Ecco perché i nuovi incentivi alle rinnovabili stanno abbassando la bolletta dell’elettricità italiana

05 Settembre 2026 - 19:25
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Ecco perché i nuovi incentivi alle rinnovabili stanno abbassando la bolletta dell’elettricità italiana

Ognuno di noi ha i suoi riti. Ognuno di noi ha quell'evento che, ogni anno, attende con ansia. Per alcuni questo può essere il Natale, o le vacanze estive. Per altri, magari, un evento speciale come la data di un concerto, l'uscita dell'ultimo iPhone, o dell'ultimo libro del loro scrittore preferito. Poi ci sono alcuni di noi che sono un po' più secchioni, più nerd. Nel mio caso, infatti, l'estate non è soltanto il momento dell'anno che attendo per le vacanze: ogni anno l’Arera pubblica il suo rapporto annuale sugli strumenti di incentivazione alle fonti rinnovabili. E ogni anno io non vedo l'ora che esca per leggerlo e vedere come è andata.

In realtà quest'anno c'era poco da farsi domande. Nel 2025, a causa della prosecuzione delle condizioni d’incertezza a livello geopolitico nel mondo, i prezzi dell'energia sono rimasti elevati, e con essi i prezzi dell'elettricità. Non è quindi una sorpresa il fatto che, anche nel 2025, il costo netto degli incentivi più recenti (quelli assegnati dal 2020 in poi) alle fonti rinnovabili mature, ovvero eolico e fotovoltaico, è stato negativo. Cosa vuole dire? Che questi strumenti, pensati per incentivare le rinnovabili, anziché costare ai cittadini-consumatori attraverso ricarichi in bolletta, hanno generato un saldo positivo. Essi infatti sono basati sul principio del contratto a due vie (Cfd), per cui per ogni ora dell’anno, il valore a cui l’energia elettrica viene venduta sul mercato all’ingrosso (il cosiddetto Pun, Prezzo unico nazionale) viene confrontato con il prezzo concordato per quello specifico impianto: se quest’ultimo è più elevato, il produttore viene compensato della differenza. Altrimenti, va all’inverso.

Il Pun medio in Italia, nel 2025, è stato di 115.3 €/MWh, in linea con la tendenza degli ultimi anni che vede prezzi medi dell'energia elettrica sul mercato all'ingrosso molto più elevati che in passato. Dall’altro lato, le aste per gli incentivi in questione sono andate in media, negli anni, a 65-70 €/MWh (le ultime attorno a 75 MWh): non stupisce quindi che, anche nel 2025, siano stati i consumatori, e non i produttori, a guadagnarci, nonostante la potenza incentivata nel 2025 fosse molto maggiore che nel 2024.

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L’evoluzione del Pun medio annuale dal 2004 al 2025. Da Qualenergia.it

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Ma se a conti fatti, ricorrendo a questi incentivi, i produttori di energia rinnovabile ci perdono, perché lo fanno? La risposta non sta in magici costi nascosti, come suggeriscono alcuni male informati o in mala fede, ma nel funzionamento del mondo degli investimenti e dei prestiti. E spiega perché nei fatti, anche se, ad oggi, il costo è negativo, sempre di un incentivo si tratta.

Come per molti energetici, infatti, quello degli impianti fotovoltaici è un settore a forte intensità di capitale: il grosso dei costi del progetto si trovano nell’investimento iniziale, mentre i costi operativi sono quasi nulli. Ne consegue che, a parità di indicatori finanziari, diventa cruciale la fase di raccolta del capitale necessario per la costruzione dell’impianto.

I finanziatori, spesso, non amano il rischio; o meglio, gli danno un valore importante. Magari sono disposti a prestare i loro soldi in presenza di un rischio elevato, ma solo con tassi d’interesse elevati. Nel momento in cui l’impianto ha la garanzia di accesso a un contratto a due vie (i cosiddetti Cfd, Contract for difference), il piano di rientro dell’investimento non diventa più una stima, ma una certezza. L’incentivo non sta quindi in un versamento “netto” di denaro (o almeno, può esserlo, ma non per forza, proprio come abbiamo visto), ma nel trasferimento del rischio: dal progettista, allo stato.

Si costruirebbero impianti fotovoltaici, in Italia, anche senza incentivi? Certo che sì! Il meccanismo incentivante esiste per due ragioni: in primis, perché il legislatore si aspetta che, a parità di altre condizioni, questo permette di aumentare il numero di impianti costruiti. In secondo luogo, perché anche allo Stato in realtà conviene avere la garanzia che, in un contesto geopolitico incerto e con l’accesso alle materie prime legate all’energia sempre più critico, una quota dell’energia immessa in rete verrà pagata un valore noto, fisso nel tempo, e (ad oggi, in futuro chissà) inferiore ai prezzi medi dell’energia elettrica sul mercato. Insomma, una situazione di win win in cui pubblico e privato condividono e riducono il rischio.

In fondo, è proprio questo il paradosso degli incentivi alle rinnovabili: il loro successo non si misura necessariamente da quanto denaro pubblico viene speso, ma da quanto rischio riescono a togliere agli investimenti. In un mercato dell’elettricità volatile, un prezzo garantito può valere molto più di un semplice contributo economico. Lo Stato si assume una parte del rischio che gli investitori non vogliono o non possono sostenere; in cambio, ottiene nuova capacità rinnovabile e una maggiore certezza sulla disponibilità futura di energia. E se, come è accaduto nel 2025, il prezzo di mercato rimane al di sopra di quello garantito, può succedere che a guadagnarci sia proprio il consumatore. Forse è questa la parte meno intuitiva degli incentivi: qualche volta, per sostenere una tecnologia, non serve pagarla di più. Serve semplicemente rendere più facile investire nel suo futuro.

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