Forti e fragili, lo stato dell'Unione nel 2026. Con l’Italia versione compiuta di questa incoerenza

Ursula von der Leyen ha aperto il discorso sullo stato dell'Unione citando Dickens, e ha detto una frase che condivido: lo stato della nostra Unione è il più solido di sempre e può apparire il più precario di sempre. La solidità viene dal fatto che mai come oggi i cittadini e le cittadine la riconoscono come punto di riferimento: il 75% degli europei la considera un'oasi di stabilità, 8 punti in più in pochi mesi, l'89% chiede Stati più uniti davanti alle minacce globali, il 73% più risorse europee. E la sicurezza che chiedono è larga: fra le preoccupazioni principali i disastri aggravati dal clima stanno al 66%, in Italia all'83%.
La fragilità è interna. Viene dai governi e da procedure che impediscono di decidere: l'unanimità che consegna a un solo capo di governo il potere di bloccare politica estera e fiscalità, i contributori netti che tagliano un bilancio già troppo piccolo per le ambizioni annunciate, una riforma democratica rinviata da anni, lobby potenti e per lo più fossili che hanno un impatto consistente sulla direzione della trasformazione della economia europea. E viene dall'incoerenza dei partiti di centro, che si lanciano in alti proclami sulla democrazia e contro i sovranisti e immediatamente dopo ne sostengono le idee. Non è l'estrema destra a essere diventata molto più forte: sono i partiti che dovrebbero contrastarla a prestarle di volta in volta i voti, il vocabolario e la legittimità.
Due giorni, due maggioranze
Martedì 15 settembre, Giornata internazionale della democrazia, il Parlamento europeo ha approvato con 420 voti contro 220 (che rappresenta la cosiddrtta maggioranza Ursula) le raccomandazioni sullo scudo europeo per la democrazia: la Russia indicata come principale minaccia, un Centro europeo per la resilienza democratica istituito per legge e con bilancio proprio, le infrastrutture elettorali classificate come critiche, misure contro i deepfake e il finanziamento politico occulto. Giovedì 17, dopo aver rinunciato all'accordo con i socialisti, lo stesso PPE ha portato in aula il proprio testo su Ceuta e Melilla e lo ha fatto passare con i voti delle destre, 339 a 225. Quarantotto ore, due maggioranze opposte.
E il contenuto di quel testo è fallace: sostiene che le regolarizzazioni spagnole siano un fattore di attrazione e che le frontiere esterne mettano a rischio l'intero spazio Schengen, mentre il commissario Brunner aveva già dichiarato che nessuno dei migranti arrivati a Ceuta è entrato nell'area Schengen e che l'integrità dello spazio comune è rimasta intatta. Il Parlamento ha votato contro i fatti accertati dalla Commissione, e la Commissione, custode dei Trattati, non ha aperto bocca né su questo né sull'Italia che sospende Schengen da settimane senza alcun motivo. Ma il punto non è solo il silenzio di Bruxelles: una falsità diventa posizione ufficiale del Parlamento europeo solo se il PPE decide di sostenerla. Questa è la fragilità dell'Unione: non la forza degli avversari, ma la disponibilità degli amici a votare il giovedì contro ciò che il martedì dicono di difendere.
Regolarizzare funziona
La Spagna ha fatto la cosa giusta. Regolarizzare toglie persone dal lavoro nero, dà contratti, contributi e tasse, sottrae al ricatto dei caporali. È ciò di cui un continente che invecchia ha bisogno e che le nostre economie già fanno di nascosto: ogni anno il decreto flussi certifica una domanda di lavoro che il mercato interno non copre, e che burocrazia e inefficienze rendono inutilmente gravosa per chi lavora. Chiamarlo fattore di attrazione premia un approccio divisivo e inefficace, ma conveniente per una destra che vede nel migrante il nemico, e rende illegittima l'unica politica che funziona: canali legali d'ingresso, riconoscimento del lavoro che già si svolge, asilo gestito insieme invece che scaricato sul paese di primo arrivo. Nei primi 5 mesi dell'anno oltre 800 persone sono morte nel solo Mediterraneo centrale, più del 70% rispetto al 2025: meno arrivi e più morti significa rotte più letali, e l'indifferenza per queste vittime va combattuta in modo esplicito.
