Fa caldo? Per Bruxelles la colpa è sempre di casa tua: il resto del mondo inquina, ma noi dobbiamo immolarci al dio green

A Bruxelles basta un’ondata di caldo per riaprire il messale verde. Fa afa? Colpa delle case. Sale il termometro? Ristrutturiamo. L’Europa ansima sotto il solleone e la risposta della burocrazia comunitaria è sempre la stessa: nuovi obblighi, nuovi standard, nuovi costi. Possibilmente a carico di cittadini, imprese e proprietari di immobili. Ed ecco fatto, il paradosso è servito. L’Unione europea si è messa da anni il saio della prima della classe climatica, tagliando emissioni, imponendo vincoli, complicando la vita all’industria e trasformando la transizione ecologica in una prova di penitenza collettiva. Risultato: l’Ue pesa per circa il 6% delle emissioni globali, mentre nel resto del mondo i grandi colossi continuano a produrre, crescere e inquinare con molta meno ansia normativa.
Il prezzo lo paga l’Italia
L’Italia, intanto, ha già fatto la sua parte: secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), nel 2024 le emissioni nazionali risultano ridotte di circa il 30% rispetto al 1990. Un dato importante, certo. Ma dentro quel calo ci sono anche crisi industriali, consumi energetici contratti, produzioni finite altrove e intere filiere appesantite da regole che spesso sembrano scritte più per educare che per governare.
Il punto non è negare il cambiamento climatico. Il punto è evitare che l’ambiente diventi l’alibi perfetto per smantellare, quando non del tutto distruggere, l’economia europea mentre gli altri fanno il pieno di carbone, acciaio, export e crescita. La Cina resta il gigante delle emissioni, Stati Uniti e India seguono tra i grandi produttori globali, e i principali emettitori mondiali continuano a concentrare una quota enorme delle emissioni complessive.
La ricetta sinistra è sempre la stessa
Eppure Bruxelles insiste. Dopo l’ondata di caldo, ecco rispuntare il grande tema delle case green. Gli edifici europei, ricorda la Commissione, assorbono circa il 40% dell’energia consumata nell’Ue. Da qui la spinta sulle ristrutturazioni, sull’efficienza, sui requisiti minimi, sulla resilienza climatica. Tutto tecnicamente comprensibile. Politicamente molto meno, se la cura rischia di diventare un salasso per famiglie e proprietari. È la solita Europa: quando fuori ci sono 40 gradi, invece di chiedersi come difendere lavoro, industria e potere d’acquisto, tira fuori il libretto delle penitenze verdi. Un obbligo qui, una direttiva là, un costo in più sulle spalle dei singoli. Possibilmente tutto in nome dell’emergenza.
Uno sguardo al passato
Si potrebbe però ragionare con meno ideologia e più memoria. Il fatto che le temperature medie siano in aumento non significa automaticamente che ogni anno debba essere più caldo del precedente, né che ogni ondata di calore possa essere letta come una novità assoluta della storia. Secondo l’Environmental Protection Agency, negli Stati Uniti ad esempio le ondate di calore degli anni Trenta restano tra le più severe della storia: il picco coincide con le estati estreme e persistenti delle Grandi Pianure durante il Dust Bowl, quando siccità prolungata e cattive pratiche nell’uso del suolo prosciugarono l’umidità dei terreni e amplificarono il disastro. L’Heat Wave Index americano risultava allora più alto che nei decenni recenti.
Certo, è un dato statunitense, non europeo. Ma basta a ricordare che l’attività umana non è l’unica variabile. Prima dell’età moderna, l’Europa ha conosciuto il caldo dell’Anomalia climatica medievale e il freddo della Piccola èra glaciale. La storia del clima è più lunga, più complessa e decisamente meno obbediente alle folli idee di una certa sinistra a Palazzo Berlaymont.
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