Beewashing, perché salvare le api non significa necessariamente proteggere la biodiversità

12 Giugno 2026 - 08:58
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Beewashing, perché salvare le api non significa necessariamente proteggere la biodiversità

Nella grammatica tuttora incerta con cui le imprese raccontano il proprio rapporto con la biodiversità, pochi simboli risultano comunicativamente redditizi quanto le api. Nessun altro promette tanto e chiede così poco.

Non sorprende, dunque, che negli ultimi anni siano comparse arnie sui tetti degli impianti aziendali, vasetti di miele brandizzati e bee hotel all’ingresso delle sedi. Tutto sembra parlare di biodiversità. Il punto, però, è capire se questa promessa di tutela venga realmente mantenuta o se finisca per convertirsi in un espediente narrativo rassicurante, figlio di un marketing opportunistico, tanto prevedibile nella forma quanto discutibile nella sostanza. Proprio in questo scarto, tra protezione degli ecosistemi e rappresentazione reputazionale, prende forma il beewashing.

La buona notizia è che l’alternativa esiste già: si chiama biodiversity accounting e sposta il discorso dalla rappresentazione simbolica della natura alla misurazione degli impatti reali.

Beewashing: greenwashing con le ali

Il termine beewashing compare per la prima volta nel 2015 in un articolo di J. Scott MacIvor e Laurence Packer, ricercatori della York University di Toronto, intitolato “ ‘Bee Hotels’ as Tools for Native Pollinator Conservation: A Premature Verdict?”. Gli autori lo definiscono come una forma di greenwashing applicata a dichiarazioni potenzialmente fuorvianti sulla tutela delle api selvatiche e native (MacIvor & Packer, 2015).

L’Apis mellifera viene così investita di una funzione quasi panaceica, quella di rappresentare, da sola, la risposta salvifica alla sesta estinzione di massa. Ma mentre l’operosa e instancabile produttrice di miele entra nel racconto aziendale come feticcio comunicativo della biodiversità, restano fuori campo le pressioni reali che le attività economiche esercitano sugli ecosistemi.

L’ape domestica diventa l’alibi perfetto: visibile dove produce reputazione, inoffensiva dove non disturba gli assetti produttivi, rassicurante proprio perché lascia spesso fuori campo le catene di fornitura da cui dipendono molte delle pressioni sulla biodiversità, dall’inquinamento alla deforestazione, dalla perdita di habitat all’uso intensivo di pesticidi.

Biodiversità degli impollinatori

L’equivoco nasce da una semplificazione apparentemente innocua: parlare di “api” come se si trattasse di un soggetto ecologico unitario. In realtà, l’impollinazione è un processo assai più vasto e articolato, che non passa soltanto dall’Apis mellifera. Il trasporto del polline avviene attraverso vettori abiotici, come vento e acqua, oppure tramite vettori animali, dagli insetti agli uccelli, dai pipistrelli ai piccoli mammiferi e, in casi particolari, persino canidi, come il lupo etiope, osservato mentre si alimenta del nettare di Kniphofia foliosa (Lai et al., 2024). Ridurre questa complessità alla sola ape domestica significa dunque trasformare una rete ecologica in un’icona, e un processo biologico plurale in una narrazione monografica.

È qui che anche strumenti nati con un’intenzione plausibile, comunemente noti come bee hotel o bug hotel, possono diventare ambigui. L’idea originaria è offrire rifugio a impollinatori selvatici che nidificano in cavità, fusti cavi, legno morto o piccoli anfratti, non sostituire la conservazione degli habitat, né compensare genericamente la crisi degli impollinatori. Molte api non gestite, peraltro, non utilizzano affatto queste strutture, perché nidificano nel suolo. La distinzione è decisiva: ciò che viene presentato come “casa per le api” può aiutare solo una frazione della fauna pronuba, e soltanto se progettato, collocato e monitorato correttamente. Lo studio di MacIvor e Packer insiste proprio sul fatto che i bee hotel possano avere valore educativo e scientifico, ma non debbano essere assunti prematuramente come strumenti di conservazione (MacIvor & Packer, 2015).

