Economia circolare, il caso Livorno fa scuola a Milano col modello "in house providing"

24 Giugno 2026 - 12:34
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Economia circolare, il caso Livorno fa scuola a Milano col modello "in house providing"

Si è tenuto oggi nella sede milanese della Fondazione Cariplo il III convegno annuale dell’Osservatorio riciclo & rifiuti portato avanti dalla società di consulenza e ricerca Agici, incentrato stavolta sulle nuove geografie del valore nell'industria dei rifiuti urbani e speciali, riunendo i principali operatori nazionali della filiera.

Tra questi, l’amministratore unico di Aamps – la Società operativa locale (Sol) di Retiambiente che ha in carico l’igiene urbana nell’area di Livorno –, Aldo Iacomelli, ha affrontato una delle questioni centrali per il settore: in un'industria sempre più attrattiva per i capitali privati, quali modelli di governance riescono a garantire qualità del servizio e radicamento territoriale?

Il punto di partenza è una constatazione di fatto: la transizione verso l'economia circolare ha trasformato un settore un tempo considerato marginale in un comparto ad alta attrattività di capitali. Impianti di selezione, recupero di materia ed energia, tecnologie di tracciamento: tutto questo richiede investimenti significativi, e il mercato li sta portando. Ma l'arrivo di capitali pone una domanda di metodo. Quando un servizio pubblico essenziale entra in una fase di intensa finanziarizzazione, occorre chiedersi se la logica del rendimento di breve periodo resti compatibile con la missione fondamentale: garantire a tutti, ovunque e allo stesso prezzo, un servizio di qualità.

La risposta che Iacomelli propone è strutturale: il modello dell'in house providing, il controllo pienamente pubblico delle aziende che gestiscono i rifiuti. Non come alibi per l'inefficienza, ha tenuto a precisare, ma come forma di governance capace di tenere insieme le tre dimensioni della sostenibilità: economica, ambientale e sociale. "Non per nostalgia del pubblico", ha detto, "ma perché è il modello più efficace per garantire qualità, continuità e coesione. L'in house providing ben governato è la forma più matura per farlo."

Al centro dell'intervento c'è un dato che Iacomelli ha definito tra i più sottovalutati del settore: ogni addetto diretto nella gestione rifiuti in house attiva un indotto stimabile in circa 3,5 lavoratori, tra manutenzione, logistica, fornitori locali e servizi tecnici specializzati. Significa che ogni euro investito nel servizio pubblico non si ferma al cancello dell'azienda, ma si diffonde nel tessuto economico locale. Quando invece prevale una logica orientata alla remunerazione del capitale, questo indotto tende a diventare una voce di costo da comprimere.

Vale però la pena di interrogarsi su quali numeri usiamo per misurare il valore reale prodotto dalla filiera. La percentuale di raccolta differenziata è l'indicatore più diffuso: semplice, confrontabile, e per questo ingannevolmente rassicurante. Ma le città non sono tutte uguali, e forse è arrivato il momento di smettere di trattarle come se lo fossero. Nel 2024 in Italia la raccolta differenziata ha raggiunto il 67,7%, ma il tasso di riciclo effettivo si è fermato al 52,3%: oltre quindici punti di forbice tra ciò che si separa e ciò che torna davvero materia.

In quel divario si nasconde tutto ciò che la percentuale non vede: qualità dei conferimenti, efficienza della selezione, scarti di processo, capacità di collocare le materie prime seconde nei cicli produttivi. Livorno è un caso emblematico. Alta densità abitativa, porto, turismo crocieristico, ricostruzione postbellica: fattori che pesano in modo determinante sui sistemi di raccolta ma raramente trovano rappresentazione negli indicatori tradizionali. Tre famiglie di metriche, già mature nei rapporti Ispra, possono affiancare il vecchio numero unico:

  • Il tasso di riciclo effettivo per frazione, in grado di misurare la quota di materiale che esce dagli impianti come nuova materia prima. Misurarlo frazione per frazione è più onesto di una media aggregata.
  • Il tasso di impurità merceologica indica la percentuale di materiale non conforme dentro ciascun flusso differenziato: un porta a porta con frazione estranea sotto il 5% vale più di un porta a porta al 70% carico di scarti.
  • La produzione pro capite di indifferenziato, infine, misura i chilogrammi di residuo per abitante l'anno ed è l'unico indicatore che premia davvero la prevenzione, senza possibilità di essere gonfiato.

