L’80% dell’economia italiana non è circolare: tre debolezze strutturali frenano la transizione

L’Italia vanta risultati di tutto rispetto nel panorama europeo dell’economia circolare, ma sarebbe un errore fermarsi a celebrare i primati. Dietro i buoni numeri si nasconde una realtà più complessa: circa l’80% dell’economia nazionale continua a funzionare secondo una logica lineare. La strada verso una vera circolarità è ancora lunga. I dati degli ultimi anni invitano a una riflessione seria su quanto sia stato fatto e quanto resti ancora da fare.
Il tasso di circolarità dei materiali
Per inquadrare il ruolo dell’Italia nella transizione verso l’economia circolare, è utile partire dagli indicatori che misurano l’impiego di materie prime vergini. Il tasso di utilizzo circolare dei materiali, cioè la quota di materia riciclata reimmessa nei processi produttivi rispetto al consumo complessivo di materia, è uno dei parametri di riferimento delle politiche europee, e su questo fronte l’Italia si posiziona al secondo posto nel continente, subito dopo i Paesi Bassi. I target europei prevedono di raddoppiare il livello di circolarità entro il 2030, puntando a un tasso compreso tra il 25% e il 30%: obiettivi che, pur apparendo teoricamente raggiungibili, impongono di interrogarsi su quali siano le iniziative più efficaci per sostenere questo percorso. La circolarità può essere incrementata agendo su due direttrici complementari: da un lato, migliorando l’efficienza del riciclo e rimuovendo le barriere normative, tecnologiche e di mercato che ne limitano la crescita; dall’altro, intervenendo sulla quota prevalente del sistema produttivo nazionale che ancora opera secondo logiche lineari. È dunque necessario ripensare il modello produttivo, privilegiando il riuso e il riciclo, riducendo gli sprechi e chiudendo i flussi di materia. Un quadro regolatorio chiaro e semplificato, accompagnato da investimenti mirati in infrastrutture e innovazione, può favorire l’impiego di materiali riciclati e la valorizzazione dei rifiuti come risorsa. Solo agendo su questi fronti l’Italia potrà consolidare e rafforzare la propria competitività.
Nel 2024, l’Italia ha raggiunto un tasso di circolarità dei materiali del 21,6%, con un vantaggio netto rispetto alla media UE (12,2%) e a Francia, Germania e Spagna. Questo indicatore non misura soltanto la capacità di un’economia di chiudere i propri cicli produttivi: riflette anche la riduzione della necessità di estrarre risorse naturali, il contenimento della dipendenza da fornitori esteri e la diminuzione dell’impatto ambientale dei processi produttivi. A parità di impiego di materia, incrementare l’utilizzo circolare significa essenzialmente ridurre il ricorso a risorse vergini, sostituendole con materie prime da riciclo. Per sostenere ulteriormente questa crescita, sarà determinante disporre di un quadro regolatorio in grado di eliminare gli ostacoli normativi e di incentivare l’uso di materiali riciclati in tutti i settori produttivi.
Consumo di materiali e transizione energetica
Negli ultimi dieci anni, il consumo di materiali in Italia è rimasto sostanzialmente stabile, attestandosi intorno a 8,2 tonnellate per abitante all’anno, un valore significativamente inferiore alla media europea. Sebbene il consumo di materiali risenta in parte del mix energetico nazionale, circa la metà degli utilizzi della materia è assorbita dall’impiego di minerali non metalliferi nell’edilizia e nella realizzazione di infrastrutture. La modesta flessione registrata dal dato italiano, appena il 3% tra il 2014 e il 2024, può riflettere un ritardo nella penetrazione delle fonti di energia rinnovabile e nell’introduzione di materiali rigenerati in sostituzione di quelli vergini. Per favorire la riduzione della dipendenza dalle materie prime vergini, è imprescindibile rafforzare la regolamentazione in chiave circolare, accelerare la transizione verso fonti rinnovabili e sostenere la produzione e l’utilizzo di biocarburanti avanzati nel settore del trasporto. Un contributo rilevante può derivare inoltre dalla rigenerazione del patrimonio edilizio esistente, promuovendo filiere costruttive circolari e riducendo il consumo di suolo e di materie vergini.
Le debolezze strutturali del sistema
In quali ambiti si concentra quell’80% di linearità che ancora caratterizza il sistema economico italiano? È possibile individuare alcune debolezze strutturali ricorrenti. La prima riguarda la dispersione finale: una quota significativa di materia termina in discarica o viene dissipata sotto forma di emissione, e ampie porzioni di flusso restano tuttora non intercettate dal circuito del riciclo. La seconda attiene all’elevata dipendenza da risorse vergini: per ogni tonnellata di materiale reimmessa nel ciclo produttivo, ne vengono introdotte diverse da fonte primaria. Questa sproporzione evidenzia sia i limiti attuali della capacità di riciclo, e in particolare dell’assorbimento a valle dei prodotti riciclati, sia la necessità di rafforzare le infrastrutture di raccolta e trattamento. La terza debolezza è di natura settoriale: l’edilizia, con i suoi massicci volumi di minerali non metalliferi, rappresenta uno dei principali colli di bottiglia dell’intero sistema.
