Commissione Teologica internazionale: danneggiare l’ambiente è un peccato contro il Creato e contro il Creatore

04 Settembre 2026 - 13:40
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Commissione Teologica internazionale: danneggiare l’ambiente è un  peccato contro il Creato e contro il Creatore

La Commissione Teologica internazionale (CTI) ha pubblicato il documento “Prendersi cura della nostra Casa comune – Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario” che vuole rispondere, , in ottica cristiana, a quella che viuene definita la «Crisi ecologica e sociale, miope e suicida in cui è caduta l’umanità». il testo, autorizzato da Papa Leone XIV, è frutto di riflessioni svoltesi tra il 2022 e il 2025 e parte, come riassume Vatican News, dalla «Triplice mutazione che ha portato, negli anni, a perdere la spontanea percezione della natura come creazione di Dio; all’affermarsi di una visione sempre più antropocentrica e predatrice nel rapporto tra uomo e Creato; e al dilagare di una crisi planetaria».

Riprendendo un vecchio slogan ambientalista (il mondo è tutto attaccato) la CTI dice che tutto è connesso. Il primo dei tre capitoli, “La Casa comune, opera del Dio trinitario” sottolinea «L’impronta non solo divina, ma anche trinitaria» nel Creato, e la illustra attraverso l’insegnamento di 4 Santi Dottori della Chiesa: Agostino di Ippona, Ildegarda di Bingen, Bonaventura da Bagnoregio e Tommaso d’Aquino. Vatican News scrive che «Questa impronta trinitaria ha i tratti della sacramentalità – cioè è segno di “una realtà sacra e nascosta” che trova la sua “massima elevazione” nell’Eucaristia – e dell’interrelazione, poiché l’essere umano risponde alla sua vocazione dispiegando correttamente le relazioni con Dio, con gli altri e con il Creato. Ciò significa, evidenzia la CTI, praticare “la gratuità filiale nei confronti di Dio”; “la solidarietà e la misericordia verso il prossimo”; e “la cura della Casa comune”». Per il documento è una questione di equilibrio: «Niente e nessuno è una monade. Tutto è interrelazionato, per formare un’unica comunità di vita».

Il primo capitolo affronta anche lo spinosissimo tema dell’origine dell’universo secondo scienza e fede e lo fa sviluppando il dialogo con visioni scientifiche e filosofiche del cosmo come l’immanentismo, il panteismo e il soprannaturalismo e illustrando come «La fede nel Dio creatore offra qualcosa che la scienza non riesce a dare, pur indagando “legittimamente” le prime fasi dell’universo. Se infatti la cosmologia riflette su come è nato il mondo, la fede ne spiega il perché: Dio dà origine metafisica, non semplicemente fisica, all’universo, e chiama liberamente all’esistenza ciò che di per sé non esisterebbe».

Il secondo capitolo – “L’essere umano nella Casa comune” - parte da una riflessione sull’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, e ribadisce che «Le differenze – di etnia, genere, cultura, status sociale o economico – non implicano in alcun modo una gradazione gerarchica. Il loro utilizzo per discriminare o sottomettere l’altro si allontana dal disegno di Dio». Il documento rimarca poi l’importanza del “principio sabbatico” il quale, un giorno a settimana, consente alla Terra di riposarsi nel rispetto dei ritmi originari, e all’umanità di rendere grazie al Signore con la preghiera. Tale principio insegna anche ad «Avere uno sguardo disinteressato, liberato dall’appetito di possedere, dominare o aggredire».

Poi la CTI riassume dati molto allarmanti sul deterioramento ecologico: «Il dissolversi della diversità biologica la quale non è un lusso esotico, bensì un fattore chiave per la sicurezza alimentare; l’inquinamento atmosferico; il peggioramento della qualità dell’acqua; la guerra che accelera brutalmente la distruzione dell’ambiente; le ricadute gravissime di tutto questo sui più poveri, sfruttati nelle loro risorse naturali e costretti alla migrazione». La CTI lancia un forte appello: «Nel racconto sacerdotale del libro della Genesi (Gn 1–9), si descrive come il mondo creato, che in origine era buono, sia stato deteriorato dalla corruzione umana. E si presenta anche l’impegno a una ri-creazione del mondo degradato che richiede un cambiamento di valori. Anche oggi per rispondere alla crisi ecologica senza precedenti che soffriamo sono certamente necessarie soluzioni scientifiche e tecniche, miglioramenti nella governance (cf. LS 167), istituzioni più efficaci, un consenso operativo a livello mondiale (cf. LS 164), cambiamenti sostanziali nei sistemi di produzione, consumo, trasporto e utilizzo dell’energia, legislazioni adeguate che vengano rispettate, valutazione dell’impatto delle strategie adottate, adeguamenti regionali e locali e molto altro ancora. Tuttavia, più alla radice, è necessario un cambiamento dei valori culturali, senza i quali tutte queste misure non saranno efficaci. Siamo interpellati a mettere in cantiere una vera e propria trasformazione in chiave ecologica del nostro modo di vivere. Nessun gruppo sociale e nessuna parte del pianeta può considerarsi immune dagli effetti devastanti del deterioramento in atto. A fronte di un male di natura collettiva e portata realmente planetaria, anche la via a una soluzione ha da essere di natura collettiva e planetaria».