Affiancando questi tre numeri alla percentuale tradizionale, la fotografia cambia: solo chi produce flussi puliti pratica economia circolare.

Sul versante tecnologico, Iacomelli ha respinto la lettura della digitalizzazione come fine a sé stesso. Sensoristica, ottimizzazione dei percorsi, impianti di selezione automatizzata e tariffazione puntuale sono strumenti utili, ma la loro efficacia dipende da chi li fa funzionare: personale formato, competenze consolidate, visione di lungo periodo. È a partire da questa premessa che Iacomelli ha allargato il ragionamento all'intelligenza artificiale, affrontandola con un approccio critico che va oltre il dibattito tecnico. La rivoluzione industriale, ha ricordato, aveva costruito macchine capaci di estendere le capacità fisiche dell'uomo. L'IA fa qualcosa di diverso: accelera il pensiero, si nutre dell'intero patrimonio di conoscenze umane accumulate nel tempo, comprese le idee fallimentari, ingiuste o pericolose. E lo fa attraverso algoritmi non pubblici, concentrati nelle mani di pochi soggetti che ne traggono guadagni ingenti a costi energetici e idrici tutt'altro che trascurabili.

Per questo, accanto all'intelligenza artificiale, Iacomelli ha proposto di coltivare l’intelligenza naturale: una capacità collettiva orientata all'equilibrio ambientale e sociale, fondata sulle reti di relazioni. Le reti, ha osservato, funzionano per cooperazione, non per competizione, esattamente come una foresta di alberi o come Internet nella sua architettura originaria. Nel lungo periodo è la collaborazione per il bene comune a prevalere sugli atteggiamenti individualistici, che portano inesorabilmente al declino di chi li assume come scelta sociale. La tecnologia, in questo quadro, non è una vetrina da inaugurare ma uno strumento da governare.

Sul piano territoriale, Iacomelli ha proposto una formula operativa: pensare in scala, guardando all'Ambito territoriale ottimale (Ato), agire localmente. La dimensione dell'Ato è quella giusta per pianificare impianti, programmare investimenti e garantire economie di scala. Ma la prossimità al cittadino, la conoscenza del territorio e la capacità di rispondere ai bisogni specifici di ogni comunità non possono essere sacrificate sull'altare della scala. La grande dimensione deve servire il territorio, non schiacciarlo.

La chiusura dell'intervento ha allargato lo sguardo oltre la filiera, toccando il rapporto tra servizi pubblici, cittadini e finanza. Il valore prodotto dalla gestione dei rifiuti, ha argomentato Iacomelli, non è una questione tecnica: è una questione politica nel senso più concreto del termine. "Tenere i servizi pubblici essenziali vicini ai cittadini e al loro controllo, generando valore locale, è un elemento essenziale anche di economicità ed efficacia nei servizi quotidiani del vivere in collettività", ha detto. "Gli italiani e le italiane non devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi, con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei controlli."

iacomelli agici 2

Il rischio, ha concluso, è più sottile di quanto sembri: "Se il valore aggiunto generato dalle nostre aziende va lontano da dove viene prodotto, si avranno costi sempre più alti, inclusi i costi sociali spesso omessi, e salari sempre più bassi, dando tuttavia ai cittadini l'illusione di un apparente benessere guidato dalla finanza, che è sempre molto lontana dalle comunità locali e dall'economia reale della gente."

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