Usa, il non profit sotto Trump: fra burnout, tagli ai fondi e paura
Negli Stati Uniti della seconda presidenza di Donald Trump, tra polarizzazione politica, tagli ai programmi pubblici, raid anti-immigrazione e tensioni culturali, l’intero settore del non profit sta assorbendo una quota crescente del welfare nazionale.
Il costo umano e finanziario, però, sta diventando insostenibile.
A certificarlo è il nuovo rapporto State of Nonprofits 2026: What Funders Need to Know del Center for Effective Philanthropy – Cep , presentato il 12 maggio scorso durante un webinar che ha riunito figure autorevoli del mondo filantropico e sociale americano, tra cui Diane Yentel e Norma Pimentel, religiosa cattolica diventata simbolo dell’accoglienza ai migranti al confine texano.
Burnout record tra i leader del non profit
Basato su 380 risposte di dirigenti non profit, lo studio fotografa un settore schiacciato tra l’esplosione dei bisogni sociali e risorse sempre più fragili.
Il dato più allarmante riguarda il burnout: il 46% dei ceo intervistati dichiara che l’esaurimento professionale è diventato un problema «molto serio», contro meno del 30% registrato appena un anno fa.
Una crescita che, secondo suor Norma Pimentel, riflette la pressione quotidiana vissuta dalle organizzazioni impegnate nelle emergenze sociali e migratorie: «Le persone arrivano spaventate, traumatizzate, spesso senza nulla. E chi lavora accanto a loro assorbe inevitabilmente quel dolore».

«La paura entra nelle case»
Il deterioramento non è solo psicologico. Il 73% delle organizzazioni segnala un aumento della domanda di servizi; due terzi temono per la sicurezza e il benessere delle persone assistite; quasi il 40% esprime preoccupazione anche per lo staff.
Nel webinar, Diane Yentel ha parlato apertamente di un «clima di paura» che attraversa molte comunità non profit, soprattutto quelle impegnate su immigrazione, diritti civili e inclusione sociale.
In diversi territori il contesto politico pesa direttamente sulla vita quotidiana delle organizzazioni. Pimentel ha raccontato come i raid anti-immigrazione e la retorica securitaria abbiano aumentato la tensione nelle comunità latinoamericane del Texas: famiglie che evitano di uscire, persone che rinunciano a cure mediche o assistenza per paura dei controlli, operatori sociali sottoposti a una pressione emotiva continua.
«La paura entra nelle case, nelle scuole, nelle parrocchie. E i non profit diventano spesso gli unici luoghi dove le persone si sentono ancora al sicuro», ha spiegato suor Pimentel.
Fondazioni più rigide, fondi in calo
Il burnout, del resto, non colpisce più soltanto i vertici. Un quarto dei CEO ritiene che stia incidendo pesantemente anche sul personale, contro il 17% del 2025.
Ma il nodo centrale resta economico. Quasi il 60% dei leader non profit afferma che ottenere grant dalle fondazioni sia diventato più difficile; oltre il 40% denuncia riduzioni dirette dei finanziamenti; più di un terzo segnala tagli ai fondi federali, statali o locali.
Secondo Yentel, il problema non riguarda soltanto la scarsità delle risorse, ma anche la loro rigidità. «Le organizzazioni hanno bisogno di finanziamenti flessibili e pluriennali, non di fondi vincolati che costringono chi opera sul territorio a inseguire continuamente nuove emergenze», ha detto.
Yentel ha inoltre avvertito che molte realtà non profit stanno entrando in una fase di forte instabilità finanziaria proprio mentre aumenta la domanda sociale.
Bilanci in rosso e tagli al personale
Le conseguenze sono pesanti: i deficit di bilancio, che nel 2022 riguardavano il 22% delle organizzazioni, oggi toccano il 39%. Due terzi degli enti temono seriamente per la propria stabilità finanziaria.
Circa il 30% ha ridotto il personale — spesso di oltre il 10% — congelato stipendi, tagliato servizi o ridimensionato attività operative. Nel webinar sono emerse testimonianze di organizzazioni costrette a chiudere programmi sociali, rinviare assunzioni e ridurre servizi essenziali proprio mentre aumentano povertà e vulnerabilità.
La resilienza: fundraising e nuove alleanze
Eppure il rapporto non restituisce soltanto un’immagine di crisi. Tra le righe emerge anche una capacità di adattamento inattesa.
Circa il 40% delle organizzazioni ha intensificato le attività di fundraising, diversificando le entrate attraverso nuove campagne individuali e partnership. La metà degli enti ha avviato collaborazioni inedite con altri non profit, attori pubblici e imprese private: condivisione di spazi, personale e infrastrutture, fino a fusioni e campagne comuni.
Per Diane Yentel, questa evoluzione potrebbe trasformare strutturalmente il Terzo settore americano, rendendolo più cooperativo e meno competitivo. Una dinamica favorita dalla necessità di sopravvivere in un contesto segnato da tagli pubblici e crescente polarizzazione.
Le realtà più esposte
Molti leader non profit indicano inoltre priorità precise per i grandi donatori nel 2026: sicurezza alimentare, housing, sostegno ai veterani e alle famiglie lavoratrici, salute mentale, coesione civica. Ma anche arti, festival e infrastrutture culturali, considerati strumenti essenziali contro isolamento sociale e radicalizzazione politica.

Particolarmente esposte risultano le organizzazioni impegnate su giustizia sociale, diritti civili e comunità Lgbtq+, oggi bersaglio di backlash politici, pressioni legali e campagne ostili. I leader appartenenti a minoranze etniche o alla comunità Lgbtq+, riportano livelli più elevati di stress e timori concreti per la sicurezza personale.
Il rischio di un welfare senza Stato
Nel webinar, Yentel ha invocato un vero cambio di paradigma nella filantropia americana: meno burocrazia, più fiducia e sostegno strutturale alle organizzazioni sul territorio.
Suor Norma Pimentel ha invece riportato il discorso sul piano umano, descrivendo un’America in cui precarietà e paura stanno penetrando nella vita quotidiana delle comunità più vulnerabili e dove i non profit rappresentano spesso l’ultimo argine sociale rimasto.
Al di là dei numeri, il rapporto del Cep restituisce così la fotografia di un pezzo d’America che prova ancora a tenere insieme il tessuto sociale mentre crescono polarizzazione, instabilità economica e sfiducia nelle istituzioni.
Alla situazione della società civile americana, dopo questo primo anno della nuova amministrazione Trump è dedicato VITA magazione di maggio che potete scaricare qui sotto.

Dove è nato e come si sta sviluppando il movimento No Kings? Quali sono i luoghi simbolo e le persone che definiscono e animano un movimento civico che promette di cambiare gli Stati Uniti ed espandersi al resto del mondo? Sul nuovo numero di VITA magazine un reportage tra i luoghi, le storie e i protagonisti di questo fenomeno.
Minneapolis, l’America dopo Trump
L'articolo Usa, il non profit sotto Trump: fra burnout, tagli ai fondi e paura proviene da Vita.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)