sono investimenti che si ripagano nel tempo e che hanno ricadute benefiche sul territorio, ed è esattamente il tipo di scelta che un modello di sviluppo orientato alla continuità del servizio e alle ricadute di valore locali (più che al rendimento immediato) deve poter fare».

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