Per questo il documento propone «Una diagnosi audace: il peccato contro il creato e il Creatore». Nel documento si legge: «Ci orientiamo dunque verso una formulazione che sia chiaramente teologica, privilegiando termini che denotino concetti propri della fede, rispetto ad altri propri delle scienze, come potrebbe essere ad esempio il termine «ecocidio». Inoltre – come sottolineato da Papa Leone XIV – ci pare opportuno privilegiare una formulazione che implichi contemporaneamente il danno inferto alla natura e il misconoscimento o persino il rifiuto del disegno del Creatore che contempla l’affidamento agli esseri umani della custodia e della cura della Casa comune. Tutto questo non ci pare risaltare con sufficiente chiarezza nel termine peccato ecologico, che è stato talvolta utilizzato (cf. supra QA 82). Proponiamo di intendere questo peccato contro la Casa comune come peccato contro il creato e contro il Creatore in quanto viola il senso della creazione voluto da Dio Creatore. L’espressione “creazione” in se stessa ha un senso profondamente teologico: ci orienta a pensare non tanto alla mera somma di tutti gli esseri creati, ma a essi tutti e a ciascuno in quanto riferiti ad una origine in Dio che li sostiene e contiene costantemente. D’altra parte, ogni peccato si inscrive nella relazione con Dio. Il Creatore ci ha consegnato il mandato e l’incarico di custodire, e persino di perfezionare, la Casa comune. Non farlo, con azioni o con omissioni, è una disobbedienza a Dio. Non prendendoci cura con sufficiente saggezza, diligenza e visione a breve, medio e lungo termine della Casa comune, non solo non rispettiamo il piano di Dio e maltrattiamo il creato, ma danneggiamo anche il prossimo, in particolare i più poveri e le generazioni future. Il peccato contro il creato, quindi, riguarda il nostro rapporto con Dio Creatore, con il prossimo e con il creato, distorcendo le tre relazioni che ci costituiscono».

Per la CTI, l’antropocentrismo predatorio, che considera l’umanità come padrona assoluta di tutto il creato, e il biocentrismo o ecocentrismo, che assolutizza la natura, sono «Due estremi inaccettabili”, la proposta cristiana, invece, è quella dell’Antropocentrismo situato: «Papa Francesco ha proposto la formula dell’”antropocentrismo situato” per descrivere il modo in cui l’umanità si relaziona con il resto del creato secondo il disegno di Dio (LD 67); aspetto ripreso da Papa Leone XIV (MH 237). L’espressione sottolinea che la vita umana non può essere compresa ed esercitata separatamente dal suo rapporto con il mondo naturale, di cui fa parte. Senza le molteplici relazioni che le forniscono sostegno e sostentamento, la vita umana è impossibile. L’”antropocentrismo situato” risulta caratterizzato da due aspetti. In primo luogo, non riduce l’essere umano a un essere qualsiasi nel creato e nel progetto divino, privandolo della dignità di essere l’interlocutore diretto e il collaboratore intenzionale di Dio nella sua opera. Da ciò deriva che la fede cristiana afferma una forma specifica di antropocentrismo. In secondo luogo, spoglia l’essere umano dalla pretesa che questa dignità lo isoli e lo ponga al di sopra di tutto il creato al punto da autorizzarlo a farne un uso dispotico e irresponsabile. Lo situa invece al suo giusto posto, come qualcuno che non comprende se stesso né sopravvive senza le altre creature, compagne di cammino. Lo presenta come un essere che ha ricevuto l’incarico di prendersi cura del creato, inteso come Casa comune, la cui salute planetaria giova alla sua stessa realizzazione personale e comunitaria di un “antropocentrismo situato” (espressione di Papa Francesco ripresa da Leone XIV) che pone l’essere umano come “amministratore e servitore del Creato”: egli infatti è chiamato sia a curare in modo responsabile la Casa comune, secondo “la mente e gli interessi legittimi del proprietario” che è Dio; sia a collaborare al disegno divino con un “generoso servizio”. Questa duplice vocazione trova il suo vertice nell’Eucaristia, “scuola ecologica” grazie alla quale si promuove “un atteggiamento positivo e proattivo nei confronti della natura”, ovvero lontano da modalità utilitaristiche o paurosamente difensive».

