Fiumi in secca e centrali termiche in crisi: perché il futuro elettrico dell’Europa dipende dalle rinnovabili

16 Settembre 2026 - 18:15
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Fiumi in secca e centrali termiche in crisi: perché il futuro elettrico dell’Europa dipende dalle rinnovabili

«L’estate della verità», per dirla con le parole di Ursula von der Leyn nel discorso sullo stato dell’Unione, tra le altre cose ha messo a nudo le profonde fragilità strutturali del sistema energetico europeo di fronte all’avanzare del cambiamento climatico. Le prolungate ondate di calore e la conseguente siccità hanno ridotto drasticamente il flusso dei principali bacini fluviali del continente, provocando un consistente innalzamento della temperatura delle acque. Tale fenomeno ha colpito direttamente le centrali termiche convenzionali — nucleari, a carbone e a gas — che dipendono fortemente dai fiumi per i loro processi di raffreddamento a vapore, costringendo numerosi impianti a tagliare o sospendere la produzione.

La gravità della situazione è emersa con particolare evidenza lungo il bacino del Danubio, dove neanche le bombe hanno salvato il nucleare dalla siccità e dove l’emergenza idrica ha bloccato diverse infrastrutture critiche per l’approvvigionamento nazionale. In Ungheria, in particolare, la centrale nucleare di Paks ha registrato un crollo del 90% della propria operatività, mentre in Romania l’impianto di Cernavodă è stato completamente arrestato per mancanza di refrigerante.

Ora una nuova analisi dell’International renewable energy agency (Irena) rivela che in Europa ben 207 centrali termiche, pari a 154 GW di capacità installata, si trovano a meno di 10 chilometri da un grande fiume, esponendo l’intero continente a rischi sistemici ricorrenti. Il nucleare rappresenta poco meno di un terzo di tale capacità. Di questi siti, 27 si trovano nei pressi del Danubio.

Tra l’altro, anche le prese d’acqua di raffreddamento possono ostruirsi. Lo scorso agosto, in Francia, uno sciame di meduse ha ostruito le griglie di aspirazione di una centrale nucleare costiera, causando l’arresto di tre reattori. La causa era diversa, ma il punto debole era lo stesso. Ecco perché è importante un mix energetico diversificato. I dati orari della piattaforma di trasparenza dell’ENTSO-E riportano invece quanto accaduto in Ungheria: confrontando il periodo dal 19 al 27 luglio con quello dal 2 al 10 agosto 2026, la produzione media della centrale nucleare di Paks è scesa del 90%, passando da 1 826 megawatt a 178. L’Ungheria dispone di oltre otto gigawatt di capacità solare e, all’inizio di agosto, la produzione solare era sufficiente a coprire circa l’81% della domanda nazionale alle ore 11. Tra le 18 e le 22, le importazioni nette stimate hanno coperto circa il 60% della domanda, rispetto al 43% prima della riduzione a Paks. Il gas ha fornito circa il 20%, rispetto al 6%; la produzione solare è stata pari a circa il 4% della domanda.

In questo scenario critico, emerge dunque dallo studio, l’energia solare e quella eolica hanno dimostrato una straordinaria resilienza, compensando le perdite senza gravare sulle risorse idriche. A differenza delle fonti termoelettriche, infatti, il fotovoltaico non richiede acqua per generare elettricità e, durante i picchi di calore a metà giornata, l’elevata capacità solare ungherese ha garantito fino all’81% del fabbisogno nazionale. Questa performance ha evitato blackout diffusi nelle ore di massimo irraggiamento, confermando l'importanza strategica delle fonti pulite durante le emergenze climatiche.

Tuttavia, segnalano gli esperti dell’Irena, il reale punto di vulnerabilità si è spostato nelle ore serali, con il progressivo calare del sole e il persistere delle elevate temperature. Priva del contributo fotovoltaico e con il nucleare fuori servizio, l’Ungheria ha dovuto coprire fino al 60% della domanda elettrica ricorrendo all’importazione dai paesi vicini e all’accensione di impianti a gas di riserva. Questo squilibrio temporale ha causato un’impennata eccezionale dei prezzi dell’elettricità sul mercato all’ingrosso nelle fasce orarie di punta, evidenziando i limiti di un sistema non ancora del tutto integrato.

Ecco i dati raccolti e pubblicati dagli esperti dell’Irena: i prezzi medi dell’elettricità sono saliti da 34 a 60 euro per megawattora a mezzogiorno, con un aumento di 26 euro. Alle 19 sono saliti da 170 a 282 euro, con un aumento di 112 euro.

Per garantire una reale stabilità, l’Irena evidenzia la necessità urgente di accelerare la diffusione dei sistemi di accumulo a batteria e il potenziamento delle reti di trasmissione. Le batterie consentono infatti di immagazzinare l’eccedenza di energia solare prodotta durante il giorno per redistribuirla nelle ore serali, riducendo drasticamente la dipendenza dai combustibili fossili e dalle fluttuazioni di mercato. Allo stesso tempo, un’infrastruttura di rete fortemente interconnessa a livello transfrontaliero permette di bilanciare efficacemente i deficit locali attingendo da regioni con condizioni climatiche differenti.

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