Decarbonizzazione: la mappa mondiale dei vantaggi

16 Ottobre 2026 - 12:15
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Decarbonizzazione: la mappa mondiale dei vantaggi
La transizione energetica è, oltre che necessaria, vantaggiosa dal punto di vista economico. La scienza lo sostiene da tempo, ma i vantaggi che porta non sono per tutti uguali, né uniformemente distribuiti: riconoscerlo vuol dire gettare le basi per accordi climatici "a pacchetti", che riuniscano gruppi di Paesi con interessi convergenti. Uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research (in Germania), pubblicato su Nature Sustainability ha mappato queste differenze in 169 Paesi, svelando analogie inaspettate e nuove risorse che potrebbero orientare le politiche climatiche future.. «Esploriamo le tensioni geopolitiche che potrebbero derivare da eventuali perdite subite da alcuni Paesi, ma mostriamo anche come gli interessi nazionali possano favorire la cooperazione internazionale e come questa possa essere ulteriormente rafforzata attraverso incentivi mirati» spiega Guanna Pan, ricercatrice in Geografia e Gestione delle Risorse del Potsdam Institute for Climate Impact Research e principale autrice dello studio.. Diverse sfumature di vantaggi. Gli scienziati hanno individuato gruppi di Paesi nei quali analoghe politiche climatiche genererebbero rischi e benefici simili dal punto di vista economico. Hanno così osservato che 19 Paesi fortemente dipendenti dai combustibili fossili potrebbero opporsi a misure ambiziose di abbandono di petrolio, carbone e gas, ma che questi Paesi rappresentano il 6% appena della produzione economica globale, e dunque non hanno un peso politico così rilevante.. Ci sono poi tre gruppi di Paesi che trarrebbero grandi benefici da una rapida azione climatica, per diverse ragioni, e sono: 51 Paesi del Sud del mondo che, senza politiche rapide ed efficaci di abbandono di combustibili fossili dovrebbero affrontare danni climatici particolarmente gravi 13 Paesi - la maggior parte dei quali in Africa - che hanno un elevato potenziale di energie rinnovabili 17 Paesi con un'elevata capacità di sequestro del carbonio, perché naturalmente occupati da grandi foreste o perché in grado di sequestrare CO2 attraverso aree naturali ben gestite. Nel loro insieme, questi tre gruppi rappresentano circa il 13% della produzione economica globale. Chi fa parte, quindi, del rimanente 81%?. Stati Uniti, Europa e Cina hanno interessi simili. La fetta più consistente della produzione economica mondiale è costituita da 69 "economie con impatti moderati", come vengono definite nello studio, incluse l'Unione Europea, la Cina e gli Stati Uniti. Il termine "moderati" non tragga in inganno: i benefici economici dell'abbandono dei combustibili fossili sono già e sarebbero, in questi Paesi, considerevoli, perché legati alla riduzione dei danni dei cambiamenti climatici. Calcolati in percentuale, però, sono meno elevati rispetto a quanto lo sono per i tre gruppi di Paesi elencati in precedenza.. Interesse collettivo ma rispettoso delle differenze. Al di là del capire quali Paesi ricadano nei vari gruppi, lo studio è interessante perché mostra che perseguire un unico interesse condiviso - la lotta alla crisi climatica - non vuol dire farlo con gli stessi guadagni e le stesse perdite. Si possono perdere le entrate un tempo derivanti dai combustibili fossili; si può guadagnare in salute pubblica e riduzione del rischio di disastri climatici, si possono creare nuove opportunità di crescita economica e nuovi posti di lavoro legati alle fonti di energia pulita; si può guadagnare dalla capacità del proprio Paese di sequestrare CO2 dall'atmosfera. E non è detto che per tutti queste perdite e questi guadagni arrivino allo stesso modo o con gli stessi tempi.. Dall'analisi potrebbero nascere linee guida per rafforzare la cooperazione internazionale attraverso "accordi a pacchetto", laddove non tutti i Paesi abbiano le stesse preoccupazioni e gli stessi interessi. Inoltre, scrivono gli autori dello studio: «Considerata la recente recrudescenza dell'opposizione a una politica climatica impegnata, è importante riconoscere che tale politica non si limita a svalutare determinate risorse, in particolare quelle dei fornitori di combustibili fossili. Il nostro studio dimostra anche, in modo piuttosto preciso, come vengano contemporaneamente create nuove risorse. Nel complesso, la politica climatica rivaluta il capitale delle economie in modo nuovo e sostenibile, salvaguardando così la prosperità a lungo termine»..

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