Il terzo capitolo – “La cura della Casa comune” – fornisce linee guida operative, articolate attorno ad alcune relazioni fondamentali della persona:

“Logica giubilare”, basata sulla fraternità e la solidarietà che segnano un limite invalicabile all’avidità nell’uso della Terra e la gratuità e l’umiltà di chi non cade nella pulsione di accaparrarsi ogni cosa, una logica che porta alla giustizia sociale.

“Spiritualità ecologica”: il paradigma tecnocratico dominante impone ritmi frenetici nel lavoro e nella vita personale, familiare, sociale e religiosa, la spiritualità ecologica guarda all’ora et labora benedettino per invitare a uno stile di vita sano, attento al consumo (“ogni atto di acquisto è un atto morale”), e responsabile.

“Rapporto con il creato: principi etici per la cura della casa comune” che si sostanzia in principi come la riverenza; la sostenibilità come «criterio imprescindibile che deve normare il sistema di vita e il modello economico che lo regge»;

“Ascolto del grido sconvolgente della Terra e dei poveri”: «Oggi è urgente ascoltare il grido sconvolgente della terra (LS 6; 117): nella voce degli oceani e dei fiumi che si ammalano, delle specie vegetali e animali che scompaiono o stanno per farlo, delle foreste che sono dissanguate, dei ghiacciai e dei ghiacci polari che si estinguono. Il grido della terra è tragicamente legato al grido dei poveri (LS 49), che sono coloro che soffrono maggiormente le conseguenze del maltrattamento del pianeta, insieme ai tanti morti per gli effetti del peccato contro il creato. Non possiamo più non ascoltare il grido dell’Amazzonia (QA 48, 52), insieme a quello delle tante regioni della terra dove il creato e i poveri gemono e piangono, rendendoci conto di come la loro esistenza ancestrale si stia degradando in modo accelerato e la loro capacità di illuminare e sostenere la vita sia seriamente in pericolo di scomparire per sempre. Il creato, che ci nutre e ci sostiene, si lamenta dolorante e angosciato, ascolteremo il suo grido? Un grido che si è fatto più forte e invoca la liberazione del creato grazie all’azione dei figli di Dio specialmente nei Paesi ricchi); e un impegno differenziato secondo le responsabilità delle diverse Nazioni».

“Rispetto per la vita” che è un diritto incondizionato e inalienabile che gli Stati devono proteggere e promuovere, anche con il rifiuto della guerra, ma «Gli esseri umani hanno bisogno di nutrirsi, anche sacrificando la vita di altri esseri viventi, per mantenersi vivi. In Gn 1,29 il cibo che Dio mette a disposizione degli esseri umani sono le erbe e gli alberi da frutto. La stessa cosa è indicata nel secondo racconto della creazione: dove si menzionano solo gli alberi (cf. Gn 2,16). Il movimento vegetariano trova qui un innegabile punto di appoggio. Più avanti, dopo il diluvio, nell’alleanza con Noè, all’essere umano viene concesso di includere gli animali come parte del suo cibo, a condizione che si riconosca il carattere sacro della vita e che non si consumi il sangue (cf. Gn 9,3-4). Ne consegue che il rispetto per la vita animale deve sempre essere coniugato con l’effettivo bisogno di nutrimento, che deve sempre seguire la linea della moderazione, della proporzione e della necessità. Risulta chiaro del resto che per l’essere umano si mostra necessario proteggersi dagli esseri viventi che possono causare malattie o metterne in pericolo la salute e la stessa vita. In ogni caso siamo tenuti ad evitare o almeno a ridurre al minimo possibile le aggressioni dirette alla vita, con particolare attenzione nell’evitare tutto ciò che può mettere a rischio la permanenza e la qualità della vita sul nostro pianeta».

“Ascesi e digiuno”: “L’ascesi e il digiuno esprimono la nostra finitezza e gratuità (davanti a Dio), la nostra solidarietà con gli altri e con le generazioni future (il prossimo), il nostro apprezzamento, rispetto e cura della Casa comune (la natura) e la nostra capacità di autocontrollo per dirigere la nostra vita non secondo desideri smodati ma secondo valori responsabilmente scelti (se stessi)”.