Questa ambiguità, già evidente sul piano pratico dei “bee hotel”, si radicalizza nella narrazione pubblica attraverso una sistematica sovrapposizione tra la fauna selvatica e l’ape domestica, eleggendo quest’ultima a sinonimo universale degli impollinatori. La conflazione è fuorviante, essendo l’ape mellifera una specie gestita dall’uomo, inserita in filiere agricole e impiegata come servizio produttivo. Non è, in questo senso, l’emblema più fragile della biodiversità da salvare, ma uno degli organismi più profondamente integrati nei sistemi agroindustriali contemporanei. Su scala globale, il numero di colonie gestite di questa specie è aumentato dell’85% dal 1961 (Osterman et al., 2021), un dato che non elimina le crisi locali dell’apicoltura, ma che obbliga a distinguere tra una specie allevata e le comunità selvatiche di impollinatori, spesso meno visibili, meno monitorate e più esposte alle pressioni antropiche.

Il caso dei mandorleti californiani rende questa distinzione particolarmente evidente. Ogni anno, durante la fioritura, un sistema agricolo esteso su circa 1,4 milioni di acri richiede oltre 2 milioni di colonie per garantire l’impollinazione. Tradotto in organismi viventi, anche adottando una stima prudente di 20-30 mila api per colonia, significa mobilitare decine di miliardi di individui (Altschuler, 2025). Non siamo più davanti all’immagine dell’ape come fragile icona della biodiversità minacciata, ma a una specie allevata, trasportata e impiegata come forza lavoro biologica per massimizzare le rese agricole. La sofferenza delle colonie non smentisce questa lettura, ma la conferma: come accade in altri sistemi di allevamento intensivo, una parte degli organismi impiegati muore o collassa lungo il processo (Simone-Finstrom et al., 2016), mostrando quanto profondamente anche gli insetti possano essere assorbiti nell’imperativo della prestazione economica.

Questa logica scalare, quella di una specie allevata e trasportata in funzione della resa produttiva, non è così distante, nelle sue premesse, dalle iniziative aziendali che introducono o “adottano” arnie come gesto di tutela ambientale. In entrambi i casi, l’ape mellifera è strumento prima che soggetto, protagonista di un sistema di produzione o di un sistema di comunicazione, ma non necessariamente presidio di biodiversità. Laddove habitat seminaturali, siepi e fioriture diversificate permettono agli impollinatori autoctoni di prosperare, l’agricoltura può ridurre la propria dipendenza da colonie gestite e ritrovare l’apporto di quella fauna pronuba che, silenziosamente, sostiene da millenni molte delle colture arrivate nei mercati e sui nostri piatti (Garibaldi et al., 2013). Concentrare artificialmente api gestite in un territorio, al contrario, può generare competizione con gli impollinatori selvatici per nettare e polline e contribuire alla trasmissione di patogeni (Stevenson et al., 2020).

La vera posta in gioco, dunque, non è contrapporre api domestiche e api non domestiche, ma impedire che la centralità comunicativa delle prime renda invisibile la fragilità ecologica delle seconde. La biodiversità non coincide con l’abbondanza di una specie allevata, né con la proliferazione di dispositivi “bee-friendly” facilmente spendibili nella comunicazione ambientale. Coincide, piuttosto, con la persistenza di comunità ecologiche funzionalmente ridondanti e capaci di sostenere nel tempo i processi da cui dipendono gli ecosistemi. Quando questa complessità viene compressa nell’immagine rassicurante dell’ape mellifera, la conservazione rischia di trasformarsi nel suo contrario, diventando una soluzione semplice e benintenzionata che, ignorando il sistema, può finire per aggravarne le fragilità.

Api e imprese, perché il simbolo conviene più della misurazione

Nel calcolo reputazionale dell’impresa, l’arnia è un investimento quasi perfetto, in quanto economicamente conveniente, occupa poco spazio, è di facile gestione. Si compra, si installa, si affida a un gestore esterno e diventa subito racconto. Proprio questa sproporzione tra costo materiale e resa comunicativa spiega perché le api siano diventate così attraenti per le aziende. Esse permettono di acquistare visibilità senza entrare necessariamente nel terreno più scomodo della trasformazione produttiva.

