Femminicidio, 72 anni dopo i cinque figli di Francesca De Pasquale aspettano ancora giustizia: «Lo Stato ci ha dimenticati»

Sono trascorsi 72 anni da quel 24 giugno 1954, quando un femminicidio ancora si chiamava “dramma della gelosia”: a Palermo Giacinto Aurilio, un venditore ambulante 37enne uccise brutalmente la moglie 31enne Francesca De Pasquale. Un delitto che ebbe grande risalto sui giornali dell’epoca e che lasciò cinque bambini senza madre. La più piccola aveva appena quindici mesi.
Quei bambini oggi sono anziani. Anna Maria, Francesca, Francesco, Antonietta e Domenica Aurilio hanno attraversato un’intera vita portando il peso di quella tragedia familiare. Eppure, sostengono i loro legali, una parte della giustizia continua a mancare.
Al centro della vicenda c’è la legge n. 122 del 2016, che ha introdotto un indennizzo di 60 mila euro a favore di ciascun figlio delle vittime di femminicidio, finanziato attraverso un Fondo nazionale destinato agli orfani dei crimini domestici. La normativa, tuttavia, prevede termini molto rigidi per la presentazione della domanda amministrativa al Prefetto: entro 120 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza oppure dall’ultima azione esecutiva risultata infruttuosa nei confronti dell’autore del reato.
Orfani di femminicidio: quel risarcimento mai arrivato
Una disciplina che, secondo gli avvocati Alessandro Romanò e Giacinto Canzona, finisce per escludere proprio chi ha subito i delitti più lontani nel tempo, quando il Fondo ancora non esisteva.
«In un Paese civile – affermano i due legali – non è possibile che esistano vittime di serie A e vittime di serie B. La normativa potrebbe risultare costituzionalmente illegittima nella parte in cui non consente l’accesso al Fondo alle vittime di gravissimi reati violenti commessi anche prima dell’introduzione della legge del 2016».
La questione non riguarda soltanto la famiglia Aurilio. Il caso potrebbe infatti aprire un dibattito più ampio sulla tutela degli orfani dei femminicidi avvenuti prima dell’introduzione delle attuali misure di sostegno. Migliaia di famiglie, colpite da tragedie analoghe decenni fa, potrebbero trovarsi nella stessa situazione.
A oltre settant’anni dall’omicidio di Francesca De Pasquale, i suoi cinque figli chiedono che lo Stato riconosca anche il loro diritto a un risarcimento previsto per chi ha vissuto la stessa identica tragedia, seppure in un’altra epoca. Una richiesta che riapre il confronto sul principio di uguaglianza e sulla necessità che nessuna vittima venga dimenticata dal trascorrere del tempo.
“Ho strangolato Ciccina, la trovate nella cava”
Questo uno stralcio della cronaca de La Stampa del 26 giugno 1954, in un articolo intitolato: “Di notte invita la moglie in una cava e la strangola”
«Mentre la donna stava per esalare l’ultimo respiro – si legge nel racconto del quotidiano – il marito la baciò furiosamente. L’Aurilio si è staccato da lei quando il gelo della, morte avvolse il corpo della infelice donna. L’assassino sostò poi un poco nei pressi della cava, rimontò sulla motocicletta e si diresse verso casa. Volle prima bussare alla porta di alcuni parenti della defunta moglie e nel silenzio della notte disse concitatamente dietro la porta di quella casa: «Ho ammazzato Ciccina, se la volete vedere si trova nella cava di Boccadifalco ». Poi, una risata da ebete echeggiò sinistra. Infine, l’Aurilio rientrò a casa, dove i cinque suoi figlioletti dormivano. I parenti della vittima telefonavano intanto ai carabinieri e poco dopo le manette stringevano i polsi dell’uxoricida che, tradotto in caserma, ha confessato il delitto in ogni particolare».
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