Campo largo barcollante con Conte che dubita su Renzi, e tante teste. Parla il centrista d’antan Follini

17 Giugno 2026 - 06:19
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Fosse un centro di gravità permanente, quello che si osserva comporsi oggi sotto le insegne del campo largo, in zona quarta gamba, o fuori dal centrosinistra, avrebbe così tanti leader o aspiranti leader? La domanda sorge spontanea mentre la segretaria dem Elly Schlein, il leader M5s Giuseppe Conte e i dioscuri di Avs Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli annunciano due “summit del campo largo” per l’8 e il 15 luglio, con Conte che dice “Matteo Renzi nel campo largo non è scontato”; ma sorge spontanea anche di fronte alla gran comunità di intenti e all’intenso proliferare di sfumature nell’azione e nel lessico di Alessandro Onorato, assessore a Roma e fondatore di Progetto Civico Italia; di Ernesto Maria Ruffini, già direttore dell’Agenzia delle Entrate e demiurgo dei circoli Più Uno; di Vincenzo Spadafora, già sottosegretario nel governo Conte I e ideatore dell’associazione Primavera. Oltre naturalmente alle sfumature di chi già era alla testa di un partito o di una città: Renzi stesso, il segretario di Più Europa Riccardo Magi, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, la sindaca dem di Genova Silvia Salis. Fuori dal centrosinistra, si muovono poi i centri-centri: Azione di Carlo Calenda, i LibDem di Luigi Marattin, il nuovo Spazio Pubblico di Pina Picierno, tutti parte della miriade di voci (con, tra gli altri, Mario Monti e Carlo Cottarelli) che ora militano sotto il tendone di europeisti.eu.

Come ci si raccapezza? Giriamo l’interrogativo a Marco Follini, uomo di formazione ex Dc, poi vicepresidente del Consiglio, segretario Udc e perno centrista della fase costituente del Pd: centro elastico, profluvio di leader. Troppi? “Io penso che il centro abbia molto a che fare con la storia di questo paese”, dice Follini, “Se si comincia a fare il censimento dei candidati leader e delle legittime e nobilissime aspirazioni dell’uno dell’altro, si farà fatica ad arrivare a meta”. Le aspirazioni restano, il tavolo comune non c’è. Follini guarda al centro “come a una storia, più che a una cronaca: il centro fa parte del patrimonio genetico della politica e della democrazia italiana dai tempi del conte Cavour, molto prima dell’esperienza democristiana, e pensare che tutta questa tradizione scompaia da un giorno all’altro mi pare poco realistico. I conti si fanno alla distanza”. Intanto, c’è il panorama odierno. “Giorgia Meloni è rimasta in bilico tra il suo passato e il suo presente, senza costruire il suo futuro. Il Pd appare come un partito estemporaneo, una sorta di ’68 postumo, distratto verso quanti si chiedono se restare dentro o meno e compiacente verso ogni alleato che bussi alle porte. Renzi, invece, mette il talento a disposizione di una causa che non è mai stata la sua. L’esito di tutto questo, e degli ultimi quattro anni di progressiva radicalizzazione ed estremizzazione da una parte dall’altra, è il generale Roberto Vannacci e il fenomeno dell’inseguimento di Vannacci da parte di quanti sperano che il generale si schieri in un modo o nell’altro, determinando il risultato delle elezioni nell’uno o nell’altro verso. Ma è questo il ritratto del paese? Io non credo. Non a caso, l’astensionismo è ormai maggioritario”.

