Archi e frecce per abbattere i cinghiali. Leal: «Pericolosa deriva che prevede agonia, accumulo di carcasse e focolai patogeni»

13 Luglio 2026 - 17:05
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Archi e frecce per abbattere i cinghiali. Leal: «Pericolosa deriva che prevede agonia, accumulo di carcasse e focolai patogeni»

Niente fucili, pallottole, polvere da sparo. Ma non sarebbe comunque un confronto ad armi pari, e comporta inoltre molti pericoli dal punto di vista sanitario, ambientale e per l’incolumità di escursionisti e di chiunque abbia piacere a frequentare i boschi. La giunta provinciale di Trento ha approvato un provvedimento che introduce l’uso dell’arco per il «controllo» dei cinghiali, con parere favorevole dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Il progetto, promosso dall’assessore alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni, amplia gli orari di prelievo, coinvolge cacciatori abilitati e introduce il cosiddetto «controllo mirato», anche in aree a densità zero e in deroga ai periodi venatori.

Come denuncia Leal, la narrazione istituzionale presenta l’arco come un’alternativa «silenziosa» alle armi da fuoco, utile a ridurre il disturbo acustico durante la stagione riproduttiva. Ma questa scelta, priva di basi scientifiche, espone animali, ecosistemi e cittadini a rischi gravissimi. Fa infatti notare l’associazione che l’uso dell’arco provoca ferimenti non immediatamente letali per gli esemplari colpiti: dissanguamento, perforazioni, morte lenta. Un animale con una o anche più frecce in corpo può fuggire per chilometri, nascondersi in luoghi impervi dove diventa impossibile recuperarlo, soffrire per ore e diventare imprevedibile e aggressivo. In quelle ore di agonia, sottolinea Leal, la sua paura diventa un rischio anche per escursionisti e residenti, mentre il sangue disperso può favorire la diffusione della peste suina africana. È un paradosso sanitario, un fallimento etico.

Sempre l’associazione animalista sottolinea che la sperimentazione ignora completamente l’impatto ecologico del provvedimento a cui ha dato via libera la giunta regionale provinciale di Trento: animali feriti che muoiono lentamente alterano le dinamiche trofiche, attirano predatori e necrofagi, generano accumulo di carcasse nei boschi e potenziali focolai patogeni. Non viene considerato neppure il rischio di bracconaggio, facilitato dall’uso di strumenti non rilevabili acusticamente. Inoltre, viene evidenziato, non esiste alcuna evidenza scientifica che dimostri che l’arco sia efficace nel contenimento dei danni agricoli o della Psa: si introduce un metodo che aumenta il rischio di ferimenti, agonie e dispersione di sangue infetto, aggravando proprio il problema che si vorrebbe risolvere.

Quelli approvati dalla giunta provinciale di Trento sono metodi sempre più estremi, e così si ignora l’impatto ecologico e si facilita il bracconaggio. Leal annuncia azioni legali perché, sottolinea, in un Paese già attraversato dal ddl caccia, questo provvedimento diventa un precedente gravissimo: trasforma la fauna in bersaglio, non in patrimonio da tutelare.

«Non permetteremo – afferma Gian Marco Prampolini, presidente Leal – che la sofferenza di un animale ferito diventi routine amministrativa. Chiediamo la sospensione immediata della sperimentazione e l’apertura di un tavolo tecnico basato su misure non cruente: prevenzione agricola, recinzioni elettrificate, gestione dei rifiuti, monitoraggio scientifico, piani di sterilizzazione».

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