A Varese e in provincia c’è la mafia. Anzi: c’è sempre stata

Maggio 19, 2026 - 00:11
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A Varese e in provincia c’è la mafia. Anzi: c’è sempre stata
ndrangheta lonate pozzolo

A Varese e in provincia c’è la mafia. Anzi: c’è sempre stata, verrebbe da dire.
Una presenza che si può dire ormai decennale, almeno dagli anni Settanta, quando la stagione dei sequestri segnò il radicarsi dei gruppi di potere della Ndrangheta, oggi la più pericolosa, potente e ramificata organizzazione criminale in Europa.

A Varese e in provincia c’è la mafia, per quanto ancora si fatichi a riconoscere la minaccia presente spesso in forme sotterranee o – raccontano le analisi e svelano magari in seguito le inchieste, di volta in volta – anche attraverso investimenti assolutamente legali, a partire dall’edilizia. Qualche settimana fa stupiva leggere le reazioni per l’omicidio di Induno Olona, i cui contorni sono ancora da chiarire: molti lettori ricordavano una immaginaria età dell’oro in cui la violenza era (si vede) assente. Dimenticando che proprio il territorio di confine tra Svizzera e Italia – poroso e insieme sensibile, percepibile – è stato uno snodo importante del radicarsi delle mafie al Nord, anche attraverso la violenza. Violenza esplicita, feroce, fin dalla fase dei sequestri.

 

Le radici della presenza mafiosa nel Varesotto affondano nella stagione oscura dei sequestri di persona degli anni Settanta e Ottanta. Un’epoca in cui la Lombardia divenne terreno di investimento, rifugio e operatività per gruppi criminali calabresi che utilizzavano il Nord come retrovia economica e logistica.

In quegli anni emerse in provincia il gruppo riconducibile ad Antonio Zagari, figura centrale della criminalità organizzata di origine calabrese nel territorio compreso tra Buguggiate, Malnate e il capoluogo. Una presenza raccontata anche recentemente attraverso il recupero della memoria storica di quella stagione criminale, tra testimonianze, cronaca e ricostruzioni giudiziarie.

Il pm della Direzione distrettuale antimafia Agostino Abate, in più occasioni, ha ricordato con un pizzico di polemica come lo storico fenomeno del contrabbando con la Svizzera – tollerato in parte e avvolto da un’aura romantica – abbia rappresentato uno dei primi canali di infiltrazione delle organizzazioni criminali al Nord. Le stesse rotte percorse per sigarette, denaro e merci divennero negli anni strumenti di radicamento mafioso. La frontiera tra Varesotto e Canton Ticino in questo assume un valore particolare: era una zona grigia ideale per traffici, riciclaggio e latitanze.

Quel mondo, per lungo tempo raccontato quasi come folclore di frontiera, nascondeva invece la costruzione di strutture criminali stabili. Le famiglie calabresi non arrivavano al Nord soltanto per “fare affari” temporaneamente: arrivavano per restare.

E lo si intuì poi con i sequestri: fonte di arricchimento, ma (hanno messo in luce Nando Dalla Chiesa e Martina Panzarasa) anche strumento per le famiglie del Nord per accreditarsi presso le cosche rimaste al Sud come referenti in “Alta Italia”. Il sequestro di persona come una impresa, che richiedeva investimenti, logistica, precauzioni, capacità diplomatiche.

La Stidda a Busto Arsizio e il clan Gionta a Cardano al Campo

Negli anni successivi, il panorama mafioso del Varesotto e dell’Alto Milanese si è fatto ancora più complesso. Accanto alla ’Ndrangheta si sono consolidate altre organizzazioni.

A Busto Arsizio si è radicata la presenza della Stidda, organizzazione mafiosa siciliana nata in contrapposizione a Cosa Nostra. Una presenza meno nota all’opinione pubblica rispetto ai clan calabresi, ma comunque significativa. Le inchieste degli anni Novanta e Duemila mostrarono una capacità di inserirsi nel tessuto economico e nei traffici di droga, sfruttando la posizione strategica della città tra Milano, l’aeroporto e le principali direttrici commerciali del Nord.

