Calenda ha ragione, ma viviamo il tempo in cui la ragione non basta per avere ragione

26 Maggio 2026 - 05:45
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Calenda ha ragione, ma viviamo il tempo in cui la ragione non basta per avere ragione

Negli anni Ottanta, la Coca Cola è già un classico, eppure s’inventa due variazioni sul prodotto che tutto il mondo consuma. Una ce la ricordiamo come il più clamoroso fallimento industriale di tutti i tempi: la New Coke. È il 1985, e la clientela di tutto il mondo rigetta il nuovo che avanza. Si torna alla ricetta classica, facendo della marcia indietro una forza: la chiameranno Classic Coke.

Nel 1982, con un successo che forse è quello che poi li illuderà che i cambiamenti funzionino, la Coca Cola aveva però lanciato un’altra variazione, una che snaturava ancora di più il prodotto epperò ebbe un tale successo che più di quarant’anni dopo non è un inciampo storicizzato ma quel che molti consumano regolarmente: la Diet Coke.

Sabato ero collegata con uno studio televisivo nel quale era seduto Filippo Sensi, senatore del Pd. La più feroce nemica dell’interesse collettivo è la scaletta, in nome della quale il conduttore non ha fermato tutto chiedendo a Sensi di elaborare per un’ora almeno allorché egli ha raccontato di avere, alla Casa Bianca, assistito alla scena di Trump che aggiunge zucchero alla Coca Cola.

Anni fa, quando ancora si poteva parlare di Trump come di ciò che è sempre stato – un omino ridicolo – e non come del nemico pubblico numero uno, si raccontava che amasse dire di non aver mai visto una persona magra bere la cola dietetica. Chissà se – non era ancora il capo del mondo libero, ma era pur sempre un tizio molto ricco: una categoria che in genere non viene granché contraddetta – qualcuno gli ha mai risposto «io non ho mai visto una persona magra ingerire zucchero come un bambino al luna park, e infatti guàrdati, paffutello».

Mentre io speravo che i palinsesti si fermassero per parlare dello zucchero nella Coca Cola, Carlo Calenda dibatteva su un palcoscenico con un tizio di Meta. Non so cos’abbia detto il tizio, perché Calenda sui social ha pubblicato solo la parte in cui parlava lui, onde farsi più agevolmente dire dai frasifattisti «Lo ha asfaltato». Tralasciamo la parte in cui noto che, se Trump avesse pubblicato solo ciò che diceva lui mettendo però la didascalia «vivace confronto», staremmo dando l’allarme democratico, e passiamo a Calenda che vuole levare lo zucchero ai consumatori.

In una riedizione del monologo di Will McAvoy che, all’inizio di “Newsroom”, faceva presente a un politico repubblicano che era una minchiata dire che l’America era l’unico paese libero, «la libertà ce l’ha persino il Belgio», Calenda risponde alla studentessa bionda.

La studentessa bionda è quella che all’inizio di “Newsroom” chiede quali siano le ragioni per cui l’America è il più gran paese che c’è, e McAvoy risponde come gli suggerisce la sua ex dalla platea: non lo è. La studentessa bionda in questo caso è un dirigente di Meta che posso immaginare come i turisti americani sui social.

Sempre sabato (che giornata ricca di eventi!) me ne sono andata da un ristorante perché si crepava di caldo e la proprietaria mi ha detto che non avrebbe acceso l’aria condizionata perché «ogni volta mi ammalo». Ogni volta che apro un social e ci trovo un turista americano che racconta d’essere venuto in vacanza in Europa e che siamo talmente poveri che non abbiamo l’aria condizionata, io penso che, di tutte le ovvietà che l’umanità è restia a capire, il fatto che siamo fatti al novanta per cento di abitudini è la più ovvia e la più ostica.

Siamo in effetti complessivamente più poveri degli americani, ma non così poveri da non poterci permettere l’aria condizionata. Siamo però convinti che esista il colpo d’aria, abbiamo inventato una malattia denominata «la cervicale», e pensiamo di dover aspettare tre ore per fare il bagno dopo mangiato. Si crepa di caldo, ma noi siamo fatti dell’abitudine che ci hanno tramandato le nonne cresciute durante le guerre in case senza riscaldamento: viviamo nel terrore dei malanni da raffreddamento.

Quindi l’americano sarà arrivato nella sua stanza d’albergo, avrà trovato il termostato a 24 invece che a 18, non sarà riuscito a cambiare la temperatura senza farsi mandare un omarino dalla reception – non ci si riesce mai, e gli omarini sono sempre molto lenti mentre noi sudiamo: un americano maschio suda quasi quanto un’europea in menopausa – e a quel punto, furibondo, se la sarà presa col continente dicendo a Calenda – immagino: come già detto non l’ho sentito – che qui non si vive bene quanto lì.

