Elena Granata: «La città è di tutti perché condividiamo un comune destino»

La città non è di chi se la può comprare. È di tutti, per diritto di appartenenza, per condivisione di destino. Lo ha detto con nettezza Elena Granata, urbanista e docente al Politecnico di Milano, ospite di Materia Spazio Libero a Castronno per una serata che ha riempito lo spazio fino all’ultimo posto disponibile. Il titolo scelto, che è anche quello del suo ultimo libro, suona come un proclama: La città è di tutti.
«Vent’anni fa non sarebbe stato possibile dichiarare l’ovvio», ha esordito Granata nell’intervista condotta dal direttore Marco Giovannelli. «Oggi è rivoluzionario dirlo, perché abbiamo interiorizzato l’idea che la città sia di qualcuno. Il libro si posiziona, prende parte, si schiera rispetto a un’idea di città che è comune in virtù di una comune appartenenza: la città è di tutti non perché ce la meritiamo, non perché ce la siamo comprata o conquistata, ma perché condividiamo un comune destino.»
In apertura, Granata ha evocato una frase di Alexander Langer che sintetizza, a suo giudizio, l’intero spirito del volume: in una società dove tutto è diventato merce e chi ha i soldi può comprare e stare meglio, occorre la riabilitazione del gratuito, di ciò che si può usare ma non comprare. Da questa premessa si snoda tutto il ragionamento dell’urbanista, che attraversa i temi dell’infanzia, dello spazio pubblico, della paura e della rigenerazione urbana.

I bambini scomparsi
Uno dei passaggi più evocativi della serata ha riguardato la scomparsa dei bambini dalla scena pubblica. Granata lo ha descritto come un fenomeno insieme demografico e culturale. «Quando a Milano mi capita di vedere dei bambini che vanno dalla scuola materna in gita, li guardo come se fossero degli extraterrestri», ha detto. «Mi fermo lì a guardarli perché sono disabituata a vederli nello spazio pubblico.»
I bambini, ha spiegato, vengono progressivamente nascosti e protetti dentro contenitori: la scuola, la palestra, il catechismo. Eppure «i bambini sono cercatori di fuori. Nella nascita c’è questo desiderio di stare fuori, di scoprire il mondo. Questo momento storico nelle nostre città nega all’infanzia l’esperienza di cercare il fuori.»
Il problema, ha sottolineato, va ben oltre la crescita dei singoli: «Uno spazio che non è frequentato dai bambini e dai vecchi non è uno spazio sicuro. Se sono in giro i bambini e i vecchi, significa che in quello spazio ci si può muovere, che è ben governato, illuminato, c’è una rete di relazioni che lo sostiene.» Granata ha dedicato al tema un capitolo sui «primi cinquemila giorni», un arco temporale che dalla nascita arriva fino ai quattordici anni, coprendo infanzia e adolescenza: il tempo in cui si forma il rapporto con il mondo esterno e con la cittadinanza.

Lo spazio pubblico come bene comune
Centrale nel libro, e nella conversazione, è la distinzione tra spazio pubblico e spazio di proprietà pubblica. Il vero spazio pubblico, per Granata, è quello gratuito, accessibile, non condizionato dal consumo: «Se non spendi, non puoi stare. Ecco perché le panchine vengono tolte, ecco perché i centri commerciali hanno sostituito le piazze. Ma una piazza vera è quella dove puoi stare senza dover comprare niente.»
L’urbanista ha poi ragionato sul paradosso delle città che diventano attrattive e insieme invivibili. «Esiste un processo che io chiamo touristification: le città più belle del mondo stanno diventando inabitabili per chi le abita davvero. Venezia, Barcellona, Amsterdam. Quando uno spazio è travolto dal turismo di massa, chi ci vive se ne va, e la città perde la sua anima.» Il punto non è il turismo in sé, ha chiarito, ma la mancanza di governo: «Ogni cosa buona, portata all’eccesso, diventa un problema.»
La paura e la grammatica delle relazioni
Un passaggio significativo ha riguardato la paura come categoria politica e come strumento di consumo. Granata ha ricordato che gli italiani sono tra i popoli più spaventati del mondo, nonostante vivano in uno dei Paesi statisticamente più sicuri. «La paura qualcuno la alimenta, non solo dal punto di vista politico, ma dal punto di vista del consumo. Se siamo stanchi, se siamo depressi, saremo dei consumatori perfetti.»
L’antidoto, per l’urbanista, è la ricostruzione di occasioni di incontro collettivo, la «grammatica delle relazioni» che il Covid ha spezzato e che va ora recuperata. «Queste sono le pratiche igieniche che servono a convincere le persone che si può combattere la paura stando nei luoghi, essendo nei luoghi. Dobbiamo riprendercelo con lo spazio.»
Rigenerazione e “diventità”
Sull’ultimo tema, la rigenerazione urbana, Granata ha distinto nettamente tra due accezioni del termine: la valorizzazione immobiliare, dominante oggi nelle grandi città, e la rigenerazione come «rinascita di un luogo attraverso persone che lo reinterpretano, lo fanno rinascere.» L’esempio citato con maggiore trasporto è quello di don Antonio Lofredo, il parroco della Sanità a Napoli: «Non vede l’immondizia, non vede il degrado, vede la possibilità di riscatto per i suoi ragazzi. Si mette a pulire le catacombe, fonda cooperative sociali, porta i turisti, fa il più bel sito di cultura degli ultimi anni in Italia. E dice una cosa bellissima: siamo tutti bravi a rigenerare i luoghi, io voglio rigenerare le persone.»
Granata ha chiuso il suo ragionamento con una parola nuova, che ha «rubato» al neuroscienziato Vittorio Gallese: «diventità». Contrapposta al concetto di identità, statico e spesso chiuso, la diventità guarda al futuro: «Noi dobbiamo innamorarci di quello che potremmo diventare, non di quello che siamo stati. Quello che siamo stati ci consente di avere un riferimento, ma la diventità è il motto che ti fa sognare di diventare qualche cosa.»
Un concetto che, nella sala piena di Materia, sembrava rivolgersi non solo alle città in astratto, ma a quel luogo preciso: uno spazio nato dalla rigenerazione di una vecchia scuola, che continua a reinventare sé stesso sera dopo sera.
IL VIDEO DELLA SERATA
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