A rendere l’operazione ancora più efficace interviene il miele. Il vasetto diventa gadget aziendale, omaggio per gli stakeholder, talvolta persino prodotto inserito nel catalogo commerciale. Prima ancora che il marketing lo rivesta di etichette e dichiarazioni ESG, il miele agisce come oggetto psicologicamente predisposto alla fiducia, perché millenni di cultura, religione e pratiche terapeutiche lo hanno associato all’abbondanza, alla cura e alla benevolenza della natura. Questa lunga genealogia simbolica è decisiva perché sottrae l’ape alla neutralità dell’insetto e la consegna, già prima dell’intervento aziendale, a un immaginario di ordine, premura e indulgenza. In questo senso, il vasetto non comunica soltanto un’iniziativa aziendale, ma mobilita una memoria emotiva che rende più difficile guardarlo con sospetto.

Dalla mascotte ESG al biodiversity accounting

La biodiversità entra davvero nell’impresa quando inizia a guidare i processi decisionali e di governance aziendale. È qui che il biodiversity accounting segna un cambiamento rispetto alla comunicazione ambientale tradizionale. Non si limita a chiedere alle aziende di raccontare la natura, ma le obbliga a interrogare le relazioni materiali che intrattengono con essa. Dove si generano gli impatti? Da quali ecosistemi dipende la continuità delle attività? Quali fornitori e processi risultano più critici?

È questa la direzione verso cui si stanno muovendo i principali riferimenti internazionali sulla biodiversità d’impresa. La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), attraverso il European Sustainability Reporting Standards E4 (ESRS E4), ha portato biodiversità ed ecosistemi dentro la rendicontazione di sostenibilità, chiedendo alle aziende di considerare il loro rapporto con le catene del valore e i sistemi naturali che influenzano. La Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD), con l’approccio LEAP (Locate-Evaluate-Assess-Prepare), sposta l’attenzione sulla localizzazione delle interazioni con la natura e sulla costruzione di risposte strategiche coerenti. Il Science Based Targets Network (SBTN) introduce invece una logica di obiettivi scientificamente fondati, orientata a evitare, ridurre, rigenerare, ripristinare e trasformare le pressioni sugli ecosistemi. A questo quadro si aggiunge la ISO 17298:2025, uno dei primi standard internazionali dedicati alla biodiversità, che fornisce requisiti e linee guida per integrare l’uso sostenibile della biodiversità nelle strategie e nelle operazioni delle organizzazioni. Al di là delle differenze di linguaggio, questi strumenti convergono nell’idea che la biodiversità non possa più restare confinata al racconto esterno dell’impresa, ma debba diventare una variabile concreta di analisi, pianificazione e decisione.

La dimensione diagnostica è quindi il presupposto operativo del biodiversity accounting. Prima di intervenire, un’azienda deve capire dove si concentrano le proprie pressioni sulla biodiversità, quali dipendenze ecologiche sostengono le sue attività e in quali punti della catena del valore si trovano gli hotspot più critici. Questi dati devono essere raccolti attraverso misurazioni e mappature reiterate, perché la biodiversità non può essere valutata con un’unica iniziativa, né rappresentata attraverso un solo indicatore. Il processo richiede continuità, localizzazione e capacità di rivedere le decisioni alla luce dei risultati. Solo quando produce questo tipo di evidenza, il biodiversity accounting smette di essere un adempimento descrittivo e diventa uno strumento capace di orientare scelte, priorità e responsabilità aziendali.

Quando la biodiversità smette di essere un accessorio

Finché comunicare la biodiversità offrirà un ritorno d’immagine superiore al costo della sua misurazione, molte imprese continueranno a scegliere la strada più conveniente, perseguendo la massima resa reputazionale con il minimo attrito trasformativo. Non per una particolare inclinazione al male, ma perché il sistema premia ancora troppo spesso azioni superficiali e sanziona troppo poco ciò che resta vago o fuorviante. In assenza di regole più stringenti sulla comunicazione ambientale e di criteri più robusti per distinguere gli interventi sostanziali dalle operazioni simboliche, la biodiversità continuerà a essere esposta al rischio di diventare un linguaggio ornamentale, più che una responsabilità gestionale.