Nel suo momento-McAvoy, Calenda dice cose giuste – sintesi mia: non ci venite a spiegare come vivere, voi che sarete pure pieni di fantastiliardari e della possibilità di diventarlo senza ereditare, ma mandate la gente in bancarotta per curarsi il cancro – e cose sbagliate – sempre sintesi mia: l’ideologia della libertà d’espressione è una copertura per fatturare con la gente che più si odia più tempo passa sulle vostre piattaforme a insultarsi. Non è che non sia vero, ma se l’alternativa sono la legge Mancino o il disegno di legge Zan preferisco che i picchiatelli s’insultino sul telefono come una volta avrebbero fatto al bar, e pazienza se Zuckerberg diventa così assai più ricco del barista medio.

Calenda ha ragione, ma avere ragione non basta neppure per avere ragione. È vero che prima – durante la presidenza Biden e quel delirio denominato woke – i padroni dell’universo erano fin troppo attenti a censurare ciò che non era ortodosso. Ed è vero che, a urne della vittoria di Trump appena chiuse, si sono precipitati con eccessivo zelo dal lato opposto del delirio, quello del controcorrentismo di destra. Ma non è esattamente una novità che i ricchi siano sempre filogovernativi, e in un certo senso è anche consolatorio (nessuno è mai abbastanza ricco da dire e fare quel che gli pare).

Calenda ha ragione, ma sembra quelli che si scandalizzano perché Tizia Famosa mette sui social le foto dei figli: è vero che i ragazzini avrebbero diritto a non venire pubblicati da genitori vogliosi di like, ma è una battaglia impopolarissima, perché Vongola75 vuole tantissimo pubblicare le foto dei suoi pargoli, e non vuole sentirsi dire che è un gesto meschino che dovrebbe essere messo fuori legge. (E poi c’è quel problema del senso del ridicolo, per cui praticamente nessuno si esime dal pubblicare i figli, ma il modo in cui alcuni si atteggiano a discreti è pubblicarne le nuche o i piedini o le manine, e allora meglio la foto segnaletica).

Calenda ha ragione, ma l’umanità considera ormai tornio e pressa i passatempi di prima, leggere un romanzo, guardare un film o persino un intero programma televisivo. Non è che i social ci abbiano mangiato il tempo o la serenità: è che ci hanno mandato a meretrici la neuroplasticità, e sono diventati la nuova normalità.

Hunter Williams – che Calenda non saprà chi sia e io neanche: Google dice che è uno dei protagonisti di “Heated Rivalry”, per cui vanno pazzi quegli adolescenti che sono i trentenni di oggi – ha consigliato “Uno, nessuno, centomila”, e ho i social pieni di americane disperate perché su Amazon non trovano Pirandello, chiunque egli sia, tradotto.

Il bicchiere mezzo pieno di Calenda, ci scommetto, sarà: i social fanno anche cose buone, li fanno leggere. Il mio bicchiere mezzo vuoto è che quell’oggetto di scena che è ormai un libro glielo vendono cantanti e attori con cui hanno a trenta e spicci anni il rapporto parasociale che in un secolo meno rimbambito si archiviava entro i tredici (e infatti scoprono a trent’anni i classici che le generazioni precedenti leggevano alle medie).

Calenda ha ragione, ma la ragione non basta neanche per avere ragione, e a me torna in mente il Sensi di sabato che, a domanda sui leader europei, dice che mica si può pensare a un’Europa guidata da Pedro Sánchez, che è «un prodotto locale, come il lardo di Colonnata». Temo che, a litigare con la realtà, si finisca nel migliore dei casi salume pregiato e in tutti gli altri formaggino Mio.

Mentre scrivo questo articolo mi compare il post social di un formaggino Mio. Un anziano giornalista di sinistra indignato perché, vedendolo in piazza al festival dell’Economia di Trento, ha scoperto che esiste il pubblico della “Zanzara”, e si chiede perché i giornali non denuncino vibratamente questa sconcezza. Per carità, additare l’immoralità di chi la pensa diversamente da noi è un metodo che tanti di quei successi ha fatto conseguire alla sinistra negli anni, da Achille Occhetto a Ezio Mauro, che mi sento sciocca a suggerire una variazione.

Non è che dobbiamo smetterla di litigare con la realtà e domandarci perché il pubblico dell’Espresso non esista più e quello della “Zanzara” sì? Non è che conviene cercare un modo di bere la Coca Cola senza farsi venire il diabete, invece di indignarci per quei fessi cui piace?

Verrà un domani in cui ci accorgeremo che i social ci rendono più scemi e diremo «adesso basta»? Verrà il nostro 1982? Forse sì, ma non sono abbastanza visionaria da sapervi dire quale sarà la Diet Coke da spolliciare coi tre neuroni che ci saranno rimasti dopo l’età dei like e della telecamera nel telefono, dopo la fine della civiltà di prima e l’inizio di una nuova tutta da inventare.

Speriamo che ci sia qualcuno di abbastanza intelligente da pensarci e provvedere, altrimenti ci tocca restare qui a borbottare sulla pastina con dentro il formaggino, ché il lardo di Colonnata non abbiamo più l’età per digerirlo.

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