Non a caso, tutti coloro che ambiscono a guidare il centro dicono: “Riporteremo la gente a votare”. Illusione? “Non è un’illusione, è una possibilità”, dice Follini, individuandone la radice “nell’emergere di una generazione nuova. Se il centro si pone come eredità del passato o addirittura in continuità con il passato, temo non si vada molto lontano. Ma se il centro, nella sua indipendenza, si pone come tentativo di dare voce a quanti si sono ritratti da questo bipolarismo – un bipolarismo che è privo di un denominatore comune e non è figlio della celebrazione di un rito di unità del paese – allora forse da qualche parte si può andare”. I centristi di centrosinistra oggi hanno due possibilità: mettersi a un tavolo, come chiede qualcuno, o andare alla conta. Il centro-centro può forse solo unirsi. E’ così difficile trovare la quadra? Follini è convinto che il centro “possa respirare meglio e riaffacciarsi come fenomeno di qualche rilievo se marca la propria autonomia e differenza rispetto alla suddetta fortissima radicalizzazione che ha spinto centrosinistra e il centrodestra verso le estreme. In mezzo è rimasto uno spazio nel quale si può costruire, ma lo dico a quelli che verranno. Non parlo a nome mio”. E non vuole dare pagelle, Follini, uomo del centro di ieri, agli uomini che al centro sono oggi. Preferisce osservare: “L’interpretazione del bipolarismo come guerra senza quartiere ha snaturato destra e sinistra, e rende a questo punto sensata l’idea di chi si colloca in mezzo, non per lucrare una rendita di cui non dispone, ma per segnalare che c’è un’altra possibilità, un campo di scelte più largo”. Ma qualcuno tra quelli che si sono collocati al centro dice qualcosa di più sensato di altri? “Vedo tutte persone di valore e di buona volontà; la differenza la farà la politica, anzi la parte del mondo politico che deciderà di sottrarsi alla logica della radicalizzazione”. Follini non fa nomi, ma immagina uno spazio altro “sia rispetto alla coalizione guidata da Giorgia Meloni sia al campo largo”.

L’Europa può essere una chiave? “Con quello che sta avvenendo nel mondo, o ci teniamo stretta la costruzione europea o il nostro paese va alla deriva. Dunque si dovrebbe immaginare una recita elettorale non troppo difforme dai pensieri che agitano le persone capaci di riflettere in termini globali, se si vuole affrontare l’onda negativa che si è sollevata in questi ultimi anni in giro per il mondo. Ed è assurdo vedere due coalizioni attraversate – entrambe – da divisioni sulla politica internazionale. Da nipote della Prima Repubblica, mi permetto di dire che nessuna coalizione è mai stata costruita se non dopo aver chiarito quale fosse il posizionamento rispetto allo scacchiere globale. Pietro Nenni è entrato nel governo e ha creato il centrosinistra dopo aver restituito il premio Stalin; Enrico Berlinguer è entrato in maggioranza dopo aver detto ‘la Nato è il luogo dove mi sento più sicuro’. Poi però abbiamo rotto il legame che correva un tempo tra politica globale e locale”. Perché? “Perché il populismo ha prodotto un’altra agenda, seminando l’illusione che si potesse fare a meno dell’argomento più serio e a volte più drammatico per il futuro di un paese. E se ognuno si concentra sul proprio ombelico – Beppe Grillo, a suo tempo, per mandare tutti a quel paese; Vannacci, oggi, per illudere l’elettorato che si possa risolvere il problema dell’immigrazione con le cannoniere, beh è ovvio che si descrive poi una realtà rispondente solo all’immagine dei portatori di quelle istanze, non alla vita delle persone e del paese”. C’è chi accusa Renzi di aver soffiato sul fuoco. “Vannacci pone drammatiche questioni d’identità del paese; affrontarlo con la tattica è la cosa più sbagliata. Va sconfitto sul piano dei principi e, da questo punto di vista, paradossalmente, Meloni e Renzi dovrebbero giocare la stessapartita. Altrimenti si rischia di inserire Vannacci in un gioco più grande. Il personaggio è minuscolo, ma le questioni che pone attengono così profondamente all’identità del paese che quell’identità dovrebbe essere difesa con le unghie e con i denti da tutto l’establishment politico, non messa in campo come una delle variabili della prossima campagna elettorale”.

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