La gasiera Arctic Metagaz e l'imbarazzante oblio sceso sul relitto

Ne abbiamo parlato diverse volte e proprio da queste colonne, che hanno seguito gli sviluppi e il destino della gasiera russa Arctic Metagaz, non mancando di evidenziare la disattenzione (colpevole?) delle istituzioni internazionali: l’Imo in testa, quelle comunitarie con l’Emsa e il suo Contingency plan per il Mediterraneo, quelle nazionali – come Mase e Protezione civile – che, sebbene non esercitino giurisdizione nell’area in cui le correnti e il vento hanno ora trasportato il relitto della gasiera “Arctic Metagaz”.
Ricordiamo che si tratta di una nave lunga 277 metri e larga 43 con un carico di 61.000 tonnellate di Gnl (Gas naturale liquefatto), battente bandiera russa. La gasiera in questione venne colpita in acque internazionali, a Sud di Malta, da un ordigno esplosivo (drone?) la notte del 3 marzo scorso, innescando un gravissimo incendio a bordo e il contestuale abbandono dell’unità da parte dell’equipaggio. L’attacco ritenuto proditorio, avvenuto in alto mare, a tutt’oggi, non è ancora stato rivendicato da nessuno, anche se non è difficilissimo poter risalire alla paternità.
Da allora, a distanza di circa 4 mesi, il relitto non è stato recuperato da nessuno. Rimane in balia degli elementi naturali, che l’hanno scarrocciato in punti diversi dell’area meridionale del Mediterraneo centrale; in seguito a un intervento la cui natura tecnica non è mai stata approfondita è stato ancorato di fronte alle coste libiche. Per onore di cronaca, ricordiamo che l’unico tentativo di rimorchio (conosciuto), effettuato finora sul relitto, fu quello tentato dalle autorità libiche, purtroppo senza esito positivo.

Senza appesantire i nostri lettori con complesse riflessioni sulle complicate procedure delle assicurazioni marittime e delle relative responsabilità giuridiche poste in capo alla proprietà, all’armamento e, per finire, allo Stato di bandiera del relitto stesso, non possiamo fingere che la soluzione sia a portata di mano, né non vedere una studiata “presa di distanza” da parte delle istituzioni che pur avrebbero potuto (e dal nostro punto di vista dovuto) intervenire per recuperare e bonificare il relitto stesso, invece di scegliere la soluzione pilatesca di lasciarlo nelle mani delle autorità libiche, delle quali è lecito dubitare della capacità tecnica di intervenire; infatti, oltre ad aver dato fondo all’ancora non è stato fatto assolutamente nulla.
Già diverse volte, nel recente passato, abbiamo scritto (con dovizia di particolari) e spiegato i potenziali rischi ambientali che il relitto in questione rappresenta, in quanto sono ancora presenti a bordo prodotti altamente inquinanti, a partire dal combustibile (olio combustibile denso) contenuto nei doppi fondi e nelle casse alte poppiere. Proprio da queste stesse colonne venne inviato un allarmato appello alle istituzioni europee, più esattamente alla Dg Echo (Direzione generale per la Protezione civile europea e le Operazioni di aiuto umanitario) e pur essendo seguito e rilanciato da diverse altre testate giornalistiche italiane, non conseguì nessun effetto: vox clamantis in deserto.
Tentiamo, sagacemente, ancora una volta, di sviluppare un ordine di ragionamento che ci conduca a trovare il bandolo della matassa e tentare di raggomitolare il filo, che altrimenti rischia di disperdersi: siamo ben consapevoli che il caso della “Arctic Metagaz” costituisce un unicum nel suo genere e che, a tutt’oggi, nella letteratura del settore non si sono verificati casi simili, ma ciò non può diventare un pretesto per non affrontare il problema e lasciare il relitto in balia di sé stesso e degli elementi naturali.
Restiamo fermamente convinti che le istituzioni internazionali a cui è stato affidato il delicato compito di tracciare le politiche dello shipping mondiale, tra i quali rientrano a pieno titolo la sicurezza della navigazione marittima e la sicurezza dell’ambiente marino, siano tenute a ricercare e applicare il rimedio più appropriato ed efficace, per risolvere la questione del recupero e della bonifica del relitto, anteponendo la sicurezza ambientale ai costi e a chi dovrà sostenere tali costi.
Ripetiamo ancora una volta, fino a farlo diventare un “mantra”: siamo consapevoli che non ci sono competenze specifiche definite dalle leggi, così come siamo altrettanto consapevoli che il relitto non può essere lasciato lì dove si trova e aspettare l’inevitabile collasso strutturale dello scafo e il conseguente affondamento.
I richiami e gli appelli, sottoscritti anche da autorevoli personalità del modo scientifico e istituzionale, non hanno finora conseguito alcun visibile effetto; tuttavia, ribadiamo che il diritto dei cittadini comunitari di voler interpellare gli uffici preposti a intervenire ha, forse, avuto l’effetto contrario di irritare il timone che, per ragioni non chiare, ha preferito non affrontare seriamente il problema – e dunque l’ormai incombente disastro.
Le lacrime di coccodrillo e i titoloni sulle principali testate giornalistiche dopo, a disastro avvenuto, non avranno nessuna rilevanza.

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