"E io pago": 24,8 milioni non versano Irpef, ma non sono tutti evasori

25 Settembre 2026 - 15:00
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lentepubblica.it

«E io pago», protestava Totò in una delle battute rimaste nell’immaginario italiano. Il richiamo viene quasi spontaneo davanti ai nuovi numeri sull’Irpef: su circa 58,9 milioni di residenti, 42,8 milioni risultano contribuenti e poco più di 34,1 milioni versano effettivamente l’imposta. La differenza porta a circa 24,8 milioni di persone che non versano Irpef. Il dato emerge dall’analisi 2026 di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi relative al 2024 e parte dalle statistiche ufficiali del Dipartimento delle Finanze.

La fotografia è impressionante ma va letta correttamente. Dire che 24,8 milioni di italiani “non pagano le tasse” o sono evasori sarebbe sbagliato. Una parte non dispone di redditi imponibili, comprende bambini e familiari a carico; altri contribuenti hanno un’Irpef netta nulla per effetto dei livelli di reddito e delle detrazioni. E anche chi non versa Irpef contribuisce normalmente alle entrate pubbliche attraverso IVA, accise e altre imposte indirette.

Questo non elimina però il problema della forte concentrazione del gettito. Secondo Itinerari Previdenziali, il 47% dei contribuenti, circa 20,2 milioni di persone con redditi dichiarati fino a 20 mila euro, versa complessivamente appena il 5% dell’Irpef. Al contrario, il 18,78% dei contribuenti con redditi superiori a 35 mila euro sostiene circa il 65% dell’imposta complessiva.

Evasione fiscale, perché il “furbo” non viene percepito come un danno collettivo

Ci si pone la domanda: perché in Italia chi paga regolarmente le imposte non manifesta nei confronti dell’evasione la stessa ostilità riservata ad altri comportamenti che danneggiano il Paese?

Il tema culturale ricorrente nel dibattito italiano è la rappresentazione dell’evasore come persona “furba”, più che come soggetto che sottrae risorse alla collettività. È una lettura sociologica, non un dato misurabile attraverso le dichiarazioni fiscali, ma pone una questione reale sulla percezione della fedeltà tributaria in un Paese in cui infrastrutture e servizi sono in progressivo declino.

Chi non paga Irpef non è necessariamente un evasore

È proprio questa la distinzione che diventa essenziale nel dibattito pubblico.

Per misurare l’evasione fiscale in Italia bisogna invece utilizzare il tax gap, cioè la differenza tra quanto dovrebbe essere versato e quanto effettivamente arriva nelle casse pubbliche.

La relazione ufficiale sull’economia non osservata stima per il 2022 un gap tributario compreso tra 89,7 e 90,9 miliardi di euro. Le stime preliminari relative al 2023 indicano una propensione complessiva all’evasione intorno al 17,4%, dopo una forte riduzione registrata negli anni precedenti.

Ed emerge una differenza molto marcata tra categorie. Per il 2023 la propensione al gap dell’Irpef relativa a lavoro autonomo e impresa è stimata al 60,6%, mentre per il lavoro dipendente irregolare è pari al 2,3%. Il confronto richiede cautela perché le metodologie sottostanti non sono identiche, ma mostra dove si concentra una parte rilevante del mancato gettito.

Dipendenti e pensionati hanno infatti un elemento strutturale che riduce drasticamente la possibilità di sottrarre reddito all’imposizione: nella maggior parte dei casi l’Irpef viene trattenuta alla fonte dal sostituto d’imposta.

Chi non versa Irpef utilizza davvero gratuitamente scuola e sanità?

Fermo restando che chi non versa Irpef è persona deprecabile, anche qui occorre distinguere. Scuola, sanità, sicurezza, infrastrutture e amministrazione pubblica sono finanziate dalla fiscalità generale e non attraverso un rapporto individuale tra quanto ciascuno versa e quanto riceve.

Una persona che non paga Irpef può comunque contribuire alle entrate dello Stato acquistando beni e servizi soggetti a IVA, facendo rifornimento e pagando accise, oppure attraverso tributi locali e altre forme di imposizione. Inoltre il sistema fiscale italiano è costruito sul principio costituzionale della capacità contributiva e della progressività, non sull’idea che ciascuno debba finanziare direttamente i servizi che utilizza.

Il dato dei 24,8 milioni, dunque, pone soprattutto una questione di sostenibilità e distribuzione del carico fiscale, non consente di dividere automaticamente il Paese tra chi mantiene i servizi pubblici e chi li utilizza gratuitamente.

Resta invece legittimo interrogarsi sulla dimensione dell’evasione effettiva e sulle conseguenze per chi assolve integralmente i propri obblighi.

Intelligenza artificiale e banche dati possono ridurre l’evasione?

Gli strumenti tecnologici per rafforzare i controlli fiscali esistono già. Fatturazione elettronica, Anagrafe tributaria, corrispettivi telematici, dichiarazioni precompilate e banche dati finanziarie consentono all’amministrazione di incrociare informazioni su una scala molto più ampia rispetto al passato.

La strategia pubblica punta inoltre su analisi del rischio, interoperabilità e intelligenza artificiale per rendere i controlli più selettivi. La vera questione, quindi, non è se la tecnologia permetta questi incroci, ma come utilizzarli, con quali garanzie e su quali fenomeni concentrare l’attività.

Non ci sono invece elementi sufficienti per sostenere che l’assenza di misure più dure dipenda dal peso elettorale degli evasori. Il dato certo resta un altro: l’evasione fiscale in Italia continua a sottrarre decine di miliardi alle entrate pubbliche, mentre il gettito Irpef grava in misura rilevante su una quota relativamente contenuta di contribuenti.

La tecnologia può migliorare i controlli, ma resta aperta una questione culturale: quanto il pagamento delle imposte venga percepito come semplice obbligo e quanto come contributo al finanziamento dei servizi pubblici.

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