Oltre alla città fantasma di Khartoum, anche la natura è stata distrutta dalla guerra civile in Sudan

Maggio 11, 2026 - 16:59
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Oltre alla città fantasma di Khartoum, anche la natura è stata distrutta dalla guerra civile in Sudan

Per oltre un secolo la foresta di Sunut è stata un’oasi nel cuore di Khartoum, capitale tentacolare del Sudan. Dichiarata riserva faunistica nel 1939, con le sue acacie offriva rifugio agli uccelli migratori e agli abitanti della città in cerca di tregua, contribuendo al tempo stesso a proteggere Khartoum dalle piene annuali del vicino Nilo Bianco. Oggi, dopo oltre tre anni di guerra civile, quei sei chilometri quadrati di verde sono stati ridotti a una distesa di ceppi spezzati, abbattuti da una popolazione allo stremo in cerca di legna da ardere.

A raccontarlo è Mouna Zein, originaria di Khartoum e vice responsabile dell’ufficio in Sudan del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), tornata nella sua città natale per condurre una valutazione ambientale. «Per residenti di lungo corso come me, questa città storica di 8 milioni di abitanti – il cuore culturale del Sudan – è quasi irriconoscibile», scrive Zein per l’Unep. Le strade sono coperte di macerie, pozze di liquami ristagnano al sole e i corpi in decomposizione finiscono nel Nilo, la principale fonte di acqua potabile della città.

La guerra si è spostata altrove, ma l’eredità tossica lasciata a Khartoum minaccia di continuare a far ammalare e uccidere per anni. La distruzione della foresta di Sunut è solo un tassello di una crisi ambientale più ampia, che mostra come il collasso ecologico possa moltiplicare la sofferenza dei civili già colpiti dal conflitto. Zein cita esempi analoghi in altri teatri di guerra: in Iran il bombardamento di depositi petroliferi ha provocato piogge nere tossiche, capaci di irritare occhi e polmoni; in Ucraina la distruzione degli edifici ha liberato grandi quantità di amianto contenuto nei tetti in cemento; nella Striscia di Gaza la devastazione dei sistemi fognari ha probabilmente favorito un’ondata di tifo, infezione batterica potenzialmente letale.

Il ritorno a Khartoum, per Zein, è stato anche un ritorno personale. Nel 2023 era fuggita con il marito e tre figli, caricando il possibile in due borse e affrontando un viaggio di quattro giorni verso il Cairo. Quando è rientrata, ha trovato una città un tempo brulicante ridotta a un fantasma: qualche luce isolata tra gli scheletri dei condomini e degli uffici bombardati. «Questo me lo aspettavo», osserva. «Ma la scala della distruzione ambientale mi ha scioccata».

Il Giardino botanico nazionale di Khartoum, che un tempo ospitava piante a rischio come il lento Dragon’s blood tree, è stato raso al suolo. Le acque stagnanti e i liquami sono diventati terreni di riproduzione per zanzare portatrici di malaria. Le fabbriche bruciate punteggiano la città, con ogni probabilità rilasciando un miscuglio tossico di sostanze chimiche nell’aria, nell’acqua e nel suolo. E la degradazione della foresta di Sunut ha indebolito una barriera naturale cruciale contro le alluvioni.

Riparare questi danni sarà decisivo non solo per Khartoum, ma per l’intero Sudan, Paese di circa 50 milioni di abitanti. Il primo passaggio indicato da Zein è ripristinare i servizi idrici e igienico-sanitari, così da arginare il flusso di inquinanti nell’ambiente. Poi occorrerà recuperare ecosistemi chiave come sponde fluviali, foreste e pianure alluvionali, per ridurre il rischio di alluvioni e altri disastri. Infine, la città dovrà prepararsi alle minacce ambientali future, a partire dalla crisi climatica, adottando una pianificazione basata sul rischio, riducendo la pressione sugli ecosistemi e investendo in soluzioni basate sulla natura.

La guerra civile sudanese, segnata da notizie di uccisioni di massa, ha già devastato la popolazione: circa 12 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case e 21 milioni vivono in condizioni di insicurezza alimentare.

In mezzo a una tragedia di queste proporzioni, preoccuparsi dell’ambiente potrebbe sembrare un lusso. «Ma non lo è», avverte Zein. La ragione è semplice e drammatica: «La storia ha dimostrato che conflitto e degrado ambientale possono rafforzarsi a vicenda in un ciclo pericoloso». Una città non può tornare a funzionare con i liquami nelle strade, il fiume contaminato, le foreste abbattute e le piene alle porte. Per questo, conclude Zein, «in Sudan, la strada verso una pace duratura deve includere la cura delle ferite ambientali del Paese».

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