La via d’uscita di Trump dall’Iran è la resa dell’America (e la fine degli accordi di Abramo)

I contorni della strategia del presidente Donald Trump nella guerra con l’Iran stanno diventando sempre più chiari. In una telefonata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente americano avrebbe spiegato che Washington sta negoziando con Teheran una sorta di «lettera d’intenti» per chiudere formalmente il conflitto e aprire 30 giorni di colloqui sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il significato politico dell’operazione è evidente: gli Stati Uniti stanno cercando un modo per uscire dalla crisi. Trump potrebbe anche autorizzare un altro attacco limitato, più per mostrarsi risoluto e soddisfare i fautori della guerra che per reali obiettivi strategici. Sarebbe però soprattutto una mossa simbolica. In sostanza, quella che viene definita «fase finale» assomiglia molto a una ritirata.
Trump ha mostrato più volte esitazione nella guerra con l’Iran, soprattutto dal 18 marzo, quando Israele ha colpito il giacimento di gas di Pars e Teheran ha risposto attaccando il principale impianto qatariota per la produzione di gas naturale. È stato allora che Trump ha chiesto di fermare gli attacchi americani e israeliani contro le infrastrutture energetiche iraniane, e da quel momento il conflitto è entrato di fatto in una fase di congelamento.
Da allora, le minacce di una ripresa delle operazioni militari si sono rivelate poco credibili. La leadership iraniana è convinta da settimane che Trump non abbia alcuna intenzione di tornare davvero alla guerra e, proprio per questo, non ha fatto concessioni nonostante i pesanti danni subiti durante 37 giorni di bombardamenti continui. Anzi, Teheran si presenta al tavolo con le richieste di chi ritiene di avere il coltello dalla parte del manico: risarcimenti di guerra, nessun limite all’arricchimento dell’uranio, riconoscimento del controllo sullo stretto e revoca delle sanzioni.
In questo scenario, chiedere altri 30 giorni di tregua e negoziati equivale per Trump a riconoscere implicitamente di aver perso il confronto. Anche se nei prossimi giorni decidesse di ordinare un attacco dimostrativo, gli iraniani lo leggerebbero per quello che è: un gesto di facciata. Nessuno crede davvero che tra un mese gli Stati Uniti siano pronti a riaprire una guerra su larga scala. Anche perché, nel frattempo, l’Iran avrebbe il tempo di riorganizzarsi, riarmarsi e rafforzarsi economicamente grazie ai pedaggi sul traffico marittimo.
Entro un mese, inoltre, il nuovo sistema di controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz potrebbe essere già consolidato. Secondo l’Institute for the Study of War, Teheran starebbe sfruttando la tregua per «normalizzare» il proprio controllo sul passaggio strategico, imponendo ai Paesi importatori di petrolio accordi di transito e facendo pagare tariffe alle navi dei Paesi che non li sottoscrivono. Secondo funzionari iraniani il nuovo assetto favorirà partner strategici come Russia e Cina e consentirà a Paesi amici, come India e Pakistan, di negoziare condizioni dedicate. Le navi riconducibili a Stati considerati ostili, invece, rischierebbero di essere escluse del tutto dal passaggio.
Diversi Paesi – tra cui Corea del Sud, Turchia e Iraq – starebbero già trattando accordi temporanei con Teheran. Ora che Trump ha lasciato intendere di non voler combattere per ripristinare la libertà di navigazione nello stretto, molti governi cercheranno rapidamente un’intesa con l’Iran. Gli Stati più dipendenti dall’energia del Golfo hanno bisogno di far ripartire il flusso di petrolio e gas e di limitare i danni economici. Anche i partner tradizionalmente vicini agli Stati Uniti e a Israele potrebbero sentirsi spinti a prendere le distanze e a trovare un accomodamento con Teheran. In questo scenario, il sistema di sanzioni contro l’Iran rischia di sgretolarsi, mentre nuovi capitali affluirebbero nel Paese grazie al suo ruolo centrale nelle rotte energetiche mondiali. Dopo 30 giorni, gran parte della comunità internazionale potrebbe avere interesse a difendere questo nuovo equilibrio e a evitare qualsiasi ritorno al conflitto.
Trump probabilmente spera che l’opinione pubblica americana non colga fino in fondo la portata strategica di questa battuta d’arresto. I mercati potrebbero persino tranquillizzarsi se il petrolio tornasse a transitare regolarmente nello stretto, anche sotto un sistema controllato dall’Iran. Una sconfitta geopolitica degli Stati Uniti non necessariamente si traduce subito in un crollo di Wall Street. Il presidente potrebbe anche tentare di spostare l’attenzione altrove, magari aprendo un nuovo fronte contro Cuba. E infatti parte dei media americani ha già iniziato a concentrarsi più sull’isola caraibica che sugli sviluppi della crisi iraniana.
Secondo un funzionario statunitense, Netanyahu sarebbe uscito dalla telefonata con Trump «furioso e nel panicofurioso e nel panico». Non sorprende. Questa guerra potrebbe trasformarsi nel colpo più duro mai subito dalla sicurezza israeliana. Se la situazione continuerà a evolvere in questa direzione, l’Iran uscirà dal conflitto molto più forte e influente di prima. Avrà strumenti di pressione su molte delle economie più ricche del mondo, tutte interessate a mantenere rapporti stabili con Teheran. In un simile contesto, difficilmente quei Paesi si schiereranno con Israele in eventuali tensioni future con l’Iran o con i suoi alleati regionali in Libano e Gaza. Israele rischia così di ritrovarsi più isolato che in qualsiasi altro momento della sua storia, soprattutto rispetto al suo unico alleato davvero affidabile: gli Stati Uniti. E se Trump dovesse allontanarsi da Israele, il mondo Maga lo seguirebbe senza troppe esitazioni, rafforzando ulteriormente negli Stati Uniti un clima politico sempre più ostile verso il governo israeliano.
Resta però una grande incognita: Israele accetterà davvero questo nuovo equilibrio regionale? Un Iran più forte, più ricco e più influente significherebbe nuova linfa per Hamas e Hezbollah e potrebbe segnare anche la fine degli Accordi di Abramo, perché le monarchie del Golfo sarebbero costrette a trovare un’intesa con Teheran per proteggere le proprie economie. Trump sostiene che Netanyahu «farà quello che gli dirò». Ma è difficile immaginare che Israele resti fermo a guardare mentre l’Iran prende il posto degli Stati Uniti come principale arbitro degli equilibri mediorientali.
Lo scenario più probabile, alla fine, è quello di un Golfo Persico segnato da instabilità permanente e continue tensioni sulle rotte marittime. È quello che accade quando una potenza dominante rinuncia al proprio ruolo.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sull’Atlantic.
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