“Impegno Differenziato a livello locale”: «Essendo noi tutti abitanti dello stesso pianeta e in solido responsabili della sua cura, non si può però ignorare che il deterioramento ambientale non è causato in egual misura da tutti i gruppi umani né da tutti i paesi, né che esso danneggia tutti nella stessa misura. Pertanto, è giustizia che l’applicazione di politiche ecologiche più responsabili, esigenti e rispettose sia più rigorosa per coloro che danneggiano maggiormente la Casa comune o finora più l’hanno danneggiata[198] (cf. LS 51-52, 94-95, 170). D’altra parte, occorre anche tenere conto delle rispettive condizioni locali per precisare quali politiche siano più urgenti (cf. MH 26). Sebbene tutto sia collegato, il fiorire della vita a volte ruota maggiormente attorno a un bacino idrografico, altre volte dipende maggiormente dalla salute dei mari e delle foreste o è minacciato da un’estrazione mineraria massiccia. Sarebbe ingiusto che i paesi più ricchi imponessero oneri insostenibili e poco solidali ai paesi più poveri, affinché questi preservino i polmoni e le oasi verdi della Terra, mentre quelli ricchi non sono disposti a rinunciare al loro alto tenore di vita e ai loro consumi, che sono uno dei fattori che incidono negativamente sul deterioramento ambientale».
ome quinta e ultima relazione, la CTI riflette sul contributo alla cura del Creato offerto da diverse religioni: giudaismo, Islam, induismo, buddismo, confucianesimo, religioni africane e quelle originarie americane e oceaniche, e sottolinea: «Le tradizioni religiose che ammettono l’esistenza di un principio creatore, ciascuna a suo modo, sottolineano l’importanza fondamentale della relazione con Dio e con la creazione. Evidentemente, la compassione e la cura nei confronti della creazione – o del mondo esistente, nei casi in cui non sia presente una concezione della creazione – non possono prescindere dall’attenzione misericordiosa verso il prossimo. Con diverse sfumature e modalità, le varie tradizioni che accolgono l’idea di un Creatore trascendente sottolineano il ruolo decisivo delle tre relazioni fondamentali per il pieno compimento della vita dell’essere umano e per il bene del pianeta. Molti di questi aspetti, nel loro nucleo etico fondamentale, sono compatibili con la visione cristiana. Pertanto, dal punto di vista della fede cristiana, le porte sono aperte a una collaborazione interreligiosa nel compito comune della custodia rispettosa di tutto il creato, al servizio del fiorire della vita e della comunione con il Trascendente, che è all’origine ed è il fondamento di ogni vita».

La Commissione Teologica internazionale conclude riaffermando la Speranza cristiana: «Contemplando il creato attraverso il prisma della rivelazione cristiana, non possiamo non riconoscere che la crisi ambientale che viviamo mette crudamente alla prova la nostra speranza. Ma non ne diminuisce la forza. Il Vangelo è anche oggi la «buona novella»: Dio vuole redimere la creatura umana nella totalità della sua anima e del suo corpo e, insieme all’umanità, rinnovare tutta la creazione (cf. Rm 8,22). E l’ha già fatto «una volta per sempre» (Eb 9,12) in Cristo morto e risorto, asceso alla destra del Padre. Questa speranza non è un ottimismo superficiale. È l’affidabile convinzione che tutte le cose sono nelle mani di Dio. La speranza permette alla grazia divina di aprire i nostri occhi affinché aspiriamo «al Regno dei cieli e alla vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e sostenendoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo».[233] È la speranza che non ci esime dalla responsabilità personale, ma la richiama e la rafforza, anche nell’ambito dell’impegno ambientale (cf. LS 61, 180, 244). Come virtù teologale – dono di Dio – ci permette di agire con la sicura fiducia che il Creatore, che ha fatto tutte le cose per mezzo di Cristo e “per mezzo di lui ha voluto riconciliare tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra» (Col 1,20; cf. 1,15-20), realizzerà il suo piano di liberazione e di salvezza. Guardando al compimento di tutte le cose, attendiamo perciò l’avvento di «un cielo nuovo e una terra nuova”, poiché Colui che siede sul trono dichiara: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,1.5; cf. Is 65,17). In questa nuova creazione, oltre alla trasformazione di ogni sofferenza e dolore, saranno inclusi tutti gli atti di amore e generosità che abbiamo mostrato verso il creato, verso il nostro prossimo e verso Dio. Così, “ci uniamo per prenderci cura di questa Casa comune che ci è stata affidata, sapendo che tutto il bene che vi è in essa sarà accolto nella festa celeste» (LS 244)”».

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