Confalonieri: "Meloni voleva Gianni Letta al Colle, ma lui disse no per lealtà al Cav."

16 Ottobre 2026 - 15:50
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Gianni Letta avrebbe potuto essere presidente della Repubblica, e a proporglielo era stata Giorgia Meloni. Lo racconta Fedele Confalonieri, presidente di MediaForEurope e amico di una vita di Silvio Berlusconi, in un’intervista a Myrta Merlino che andrà in onda stasera alle 21 su San Marino RTV, nella prima puntata di “Myrta Confidential” (nella stessa puntata c’è anche Giuseppe Conte). “Ho molta stima di Gianni Letta. È una persona straordinaria. C’è una cosa che molti non sanno: lui ha rifiutato di fare il presidente della Repubblica. Alla rielezione di Mattarella, Meloni glielo aveva proposto. Avrebbe vinto in carrozza. Ma non l’ha fatto per non far dispiacere Berlusconi. E questo la dice lunga sulla sua fedeltà e lealtà”. Era il gennaio del 2022: Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo Draghi, il centrodestra cercava un nome per il Colle e Berlusconi aveva coltivato a lungo l’ambizione di salirci lui. La partita si chiuse con la rielezione di Sergio Mattarella.   

Il passaggio più politico dell’intervista però riguarda l’Ucraina, e va in direzione opposta a quella del governo. “Quello che manca oggi è la diplomazia. Gente come Kissinger, veri e propri giganti”, dice Confalonieri. E poi: “Noi non siamo in grado di continuare a finanziare l’Ucraina, semplicemente perché non possiamo permettercelo. Dovremmo fare di tutto per chiudere questa guerra ma non si vede chi potrebbe prendere l’iniziativa, specie ora che l’America è in mano a un ‘mezzo matto’”. Quanto a Berlusconi, Trump “di certo già non gli piaceva”, anche se era quello del primo mandato.

Su Meloni il giudizio è positivo, con una riserva: “Mi piace, è brava. Unica cosa è troppo polemica con l’opposizione. Si mette a discutere su tutto, ma chi se ne frega, dico io, sei la presidente del Consiglio!”. E su Vannacci, Confalonieri ricorda che Berlusconi “sapeva essere concavo e convesso. Discuteva e parlava con tutti, certo non avrebbe escluso Vannacci a prescindere”.

Il ritratto dell’amico non è un santino. Confalonieri ammette di non essere stato d’accordo con la discesa in campo, e racconta un episodio con Craxi: “Quando Bettino Craxi stava per andare in Tunisia, ormai rassegnato, mi disse che Silvio non sarebbe andato oltre l’8 per cento, un risultato che ci avrebbe portato solo danni. Invece ha fatto una cosa napoleonica: in 3 mesi ha preso oltre il 21 per cento”. E ne elenca i difetti: “Quel difettuccio lì, le donne, lo aveva molto accentuato. E poi era partito dicendo ‘facciamo la rivoluzione liberale’ e non l’ha fatta, ci ha rinunciato delegando il governo del ‘giorno per giorno’ ad altri”. Ne rivendica però la politica estera, la “diplomazia della pacca sulle spalle”: “E vagliela a dare una pacca sulle spalle a Putin…”.

Su Scalfari, che lo aveva definito “la bocca dentata del Caimano”, Confalonieri si toglie un sassolino: prima di “vendersi” a De Benedetti, racconta, il fondatore di Repubblica era andato ad Arcore, e Berlusconi “ha rischiato di diventare l’editore di Scalfari, che poi si inventò un Cavaliere su misura: fascista, massone, mafioso”.

Il resto spazia dalla Lega (“Io ero per Bossi”; Salvini “non mi dispiace perché è milanista”, ma la sua Lega “non è più quella di Bossi”) agli eredi. Marina? “Le piace la politica, ma no, non credo che lo farà”, mentre Pier Silvio “parla di politica alle presentazioni dei palinsesti, ma si ferma lì”. Su Milano, Confalonieri pensa che “Mario Calabresi potrebbe farcela”, ma che un candidato più a sinistra come Pierfrancesco Majorino “avrebbe ancora più chance”, perché “il centro città vota a sinistra”. Sulla legge elettorale, invece: “Quando si parla di legge elettorale spengo l’audio”.

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