Lo stesso schema sul clima
Von der Leyen ha ribadito l'impegno sui target, ma è la stessa Commissione che si presta a riaprire scadenze già rinviate, ad annunciare revisioni prima che le norme siano applicate, e a invocare la neutralità tecnologica per dare soldi pubblici a tecnologie lontane come il nucleare e improbabili come il CCS. Il risultato non è semplificazione ma instabilità: il primo omnibus ha tolto circa l'80% delle imprese dalla rendicontazione di sostenibilità, punendo chi aveva già investito e lasciando un mosaico di regole nazionali al posto di una regola europea. L'incertezza è la tassa che stiamo imponendo all'industria. E non si recupera un solo voto: si aumenta la preoccupazione di cittadini e lavoratori e si dà legittimità ai nemici del Green Deal e agli econegazionisti.
A cosa aderirebbe Carney?
Fra le novità più discusse c'è l'offerta al Canada di diventare il primo membro associato dell'Unione. Mark Carney, accolto in aula come una star, ha risposto parlando di un'alleanza fondata su libertà, solidarietà, prosperità e sostenibilità, e di un faro per le altre democrazie.
Bene. Ma a cosa si assocerebbe, esattamente, se nel 2027 e nel 2029 l'Europa finisse nelle mani di forze che descrivono l'Unione come una burocrazia da smantellare, attaccano le comunità LGBTQ, vogliono ricacciare a casa le donne e tenere i migranti fuori dai confini, e considerano la scienza del clima un'opinione da combattere e il gas o il nucleare come l’energia del futuro? O, nelle mani di partiti conservatori che con quelle forze votano su migrazione, diritti e Green Deal, tenendo il nome “europeista” come etichetta vuota e cedendo sui contenuti nella speranza di recuperare un consenso che continuano a perdere? Un'alleanza fondata sui valori richiede qualcuno che quei valori li applichi, e oggi questo non è più una garanzia, per responsabilità delle ambiguità della presidente della Commissione e del PPE.
Gli altri due ostacoli all’ Associazione sono già visibili. 10 Stati membri, Italia e Francia comprese, non hanno mai ratificato il CETA, e proporre di andare oltre un accordo mai completato è una promessa bizzarra. E l'offerta canadese di gas liquefatto, idrogeno e nuovi gasdotti vale qualcosa solo se sostituisce il gas americano, dentro una traiettoria in cui ne serve sempre meno e che quindi non rilancia su nuove costose infrastrutture. Minerali critici, ricerca, intelligenza artificiale, Erasmus+: quello sì merita di essere costruito. Ma non si costruisce con un'Unione che rincorre una destra con sempre meno scrupoli e rischia di essere ancora meno unita, e quindi ancora meno rilevante.
L'Italia, caso di scuola
Il governo italiano è la versione compiuta di questa incoerenza. Sul clima l'estate è passata senza misure e quasi senza parole, mentre dal 19 marzo il taglio delle accise sul gasolio veniva prorogato 16 volte, per oltre 2,2 miliardi. Poi, il 16 settembre, l'esenzione dal bollo 2027 su auto a benzina, diesel e ibride fino a 80 kW e sui motocicli: 14,5 milioni di veicoli e 2,36 miliardi, di cui 2,29 trasferiti alle Regioni. Il 70% delle auto in circolazione annunciato dal governo è un dato gonfiato: le vetture italiane sono 41,8 milioni, la compensazione vale circa il 30% dei 7,5 miliardi di gettito annuo e l'esenzione spetta a un solo veicolo per contribuente, quindi la platea reale è intorno a un terzo. Restano molte risorse lasciate, in un paese con oltre 3.200 miliardi di debito, per sconti effimeri dati a pioggia che non lasciano traccia né vantaggio nelle tasche degli italiani, perché finiscono con l'anno o verranno comunque ripagati da loro quando il debito aumenterà.