La dipendenza dalle importazioni
Nel confronto europeo, l’Italia si distingue per un livello pro capite di importazioni di materiali rimasto sostanzialmente stabile nel tempo, che nel 2024 ha raggiunto un valore pari a 5 tonnellate per abitante: un dato superiore alla media UE, che segnala una dipendenza ancora elevata dalle forniture estere. La componente prevalente è rappresentata dai vettori energetici fossili. Germania, Francia e Spagna hanno intrapreso percorsi più incisivi di riduzione delle importazioni, grazie a una maggiore produzione interna di energia da fonti rinnovabili e ad una più ampia diversificazione dei vettori materiali ed energetici. La stabilità delle importazioni italiane riflette, al contrario, una struttura economica ancora fortemente ancorata alle fonti energetiche tradizionali. Tale scenario, pur caratterizzato da una contrazione nel triennio 2022-2024, impone un ripensamento delle politiche industriali e ambientali, da attuare attraverso l’accelerazione degli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni, la promozione di filiere circolari capaci di valorizzare le materie prime secondarie e l’adozione di strumenti normativi e incentivi economici adeguati.
L’estrazione primaria delle risorse
Nel 2024, l’Italia si conferma tra i grandi Paesi europei con il più basso prelievo pro capite di risorse naturali, pari a 5,7 tonnellate per abitante, a fronte di una media UE di 11,5 tonnellate. La composizione del prelievo italiano evidenzia una netta predominanza dei minerali non metalliferi (3,7 tonnellate per abitante) impiegati prevalentemente nel settore delle costruzioni. L’andamento storico dell’ultimo decennio rivela tuttavia una stagnazione dei livelli di estrazione, che suggerisce come l’Italia non abbia ancora avviato un percorso strutturato di riduzione del prelievo primario, né abbia potenziato in misura adeguata i meccanismi di sostituzione e recupero delle risorse. Sul versante delle estrazioni, appare urgente intervenire sui due principali comparti ancora fortemente legati al prelievo primario: i materiali inerti impiegati in edilizia, per i quali non si è ancora sviluppato un mercato efficace delle materie prime seconde, e la biomassa agricola, il cui potenziale di recupero attraverso la produzione di fertilizzanti organici resta ampiamente sottoutilizzato. L’assenza di una domanda strutturata e di regole chiare per la valorizzazione dei materiali riciclati costringe il Paese a continuare a estrarre risorse primarie e a importarle dall’Estero, anche laddove esisterebbero valide alternative rigenerative.
L’accumulo fisico di materiali
In Italia, una quota consistente dei materiali impiegati ogni anno non viene reimmessa nei cicli produttivi, ma si traduce in accumulo fisico permanente (il c.d. “stoccaggio”) concentrato prevalentemente nel settore delle costruzioni. Nel 2024, il 63% dei materiali utilizzati è stato destinato all’accumulo, con un dato pro capite stabile sulle 4,2 tonnellate per abitante, un valore comunque inferiore rispetto ai picchi registrati in altri Paesi europei. Questa tendenza segnala una persistente dipendenza da risorse vergini e un insufficiente impiego di materiali circolari, in particolare nel comparto edilizio. Esistono tuttavia concreti margini di intervento: la valorizzazione del patrimonio edilizio esistente, unita alla diffusione di tecniche costruttive a basso impatto materiale, potrebbe consentire una riduzione progressiva degli accumuli, contenendo al contempo il fabbisogno di nuovi materiali. I materiali provenienti da edifici dismessi o da cantieri di ristrutturazione rappresentano in questo senso una risorsa di grande potenziale: il loro riuso in loco o la reimmissione nei cicli produttivi attraverso processi di riciclo dedicati può trasformare lo stock edilizio esistente in un vero serbatoio di materie prime seconde.
Il trattamento dei rifiuti
Nel quadro europeo, il trattamento dei rifiuti si caratterizza per un incremento progressivo dei volumi trattati. L’Italia si distingue per un andamento in crescita, pur mantenendo nel 2024 un volume pro capite trattato di 2,5 tonnellate per abitante, inferiore alla media UE di 3,8 tonnellate. Il sistema italiano mostra risultati qualitativamente superiori: una quota significativa dei rifiuti viene avviata a riciclo, collocando il Paese tra le migliori performance del continente e al di sopra della media europea. Il rafforzamento del recupero di materia, rispetto alle forme più tradizionali di smaltimento, rappresenta un passaggio strategico per la costruzione di un sistema circolare dei rifiuti, poiché consente non solo di contenere le emissioni e preservare le risorse naturali, ma anche di trasformare i rifiuti in nuova materia prima. Va tuttavia considerato che livelli elevati di trattamento dei rifiuti possono essere anche il sintomo di carenze impiantistiche nella chiusura del ciclo produttivo: raccogliere bene non basta, se poi la filiera non è in grado di valorizzare adeguatamente ciò che viene intercettato.

La sfida del futuro
La sfida per il futuro non consiste soltanto nel migliorare ulteriormente quel 20% dell’economia che ha già intrapreso un percorso circolare, ma nel trasformare l’80% del sistema economico che continua a operare secondo logiche estrattive, dissipative e lineari. Questo obiettivo richiede una governance industriale orientata alla sufficienza, una nuova politica dei sottoprodotti, un sostegno strutturato all’industria del riciclo e una riforma del mercato dei materiali riciclati. Sul piano delle azioni strategiche e prioritarie, appare opportuno sviluppare il riciclo organico avanzato, potenziare i biocarburanti da rifiuti e consolidare il ruolo dell’edilizia circolare. Il passaggio ad un’economia autenticamente circolare richiede soprattutto un ripensamento profondo dei modi di produzione e consumo: dall’uso ridotto e consapevole dei materiali all’adozione di nuovi modelli di business incentrati sul contenimento dell’estrazione di risorse naturali e sulla rigenerazione delle risorse stesse.
a cura di Andrea Ballabio, Donato Berardi, Giovanni Dilillo, Filippo Galimberti, Nicolò Valle
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