Busto Arsizio, Gallarate e l’asse verso Legnano si trasformarono progressivamente in una delle aree più sensibili della Lombardia occidentale per la presenza mafiosa. Non soltanto per il narcotraffico, ma per l’interesse verso imprese, logistica, movimento terra, appalti, traffico di rifiuti.

Anche la camorra ha trovato spazio nella provincia di Varese. Ad esempio con il clan Gionta, storica organizzazione di Torre Annunziata, le cui propaggini sono state individuate nell’area di Cardano al Campo, a ridosso di Malpensa.
Le indagini dei carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia hanno evidenziato come uomini riconducibili al clan fossero attivi soprattutto nel traffico di droga. Il collegamento con l’aeroporto e con i grandi assi autostradali rappresentava un elemento strategico fondamentale e la presenza è stata tendenzialmente piuttosto prudente (per quanto anche a Cardano non sia mancata una sparatoria in piazza).

Nel 2021 un’importante operazione portò all’arresto di soggetti ritenuti legati proprio al clan Gionta, confermando come il Varesotto non fosse soltanto terra di transito ma luogo di stabile presenza criminale. Le mafie al Nord, ormai da decenni, non agiscono più soltanto come organizzazioni “esterne”: costruiscono relazioni, investono, si radicano socialmente.

Il “locale” di Legnano-Lonate Pozzolo

Ma è soprattutto la ’Ndrangheta ad aver costruito nel tempo una struttura organizzata e stabile nel territorio tra Alto Milanese e area di Malpensa. Il cosiddetto “locale” di Legnano-Lonate Pozzolo è stato negli anni uno dei più rilevanti insediamenti mafiosi del Nord Italia.

Le inchieste giudiziarie hanno raccontato un’organizzazione capace di controllare traffici di droga, estorsioni, recupero crediti, movimento terra, gestione di locali pubblici e infiltrazioni negli appalti, senza disdegnare investimenti nell’edilizia nei principali centri della zona come Gallarate. La vicinanza con Malpensa è elemento logistico ma anche campo d’investimento: l’aeroporto, in sé, è quasi una fortezza, ma il territorio all’esterno offre occasioni preziosi (un esempio: i parcheggi a lunga sosta).

L’operazione “Bad Boys”, ormai quasi vent’anni fa, ha fatto emergere in modo evidente la forza della cosca e la sua capacità militare. Da allora numerose altre indagini hanno confermato la presenza stabile della ’Ndrangheta nell’area di Malpensa. A rendere ancora più evidente il livello di radicamento è stata la lunga guerra interna tra gruppi rivali. Una scia di omicidi, regolamenti di conti e sparizioni che segnò profondamente il territorio tra gli anni Novanta e Duemila.
Morti ammazzati nelle campagne, nei parcheggi, davanti ai locali. Ferno, Vizzola Ticino San Vittore Olona, San Giorgio su Legnano, Lonate Pozzolo.

Quella guerra servì agli investigatori anche per ricostruire gli equilibri interni delle cosche e comprendere che al Nord esistevano strutture autonome, organizzate secondo le stesse regole delle case madri calabresi.

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Distinta sembra invece la vicenda della ndrangheta nel territorio del Saronnese, area di confine divisa tra più province – Varese, Monza Brianza, Milano, Como – dove l’organizzazione criminale ha sfruttato anche il fatto che la competenza territoriale fosse di diverse procure (è emerso un legame in particolare con la locale di Fino Mornasco, nel Comasco).

Politica, appalti e relazioni

Episodi che smentivano definitivamente l’idea di una Lombardia immune dalla violenza mafiosa. O meglio: lo hanno mostrato sul piano giudiziario, anche se la percezione generale rimane carente: è una presenza che non dà troppo fastidio al comune cittadino, fino a quando non ci finisce in mezzo. In alcuni contesti anche i fenomeni più eclatanti di spaccio – che creano allarme sociale – difficilmente sfuggono al controllo da parte delle organizzazioni (basti pensare che a volte sono proprio in casa, nei paesi controllati più efficacemente dai clan).

Negli ultimi anni le indagini hanno mostrato una mafia sempre meno visibile militarmente e sempre più orientata agli affari. Il centro dell’interesse si è spostato verso gli appalti, il settore ferroviario, la logistica e le relazioni con professionisti e amministratori pubblici.

