Canfora, Cacciari, Ricolfi insorgono contro il patentino antifascista a “Più libri, più liberi”: “Scelta dissennata”

Sul patentino antifascista richiesto dagli organizzatori di “Più libri, più liberi”, fiera della piccola e media editoria, si sono scatenati anche gli intellettuali di sinistra e i giornalisti. Tra tutti Luciano Canfora, professore di Lettere antiche a La Sapienza di Roma, che ha schernito la scelta da probiviri: «È una cosa che fa ridere, gli editori non sono partiti politici. Il problema è molto semplice. Io ritengo l’antifascismo un valore positivo, ma c’è anche un grande storico come il mio amico Franco Cardini che quando gli chiesero in una trasmissione televisiva se fosse antifascista rispose: lo diventerò».
Poi ha ribadito che «la dichiarazione di antifascismo è una decisione dissennata che si espone a critiche di ogni tipo, l’editore non è un funzionario pubblico che deve giurare sulla Costituzione ma una figura che fa impresa e può fare quello che gli pare». Sulla stessa linea d’onda anche il filosofo Massimo Cacciari, che dopo aver appreso la notizia ha definito la scelta degli organizzatori dell’evento come «un delirio e una follia». Poi ha aggiunto: «Penso si siano bevuti il cervello, chiedono di firmare una dichiarazione come quella in cui dichiari di non essere mafioso». Insomma, «una dichiarazione di questo genere supera ogni limite, tra poco dovremo firmare le dichiarazioni per dire che si è contro Putin o contro Trump».
Gli intellettuali di sinistra scendono in campo contro il patentino antifascista a “Più libri, più liberi”
Anche il filosofo Simone Regazzoni ha criticato la scelta dei coordinatori dell’evento librario: «La cultura è lo spazio libero, aperto, dinamico del confronto e del conflitto delle idee, tutte le idee. Solo in uno Stato etico o totalitario si possono chiedere agli operatori culturali dichiarazioni di fede politica o di altro tipo». E ancora: «Sono piccoli ricatti morali che avviliscono la cultura e creano pericolosi precedenti. Se in Italia esistono ancora intellettuali liberi, bene questo è il momento di farsi sentire».
Vale lo stesso per il sociologo Luca Ricolfi, che in un’intervista a Il Giornale ha citato l’articolo 21 della costituzione, per la tutela della libertà di manifestazione del pensiero in tutte le sue forme. «È il principio di dover firmare una dichiarazione sui propri convincimenti che è sbagliato, perché profondamente illiberale – ha sottolineato -. In una società libera puoi chiedere al cittadino di certificare dei fatti, ma è folle chiedergli di certificare il possesso di determinati convincimenti, quali che essi siano. I convincimenti di una persona sono insindacabili, esigere che siano di un tipo piuttosto che di un altro è una inammissibile intrusione nel suo mondo interiore».
Anche i giornalisti italiani restano basiti: Da Mieli a Ferrara
Su Radio24, Paolo Mieli ha commentato la scelta degli organizzatori della fiera, sottolineando che si tratta di una una «decisione assurda e stravagante». Poi ha immaginato sarcasticamente le altre certificazioni che dovranno firmare gli editori. Invece, l’ex direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara non ha usato mezzi termini per descrivere la situazione: «È una st*ata. Speriamo si trovino dodici antifascisti che rifiutino questa dichiarazione che è una barbarie non radicata nell’anima culturale del Paese. Allora perché non firmare un certificato di anticorruzione o anticomunismo?». Domanda lecita, ma a quanto pare il doppiopesismo italiano non consente alcuna pacificazione storica.
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