Incompetenti al potere. Moderazione ed esperienza, gli ingredienti dimenticati per fare di un politico un leader

24 Giugno 2026 - 06:38
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Il dramma della politica internazionale, come dimostrano la liquidazione mesta di Keir Starmer, il fallimento strategico di Emmanuel Macron, e prima di lui di François Hollande, l’impopolarità eccezionale da cui è affetto Friedrich Merz, e la demenza al potere negli Stati Uniti, che del fenomeno è lo specchio, sta nella totale indifferenza degli elettorati alla competenza, alla discrezione, alla giusta e moderata ambizione del buon politico. Noi ormai guardiamo il mondo, non ci interessa conoscerlo, prenderne cura, infatti aspiriamo prima di ogni altra cosa a uno statista che abbia una “visione”, che si faccia guardare e si ascolti parlare con piacere, che sappia promettere sapori nuovi, una cucina fusion, un tocco di sfacciataggine. A furia di moraleggiare, gesticolare, spettegolare e rifiutare ogni forma di classicità e di vera modernità, siamo finiti dritti dritti nella nebbia di Max Weber, stacchiamo il biglietto di una visione di governo della società e ci mettiamo in poltrona inebriati dello spettacolo, invece di costruire una politica come professione andiamo al cinema.

Questo Andy Burnham forse farà bene il mestiere di premier, e c’è da augurarselo, ma i deputati laburisti che Starmer aveva fatto eleggere, con una maggioranza di 174 voti a Westminster dopo il tonfo bestiale di Jeremy Corbin, lo hanno scelto per via della sua caratura di prossimità, un sindaco di successo in t-shirt senza alcuna esperienza di stato, con idee vaghe e oscillanti su spazio pubblico e mercato, su isolazionismo ed europeismo, senza un piano per la crisi fiscale britannica. Il problema è trovare uno che sappia smantellare l’incredibile prestigio nei sondaggi di una specie di Trump col chutney, uno come Nigel Farage che ama anche lui dare spettacolo di sé, purché sia spettacolo, circo, acrobazia intellettuale e morale. Abbiamo di fronte il fenomeno di una coppia di disturbati mentali, The Donald e J.D., che si fanno cuocere come polli arrosto dalla classe dirigente iraniana dopo averla decapitata e trasformano l’offensiva contro un regime terrorista in una sua legittimazione, tradendo gli alleati e scombussolando il futuro mondiale. 

Abbiamo la minaccia del fenomeno Weidel, con la prospettiva di un partito ambiguo e più che ambiguo sulla memoria storica tedesca al potere in un paese riarmato e sempre più centrale nella sicurezza europea, ma ce ne fottiamo, Merz risulta noioso e gestionale, nessuno può amarlo, chiediamo carisma e visione ottenendone in cambio incertezza e vaniloquio. Un oratore che si impappina, come Starmer, o un leader che annoia, questi sono i nostri spettri, ed è vero che la competenza non può essere in politica un affare di contabilità e ragioneria, ma fino a un certo punto, chiedere un certo grado di rispetto per i fatti e la logica non vuol dire augurarsi il dominio di Cesare Borgia.

Manca un carisma razionale, un’attitudine alla calma e serena visione delle cose, come diceva Giovanni Giolitti (addirittura), che non sia lo spaccio della demagogia trionfante, la marcatura buffonesca di uno spazio solo personale, manca una mediocrità stabile e moderata con una vena di cultura della realtà che non sconfini nel visionarismo di moda oggi. La competenza può essere in sé una trappola, un dover essere astratto che non ha vita senza le astuzie della retorica d’immagine, senza una capacità di registrare e flettere a proprio vantaggio i rapporti di forza. La competenza non è l’essenza della leadership, ma la sua negazione sistematica e irridente può essere un male perfino peggiore di una politica pedante che non comunica niente di speciale.

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