Caldo ed eventi meteo estremi, ecco come El Niño impatta sulla nostra salute

El Niño si sta sviluppando nel Pacifico e potrebbe intensificarsi progressivamente nei prossimi mesi, con conseguenze meteorologiche e sanitarie potenzialmente rilevanti su scala mondiale. A inizio giugno l’Organizzazione meteorologica mondiale aveva invitato a prepararsi al suo arrivo, poi anche gli esperti della National oceanic and atmospheric administration statunitense hanno confermato l’evoluzione del fenomeno. C’è una probabilità del 63% che entro l’autunno e l’inverno le temperature superficiali del mare nella regione di riferimento superino di oltre 2°C la media stagionale. Se tale soglia venisse raggiunta, l’evento sarebbe classificato come un El Niño molto forte.
È uno scenario che accende i riflettori sugli impatti di questo fenomeno climatico ciclico, analizzati adesso sotto il profilo sanitario dall’Ufficio delle Nazioni unite per la riduzione del rischio di disastri (Undrr).
È utile ricordare che El Niño e La Niña sono le fasi calda e fredda di un modello climatico ciclico (l'oscillazione meridionale di El Niño - Enso), uno dei principali fattori naturali che influenzano, di anno in anno, il clima stagionale in ampie aree del pianeta. Ha un ciclo irregolare, che può ripetersi ogni due-sette anni e durare da nove a dodici mesi, talvolta anche più a lungo.
Il fenomeno nasce dall’anomalo riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico, ma i suoi effetti si propagano ben oltre l’oceano. Può rendere più probabili ondate di calore, siccità, incendi, precipitazioni intense e alluvioni, con conseguenze a cascata su salute, agricoltura, disponibilità idrica, sistemi sanitari e stabilità economica. La crisi climatica non genera El Niño, ma aggiunge ulteriore energia e instabilità al sistema climatico, amplificando gli impatti delle sue oscillazioni naturali.
Il primo fronte di rischio è rappresentato dal caldo estremo. Le temperature elevate aumentano lo stress termico, la mortalità associata al calore e le difficoltà per chi vive o lavora in contesti privi di condizioni adeguate di raffrescamento. Le persone anziane, i bambini, i lavoratori esposti, chi soffre di malattie croniche e chi assume farmaci che rendono più complessa la regolazione della temperatura corporea sono tra i gruppi più vulnerabili; l’Undrr sottolinea che già oggi il cambiamento climatico è già associato a circa il 30% dei decessi in eccesso legati al caldo.
El Niño può favorire anche la diffusione di malattie infettive. Temperature più alte e cambiamenti nel regime delle piogge creano condizioni propizie alla sopravvivenza dei patogeni e alla diffusione dei vettori, come le zanzare. In passato il fenomeno è stato associato a incrementi della malaria in Venezuela e Brasile, a epidemie di dengue nelle isole del Pacifico e a focolai di colera nell’India meridionale e in Bangladesh.
Siccità, incendi e raccolti compromessi possono a loro volta tradursi in emergenze alimentari. Nel 2016, secondo i dati richiamati dall’Undrr, gli incendi associati a condizioni climatiche estreme contribuirono fino a 100mila morti, mentre circa 60 milioni di persone in Africa, Asia, Pacifico e America Latina necessitarono di assistenza alimentare.
Il conto economico è altrettanto rilevante. Una ricerca citata dall’Undrr stima in 3.400 miliardi di dollari il costo medio globale di un evento di El Niño, mentre quello del 1997-1998 avrebbe prodotto danni valutati in 5.700 miliardi. A pesare non sono soltanto le perdite immediate causate da incendi, siccità e alluvioni, ma anche le filiere interrotte, i danni alla produzione agricola, l’aumento dei costi sanitari e il rallentamento della crescita economica.
Le regioni più esposte comprendono America Latina, Sud-est asiatico, Africa occidentale, Corno d’Africa, Australia e isole del Pacifico. A pagare il costo più alto sono spesso le comunità costiere e i Paesi a basso e medio reddito, che dispongono di minori risorse per proteggere popolazione, servizi sanitari, infrastrutture e sicurezza alimentare.
Per le Nazioni unite, tuttavia, la crescente capacità di prevedere El Niño con mesi di anticipo offre una possibilità concreta di prevenzione. Le previsioni devono tradursi in servizi sanitari preparati, sistemi di allerta rafforzati, programmazione agricola, misure contro le epidemie e protezione mirata delle comunità più vulnerabili.
Vale anche per l’Europa e l’Italia in particolare, a partire dai rischi legati al caldo estremo: il nostro Paese gode del triste primato di morti per cause legate alle ondate di calore. Da giugno a settembre 2024 si sono registrati oltre 62.000 vittime per questo motivo in tutto il Vecchio continente, delle quali 19.000 entro i nostri confini. E oggi le cose non vanno meglio, col direttore generale dell’Oms – Tedros Adhanom Ghebreyesus – a informare che «l'Europa è il continente che si sta riscaldando più velocemente sulla Terra, con temperature doppie rispetto alla media globale. Attualmente 150 milioni di persone vivono in condizioni di caldo estremo, centinaia sono morte, le scuole sono chiuse e le reti elettriche sono al collasso. A causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, il fenomeno dell'ondata di calore "che si verifica una volta ogni generazione" si sta ormai ripetendo quasi ogni anno. Eravamo stati avvertiti. Dal 21 giugno (alla fine del mese, ndr) sono stati registrati oltre 1300 decessi in eccesso legati alle alte temperature in Europa. Lo stress da calore è spesso definito il "killer silenzioso" e le case, i luoghi di lavoro e le scuole europee non sono stati costruiti per queste temperature».
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