Cosa sa fare l’Europa quand’è minacciata. Buon compleanno, Brexit
Caos ieri, caos oggi. Disordine ieri, disordine oggi. Populismo ieri, populismo oggi. A prima vista, se volessimo inforcare le lenti distorte della banalità, potremmo dire che dieci anni dopo la Brexit in Europa è cambiato poco o nulla. Dieci anni fa, l’Europa è stata ferita per via referendaria, oggi l’Europa è aggredita per via politica, da Trump, e per via militare, da Putin, e se volessimo essere superficiali potremmo dire che il colpo inferto all’Unione europea, dieci anni fa, è stato come il classico tocchettino alle tessere di un domino. In verità, se si sceglie di inforcare le lenti meno distorte della realtà, ci si accorgerà facilmente che l’unico punto di contatto tra l’Europa di ieri, quella che si risvegliò senza il Regno Unito, e quella di oggi, quella che si sveglia ogni giorno come la famosa gazzella che sa che ogni mattina dovrà correre più veloce del leone per non essere uccisa, è la capacità senza eguali da parte dell’Unione europea di trasformare ogni crisi, ogni aggressione, in un’opportunità di crescita. Dieci anni fa, i sostenitori della Brexit promisero ai cittadini inglesi una stagione di stabilità, di opportunità, di crescita, di pace, di immigrazione ridotta. Dieci anni dopo, i cittadini inglesi sono costretti a vivere in uno scenario senza stabilità, con meno opportunità di dieci anni fa, una crescita inferiore rispetto a quella della media europea e un’immigrazione che non si è fermata, per quanto riguarda i flussi irregolari, e che è diventata invece insufficiente, per quanto riguarda le esigenze della manodopera. Dieci anni dopo, l’Europa ha compiuto passi in avanti interessanti, anche se non sufficienti, sul tema dell’integrazione, della solidarietà, della condivisione del debito, della difesa delle libertà e anche delle democrazie aggredite e la grande differenza rispetto alla stagione della Brexit in fondo è questa.
Dieci anni fa, l’Europa discuteva se fosse opportuno o no seguire la strada del Regno Unito, e fare un passo di lato rispetto all’Unione europea (“Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. Grazie Uk, ora tocca a noi”, scrisse Matteo Salvini il 23 giugno del 2016). Oggi il tema dell’Europa, per gli europei, è diventato se accettare o no che i paesi che vogliono entrare nell’Ue possano entrare tanto velocemente come lo chiedono. L’Unione europea, come sapete, ha avviato negoziati dettagliati con Moldavia e Ucraina per l’adesione all’Ue. Prima di questi paesi, negli ultimi anni, dopo il 2016, hanno fatto richiesta Bosnia ed Erzegovina e Kosovo. Prima di loro, per entrare in Ue, si sono messi in fila da anni Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia, che hanno ottenuto lo status formale di candidati. L’Islanda ha in programma un referendum per riaprire i negoziati di adesione all’Ue. La Norvegia, che non è nell’Unione europea, negli ultimi anni si è avvicinata all’Ue sui temi della difesa militare, firmando nel maggio 2024 con l’Ue il Security and Defence Partnership. E lo stesso Regno Unito, nel silenzio, di nascosto, senza dare nell’occhio, negli ultimi anni ha fatto qualche passettino per tornare a bussare alle porte dell’Unione europea.
E’ rientrato in Horizon Europe e Copernicus, ha firmato una partnership strategica sulla difesa e la sicurezza, ha intensificato la cooperazione sull’Ucraina e ha avviato negoziati per facilitare la mobilità dei giovani e ridurre le barriere commerciali. La grande differenza tra il 2016 e il 2026 è che l’Unione europea, dopo la Brexit, è riuscita a rafforzarsi, a diventare più attrattiva, più resiliente, come si direbbe oggi. Ma il grande punto di contatto, tra il 2016 e il 2026, è che anche di fronte a una nuova crisi sistemica l’Unione europea sta provando a trasformare un’aggressione evidente, quella di Donald Trump, in un’opportunità di crescita, economica e anche politica. Trump ha sfidato l’Unione europea, ha provato a indebolirla, ha provato a renderla più vulnerabile di fronte alla Russia, ha cercato di rafforzare, come giustamente ha notato sabato scorso Meloni, più i nemici dell’occidente che i suoi alleati, e il risultato è stato l’opposto rispetto a quello che il presidente americano aveva immaginato di ottenere: l’Europa non è mai stata così unita, i nemici interni dell’Europa continuano a essere deboli, il sostegno all’Ucraina non è mai stato così forte, l’attrattività dell’Unione europea non è mai stata così alta e il numero di accordi commerciali siglati dall’Ue negli ultimi due anni lo testimonia, con gli accordi entrati in vigore con Nuova Zelanda, Kenya e Cile, con gli accordi firmati con il Mercosur, con l’accordo finalizzato con il Messico, con i negoziati conclusi con Indonesia, India e Australia.
Non basta naturalmente una crisi di governo per dimostrare il fallimento della Brexit, e forse non bastano neppure le proiezioni nefaste sulla crescita del Regno Unito. Ma quello che si può dire con certezza rispetto a dieci anni fa è che il tentativo del partito della Brexit di utilizzare l’uscita del Regno Unito dall’Ue per indebolire l’Europa ha avuto l’effetto opposto. In Europa, c’è la fila per entrare. E anche gli antieuropeisti di ieri hanno cambiato spartito nelle critiche all’Europa. Dieci anni fa, rimproveravano all’Europa di voler fare troppo. Oggi rimproverano l’Europa perché non fa abbastanza. Buon compleanno, Brexit.
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