Nel 2025 è partito il grande processo sugli appalti delle ferrovie che coinvolge quaranta imputati e che ruota attorno alle infiltrazioni della ’Ndrangheta nei lavori pubblici. Un’inchiesta che racconta una criminalità capace di dialogare con il mondo economico legale e di inserirsi nei grandi flussi di denaro legati alle infrastrutture.

Negli anni precedenti avevano fatto discutere anche le vicende giudiziarie che avevano coinvolto figure politiche del territorio, come il caso del consigliere comunale di FdI Enzo Misiano, che si proponeva come mediatore, e le inchieste sul voto di scambio nell’area di Ferno e Malpensa. Procedimenti diversi tra loro, con esiti differenti (il sindaco di Ferno, accusato e processato, è stato assolto ed è emerso che gli ndranghetisti pensavano di aggredirlo), ma che hanno contribuito a mantenere alta l’attenzione sul rapporto tra consenso, relazioni territoriali e presenza mafiosa.

L’ipotesi della “grande alleanza”

Il quadro più inquietante emerso negli ultimi anni riguarda però la possibile collaborazione trasversale tra diverse organizzazioni criminali.
L’operazione “Hydra”, culminata nel processo celebrato a Milano e nelle condanne pronunciate nel 2026, ha fotografato un sistema criminale lombardo in cui ’Ndrangheta, camorra e Cosa Nostra avrebbero collaborato superando storiche divisioni. Una sorta di federazione criminale capace di condividere interessi, affari e territori.

dia mafia ndrangheta

Secondo gli investigatori, non più soltanto singole organizzazioni in competizione, ma una rete coordinata orientata soprattutto al business: droga, estorsioni, recupero crediti, protezione, investimenti e gestione degli affari. Anche il Varesotto e il Legnanese compaiono in questo scenario, a conferma di quanto il territorio sia da tempo inserito nelle geografie mafiose del Nord.

L’idea della “grande alleanza” mafiosa rompe definitivamente l’immagine tradizionale delle organizzazioni chiuse e separate. Al Nord, spiegano gli inquirenti, prevale spesso una logica pragmatica: collaborare conviene più che combattersi.

operazione ndrangheta guardia di finanza

L’ultima indagine nel Nord della provincia

E siamo all’oggi, alle notizie di oggi.
La conferma più recente arriva dalle indagini del 2025 e del 2026 nel Nord della provincia di Varese, culminata nelle condanne in primo grado. Inchieste che hanno riportato l’attenzione su un metodo mafioso fatto di intimidazioni, controllo del territorio e violenza, anche se spesso meno appariscente rispetto al passato, senza un collegamento provato con le cosche al Sud.

Ma colpisce anche questo: l’indagine porta di nuovo in quella zona di confine dove gli ndranghetisti del gruppo Zagari fecero i primi affari. A pochi chilometri dalla Svizzera e dalla “ramina”, la rete di confine che veniva violata dai contrabbandieri. Oltre cui stanno i benzinai e i negozi di sigarette, i bersagli delle prime rapine.

Le sentenze pronunciate nei mesi scorsi hanno riconosciuto l’esistenza di dinamiche mafiose in aree della provincia considerate fino a poco tempo fa marginali rispetto ai grandi scenari criminali lombardi. Un dato che colpisce perché dimostra come la presenza mafiosa non riguardi soltanto le grandi città o i poli economici, ma anche centri più piccoli e apparentemente periferici.

Le cronache recenti raccontano di estorsioni, pressioni sugli imprenditori, gestione della sicurezza privata, traffici e reti di relazioni costruite nel tempo. La mafia nel Varesotto oggi non si manifesta quasi mai con la lupara o con le guerre sanguinose del passato (anche non remoto). Preferisce mimetizzarsi nell’economia legale, nei cantieri, nei servizi, nella logistica. Ed è forse proprio questa la sua forza più grande: riuscire a convivere con un territorio che troppo spesso continua a considerarla un problema lontano, meridionale, estraneo. Quando invece, da almeno cinquant’anni, fa parte della storia di questa provincia.

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