Eliminare il bollo potrebbe avere un senso, se diretto alle categorie vulnerabili o per favorire scelte sostenibili. Giorgia Meloni sceglie invece di non qualificare in alcun modo i sussidi a pioggia che concede: il criterio è la potenza del veicolo, non il reddito né le emissioni, e ne beneficiano anche le moto potenti e chi ha la Panda ma pure la Ferrari in garage. Altri paesi hanno fatto altre scelte: la Germania ha riaperto gli incentivi all'auto elettrica, da noi inesistenti, legandoli a reddito ed emissioni, 3 miliardi fino al 2029; la Francia mantiene il bonus con l'eco-score che premia la produzione europea e il leasing sociale per i redditi bassi. Obiettivo: meno emissioni, una filiera produttiva, un aiuto mirato. L'Italia punta su circa 160 euro per un anno a chi possiede piccole auto e moto.
Né è scontato che il governo spenda al meglio i 14 miliardi che la flessibilità europea consente di investire entro il 2028 su efficienza, pompe di calore, reti e trasporto pubblico, ma purtroppo anche su nucleare e CCS per come sono scritte le regole europee. Molto meritoria, in questo senso, la lettera di Elly Schlein che propone un dialogo con il governo sulle scelte più efficaci e sostenibili per spendere una flessibilità che comunque rimane debito. Difficilmente comprensibile, invece, che AVS e Cinque Stelle abbiano deciso di distinguersi attaccando una scelta che almeno obbliga il governo a un confronto e non presuppone affatto una cooperazione.
I rischi della politica dei due forni
La Svezia ha appena mostrato che la direzione si può invertire: l'estrema destra ha perso circa 3 punti, il primo calo dal 2010, e il centrosinistra ha ottenuto la maggioranza assoluta per un seggio, con tre seggi di vantaggio sul blocco di destra.
Von der Leyen deve il proprio mandato a popolari, socialisti, liberali e verdi. Quella maggioranza va rivendicata e usata sui voti che contano, non evocata nei discorsi e abbandonata al momento di decidere. Da lì discende il resto, per le forze di maggioranza in Parlamento e per la presidente della Commissione: chiudere le regole del Green Deal e non riaprirle più, battersi con ben altra determinazione per dotare il bilancio europeo di risorse proprie e di più risorse tout court, difendere Schengen anche quando a violarlo è un governo amico.
E poi il Congresso d'Europa, annunciato sul modello di quello dell'Aia del 1948 che diede l'avvio all'integrazione europea, con un'altra ricorrenza importante come occasione: i 70 anni dei Trattati di Roma nel 2027. E’ una buona idea per riunire i federalisti e gli europeisti che esistono ovunque e si sentono spesso un po’ solo: ma proprio per questo non può ridursi a una riunione di intellettuali ed esperti. La Conferenza sul futuro dell'Europa si è chiusa nel 2022 con 49 proposte e 326 misure, con un impegno encomiabile da parte di migliaia di cittadini che sono stati convocati, fatti lavorare poi congedati con una piccola inutile cerimonia. Questo non è certo cio’ che ci aspettiamo per l’evento del 2028. Il Congresso serve se diventa una tappa di un percorso costituente, verso le elezioni del 2029 con un calendario e un mandato preciso. Ma questo non dipende ovviamente solo dalle istituzioni. Ma dalla capacità di associazioni, partiti, cittadini di capirne il valore anche come risposta al pericolo che arriva da destra e dalle autocrazie che ci circondano.
L'UE è credibile quando è la stessa il martedì e il giovedì. È questa, oggi, la condizione di ogni alleanza che si voglia stringere e di ogni promessa che fa ai suoi cittadini e alle sue cittadine.
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