Per questo la risposta non può essere affidata soltanto alla buona volontà delle singole aziende. Accanto agli obblighi di rendicontazione e alla progressiva stretta contro le dichiarazioni ambientali ingannevoli, servono politiche capaci di premiare chi integra davvero la biodiversità nei processi decisionali. La transizione non avverrà solo perché alcune imprese diventeranno improvvisamente più sensibili, ma quando la tutela del capitale naturale sarà riconosciuta come una variabile economica, regolatoria e strategica, capace di trasformarsi in un’opportunità per le aziende più lungimiranti e in un rischio per quelle che continueranno a considerarla un accessorio comunicativo.

Solo allora il discorso cambierà davvero. Fino a quel momento, ogni immagine troppo dolce della natura dovrebbe essere guardata con una certa diffidenza.

La biodiversità non attende un'operazione di maquillage né tollera di essere addomesticata nelle favole dei bilanci di sostenibilità; esige spazio, rigore metodologico e, soprattutto, l'assunzione del rischio politico di riforme non più negoziabili. Ma perché? Perché conviene.

Bibliografia

Altschuler, B. G. and A. (2025). Where Have All the Honey Bees Gone? To California Almond Orchards. Farmdoc Daily, 15(30). https://farmdocdaily.illinois.edu/2025/02/where-have-all-the-honey-bees-gone-to-california-almond-orchards.html

Garibaldi, L. A., Steffan-Dewenter, I., Winfree, R., Aizen, M. A., Bommarco, R., Cunningham, S. A., Kremen, C., Carvalheiro, L. G., Harder, L. D., Afik, O., Bartomeus, I., Benjamin, F., Boreux, V., Cariveau, D., Chacoff, N. P., Dudenhöffer, J. H., Freitas, B. M., Ghazoul, J., Greenleaf, S., … Klein, A. M. (2013). Wild Pollinators Enhance Fruit Set of Crops Regardless of Honey Bee Abundance. Science, 339(6127), 1608–1611. https://doi.org/10.1126/science.1230200

Lai, S., Léandri-Breton, D.-J., Lesaffre, A., Samune, A., Marino, J., & Sillero-Zubiri, C. (2024). Canids as pollinators? Nectar foraging by Ethiopian wolves may contribute to the pollination of Kniphofia foliosa. Ecology, 105(12), e4470. https://doi.org/10.1002/ecy.4470

MacIvor, J. S., & Packer, L. (2015). ‘Bee Hotels’ as Tools for Native Pollinator Conservation: A Premature Verdict? PLOS ONE, 10(3), e0122126. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0122126

Osterman, J., Aizen, M. A., Biesmeijer, J. C., Bosch, J., Howlett, B. G., Inouye, D. W., Jung, C., Martins, D. J., Medel, R., Pauw, A., Seymour, C. L., & Paxton, R. J. (2021). Global trends in the number and diversity of managed pollinator species. Agriculture, Ecosystems & Environment, 322, 107653. https://doi.org/10.1016/j.agee.2021.107653

Simone-Finstrom, M., Li-Byarlay, H., Huang, M. H., Strand, M. K., Rueppell, O., & Tarpy, D. R. (2016). Migratory management and environmental conditions affect lifespan and oxidative stress in honey bees. Scientific Reports, 6(1), 32023. https://doi.org/10.1038/srep32023

Stevenson, P. C., Bidartondo, M. I., Blackhall-Miles, R., Cavagnaro, T. R., Cooper, A., Geslin, B., Koch, H., Lee, M. A., Moat, J., O’Hanlon, R., Sjöman, H., Sofo, A., Stara, K., & Suz, L. M. (2020). The state of the world’s urban ecosystems: What can we learn from trees, fungi, and bees? PLANTS, PEOPLE, PLANET, 2(5), 482–498. https://doi.org/10.1002/ppp3.10143

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